L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Una sublime leggenda drammatica

 di Stefano Ceccarelli

Charles Dutoit torna sul podio dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dopo ben cinquant’anni dal suo debutto (1976) con una partitura che conosce alla perfezione: La damnation de Faust di Hector Berlioz. Julien Dran canta un ottimo Faust, Marianne Crebassa un’intensa Marguerite e John Relyea un monumentale Méphistophélès. Orchestra e Coro, nel loro fulgore, immergono gli spettatori nelle atmosfere puramente romantiche di una partitura originalissima per intenti e struttura. Le due ore di musica sono coronate da una pioggia di meritatissimi applausi.

ROMA, 15 giugno 2026 – Alla soglia dei novant’anni, Charles Dutoit, indubbiamente una delle grandi bacchette della seconda metà del Novecento, torna a dirigere l’orchestra ed il coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a cinquant’anni esatti dal suo debutto nei cartelloni della prestigiosa istituzione musicale. L’opera è di quelle dalle proporzioni monumentali: La damnation de Faust, uno dei capolavori di Hector Berlioz, originalissima e inclassificabile. Dutoit ne è un fine conoscitore, avendone, peraltro, registrata, nella metà degli anni Novanta, un’importante incisione per la Decca.

La direzione di Dutoit non delude le attese: espressività, visione chiara dell’architettura, drammaticità, sostegno alle voci, attenzione ai particolari, alle screziate nuances di una partitura che porta la firma di uno dei migliori orchestratori del Romanticismo, sono solo i più evidenti pregi di una lettura indimenticabile, che rende pienamente giustizia alla partitura, resa con gusto densamente romantico, uno dei più felici esempi della fortuna dell’immortale leggenda del Faust goethiano. Tutto questo – non si dimentichi – sotto la vigile attenzione di un direttore di quasi novant’anni. Ma, si sa, il carisma e il gusto non sono certo scalfiti dal tempo: anzi, si può dire che migliorino. L’orchestra risponde con un suono brillante, senza mancare di notare quelle venature scure, profondamente drammatiche, con cui Berlioz condisce una partitura densamente atmosferica. In tal senso, corre l’obbligo di citare l’esecuzione pittorica non solo della brillante Marche Hongroise, ma anche delle musiche paesane, come pure le danze degli spiriti invocati da Méphistophélès (il minuetto dei folletti e la danza delle silfidi). Insomma, tutto l’aspetto di pura evocazione atmosferica, così puramente romantico, è letto da Dutoit con brillantezza bozzettistica, di gusto tutto francese. Il coro dell’Accademia dona un’interpretazione, al solito, straordinaria, come s’è potuto vedere nella celebre scena del Ronde des Paysants («Les bergers quittent leurs troupeaux»), gaia e ritmata; o nel fatato «Dors, hereux Faust» (lo Choeur de Gnomes et de Sylphes), tutto sfumature, guizzi e mezze voci; ma non si dimentichi la penultima, il Pandemonium, e l’ultima scena, Epilogue sur la Terre, dove a un coro infernale, le cui parole sono un geniale e fantasioso grammelot infernale, ne segue uno sublime, quello de l’Apothéose de Marguerite, dove si aggiunge anche la compagine delle voci bianche. Con licenza rispetto al finale goethiano, infatti, Faust, oramai dannato grazie alle trame dell’astuto demone, assiste all’orgiastico giubilo demoniaco per la dannazione della sua anima, contrapposta all’eterne salvezza di Margherita, assunta in cielo per le sue ingiuste sofferenze.

Le voci soliste sono tutte perfettamente in ruolo, con una punta di diamante, il Méphistophélès di John Relyea. Voce scultorea, poderosa, Relyea fraseggia magnificamente, trovando accenti mefistofelici – è il caso di dire – di quell’ironia satanica che connatura il personaggio, facendo godere appieno il ruolo: in tal senso, della sua performance sono del pari paradigmatiche la chanson «Une puce gentille», dove emerge la speditezza del fraseggiare, e la bellezza lirica del legato nell’aria seguente «Voici des roses», dove Relyea ha l’occasione di mostrare le possibilità persino chiaroscurali della sua voce. La tempra della sua corda vocale s’è notata anche nella scena dell’Èvocation, con la sérénade, «Devant la maison», cantata a fior di labbra. Insomma, Relyea incarna un Méphistophélès praticamente perfetto, in grado di cogliere tutti gli aspetti di un personaggio dotato di un colore tutto suo. Marianne Crebassa interpreta una Marguerite straordinaria soprattutto sotto il lato interpretativo. La sua performance, infatti, si distingue per l’intensità tragica che riesce ad infondere al personaggio. Se già la sua chanson gotique, «Le Roi de Thulé», una ballata dalle sonorità cupamente malinconiche, stupisce per controllo vocale, emissione studiatamente vibrata, partecipato fraseggio, l’apogeo della sua interpretazione è, chiaramente, la nota romance «D’amour, l’ardente flamme», cui Crebassa dona un certo tono quasi intimo, sicuramente cavando bene gli accenti elegiaci di un brano che mette a dura prova l’interprete in virtù di una scrittura generosa, di ampie frasi, ma anche di salite che richiedono una non comune potenza vocale. Poco prima Crebassa aveva ottimamente cantato il duetto d’amore con Faust, qui interpretato da Julien Dran, tenore dal timbro generosamente brunito, come pure dallo squillo pronto e centrato. Il suo Faust è certamente in crescendo: fin dai primi ariosi Dran, assecondando la natura contemplativa dell’eroe romantico Faust, si concentra sul denso lirismo del personaggio, con buoni risultati cromatici (come nell’incipitario, delicato «Le vieil hiver»), ma è dall’aria «Merci, doux crépuscule!» che l’interprete irrobustisce la voce, verticalizzando con sicurezza e sfumando con buoni filati; nel duetto con Marguerite, che chiude la Troisième Partie, fa emergere un’emissione muscolare, a tratti spettacolare; ma è nella celebre Invocation à la Nature, «Nature immense», che Dran dà tutto sé stesso, fidando in un buon fiato, che gli consente di appoggiare bene l’impervia salita finale, vivamente drammatica. Buono, ma non straordinario, Jonathan Lemalu nella Chanson de Brander. Insomma, una Damnation magnifica, diretta da uno dei suoi migliori interpreti, nel fulgore della sua maturità interpretativa e con un cast di assoluto rispetto: chi c’era, gli spettatori che sono accorsi numerosi e che hanno applaudito questa Damnation de Faust, si saranno resi conto di aver assistito ad un’edizione, a suo modo, storica.

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