Passione, guerra e destino
di Ossama el Naggar
Il trovatore alla Staastoper di Hannover, nel complesso convincente, si distingue soprattutto per il felice debutto di Joseph Dahdah nei panni di Manrico.
Hannover, 8 giugno 2026 - Alla Staatsoper di Hannover, Il trovatore di Verdi è andato in scena in un allestimento contemporaneo firmato da Wolfgang Nägele, che colloca la vicenda in un paese devastato dalla guerra civile. L’idea di attualizzazione offre alcuni spunti interessanti, soprattutto quando la figura di Ferrando (il basso Shavleg Armasi) viene trasformata in un anchorman televisivo, a suggerire il ruolo ambiguo dei media nel racconto del conflitto. Più discutibile, invece, la scelta di fare degli zingari dei turisti, soluzione che appare piuttosto forzata e finisce per indebolire la coerenza dell’impianto. La regia, nel complesso, alterna intuizioni efficaci a passaggi più schematici: alcune situazioni sono ben risolte sul piano visivo, ma altre restano appena abbozzate, e la direzione degli interpreti non sempre riesce a dare continuità drammatica ai rapporti tra i personaggi. Ne risulta uno spettacolo che convince soprattutto a tratti, mentre la forza dell’opera emerge con maggiore evidenza attraverso il lavoro musicale e la qualità dei quattro protagonisti.
Visto per la prima volta nei panni di Don José in Carmen al Teatro Fraschini di Pavia gennaio passato, Joseph Dahdah si è imposto come il miglior interprete del ruolo che abbia ascoltato da oltre un decennio: possiede infatti il timbro ideale, robusto e insieme giovanile. Ecco perché ho deciso di assistere al suo debutto nell’importantissima parte di Manrico. Infatti, la serata è stata dominata soprattutto da Dahdah: il giovane tenore libanese ha offerto una prova di notevole rilievo, unendo slancio, sicurezza tecnica e una presenza scenica spontanea, pienamente aderente a questo Manrico moderno, ribelle e combattente. La voce, luminosa e ben proiettata, si impone con naturalezza, e Dahdah mostra un controllo del fiato che gli consente di sostenere con solidità sia le frasi più tese sia i momenti di maggiore cantabilità. Gli acuti risultano sicuri e franchi, mentre il fraseggio, pur non sempre rifinito in ogni dettaglio, conserva chiarezza e impulso teatrale. Convince anche la cura della dizione italiana e la capacità di restituire il lato più vulnerabile del personaggio, soprattutto nei confronti con Azucena, dove emerge una sensibilità non comune. Se in alcuni passaggi il timbro tende a farsi un poco più duro, soprattutto quando la scrittura verdiana insiste sulla zona centrale, il bilancio resta ampiamente positivo: Dahdah è un interprete dotato di mezzi vocali importanti, musicalità e carisma, qualità che lasciano intravedere una carriera di primo piano.
Accanto a lui, Cristiana Oliveira ha delineato una Leonora di livello molto alto, forte di una vocalità di soprano lirico dal bel colore, di una tecnica solida e di un fraseggio elegante. Il suo “Tacea la notte placida” è stato uno dei vertici della serata: la linea di canto è apparsa ben sostenuta, il legato curato con attenzione e l’emissione sempre controllata, capace di unire morbidezza e tensione espressiva. Anche nei momenti più drammatici, Oliveira ha saputo evitare ogni eccesso, mantenendo una nobiltà di accento che si addice pienamente al personaggio. Molto efficace anche Silvia Beltrami nei panni di Azucena, intensa e controllata, capace di rendere il trauma del personaggio senza scivolare nell’enfasi. La sua interpretazione si è distinta per la precisione del testo, per la compattezza della linea vocale e per una presenza scenica credibile, anche se in alcuni momenti il volume non sempre ha avuto la stessa ampiezza richiesta dalla scrittura. Più diseguale, invece, il Conte di Luna di Grga Peros, vocalmente gradevole ma meno incisivo sul piano della presenza scenica e della definizione psicologica: il baritono dispone di uno strumento corretto e ben timbrato, ma il personaggio resta un po’ generico, con un fraseggio che non sempre riesce a mettere in rilievo la tensione ossessiva del ruolo.
Completano il cast Luisa Müller (Ines), Antonio Fernández Brixis (Ruiz), Mohsen Rashidkhan (Vecchio zingaro) e Steffen Thole (Messo).
Sul podio, Masaru Kumakura ha guidato con intelligenza l’orchestra della Staatsoper, mostrando attenzione alle esigenze dei cantanti e una sensibilità autentica per il teatro verdiano. La concertazione è apparsa ordinata, pulita e generalmente equilibrata nei rapporti tra buca e palcoscenico, con tempi spesso prudenti ma funzionali a sostenere le voci e a non sovraccaricare la struttura drammatica. Meno marcata, invece, la spinta teatrale nei grandi momenti d’insieme, dove sarebbe forse servita una maggiore incisività ritmica e una tavolozza dinamica più contrastata per far emergere con più forza il lato tragico e sanguigno della partitura. L’orchestra ha comunque risposto con disciplina e buona qualità di suono, anche se non sempre con quella tensione verdiana che rende Il trovatore un’opera di pura combustione drammatica.
Nel complesso, uno spettacolo riuscito soprattutto sul piano musicale e, in particolare, grazie alla prova di Joseph Dahdah, autentico centro della serata e interprete da seguire con grande attenzione.
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