La casa degli spiriti
di Ossama el Naggar
Die Zauberflöte alla Wiener Staatsoper suscita impressioni contrastanti, fra elementi che destano perplessità e altri che interessano o addirittura entusiasmano, come l'eccezionale Regina della notte di Jessica Pratt.
VIENNA 26 giugno 2026 - Da molti anni Die Zauberflöte è, per chi scrive, una delle opere più problematiche del repertorio. Nessuno può mettere in discussione la sublime ispirazione musicale di Mozart: poche partiture contengono una tale concentrazione di pagine immortali, dalle grandi arie della Regina della Notte al lirismo disarmante di Pamina, fino alla poesia cameristica che attraversa l’intera orchestra. Molto meno convincente rimane invece il libretto di Schikaneder, con la sua costruzione drammaturgica discontinua, il simbolismo massonico spesso ingenuo e una visione del mondo segnata da un patriarcato e da una misoginia oggi difficilmente ignorabili. Il problema non è tanto l’opera in sé, quanto la tendenza di molti registi a trattarne l’universo ideologico come una verità indiscutibile, trasformando i riti iniziatici del secondo atto in una sorta di liturgia laica anziché sottoporli a una lettura critica.
Da questo punto di vista, la nuova produzione di Barbora Horáková ha almeno il merito di non semplificare il conflitto morale dell’opera. Sarastro non è presentato come il depositario incontestabile della ragione illuministica, né la Regina della Notte come una semplice incarnazione del Male. Entrambi rappresentano forze psicologiche in competizione, entrambe autorevoli ma entrambe profondamente imperfette, e il percorso di Tamino diventa così un’educazione all’ambiguità morale piuttosto che un’adesione a una verità assoluta. È probabilmente l’aspetto più intelligente dell’intera regia.
Per il resto, tuttavia, l’impianto scenico convince solo a tratti. L’idea di ambientare l’opera in una casa infestata, con evidenti richiami all’immaginario di American Horror Story: Murder House, produce alcune immagini di indubbia efficacia, soprattutto durante l’ouverture, quando i Tre Fanciulli esplorano la villa in bicicletta, creando un’atmosfera sospesa fra favola gotica e racconto dell’orrore. È forse il momento teatralmente più riuscito della serata.
Successivamente, però, il concetto sembra perdere coerenza. Se la casa è realmente infestata, quale funzione drammaturgica assumono Sarastro e il suo ordine? Sono anch’essi fantasmi? Oppure Tamino deve liberare Pamina da presenze soprannaturali? E se invece la Regina appartiene al regno degli spiriti, come si concilia tutto ciò con la logica narrativa dell’opera? La regia non offre risposte convincenti e finisce per accumulare spazi – una cantina del carbone, una nursery, un’aula scolastica, un club maschile trasformato nel tempio di Sarastro – che sembrano evocare memorie infantili senza chiarire mai di chi siano quei ricordi né quale relazione abbiano con il percorso iniziatico dei protagonisti.
Alcune intuizioni sono interessanti. Monostatos, annerito dalla fuliggine della cantina, evita almeno le tradizionali caratterizzazioni razziali, pur senza poter cancellare i ben noti aspetti più discutibili del testo di Schikaneder. Il tempio trasformato in esclusivo gentlemen’s club introduce inoltre un sottotesto inquietante, suggerendo che anche il mondo di Sarastro possa celare forme di potere e di esclusione tutt’altro che edificanti. Tuttavia, considerando le possibilità offerte dall’ambientazione gotica, la fantasia visiva rimane sorprendentemente contenuta: ci si sarebbe aspettati un universo molto più visionario e perturbante.
Se la regia lascia dunque parecchie riserve, è ancora una volta il versante musicale a salvare la serata.
Jessica Pratt conferma di essere una delle più grandi Regine della Notte della nostra epoca. La coloratura è di una precisione quasi irreale, gli acuti sono perfettamente centrati, luminosi e mai puramente atletici. Ma ciò che colpisce maggiormente è la capacità di trasformare due arie spesso ridotte a semplici pezzi di bravura in autentici momenti di teatro musicale. “O zittre nicht” diventa il lamento controllato di una sovrana ferita più che di una madre disperata, mentre “Der Hölle Rache” esplode con un’autorità glaciale e una furia regale impressionanti. Peccato che costumi e scenografia non siano all’altezza della sua presenza scenica: il sobrio tailleur blu immaginato da Eva Butzkies fa assomigliare la Regina più a una severa direttrice scolastica che a una figura cosmica dominatrice delle tenebre.
Pavol Breslik affronta Tamino con l’eleganza stilistica che da sempre caratterizza il suo Mozart: fraseggio naturale, dizione impeccabile e un canto sempre sorvegliato. Se qualcuno potrà desiderare un timbro più luminoso o un maggiore slancio eroico, il suo “Dies Bildnis ist bezaubernd schön” convince per sincerità, misura e nobiltà di accento, evitando ogni enfasi superflua. Accanto a lui Florina Ilie costruisce una Pamina di grande delicatezza, privilegiando il legato e l’introspezione rispetto all’effetto teatrale. È vero che la voce non possiede sempre il peso e il centro necessari a dominare completamente la sala, ma “Ach, ich fühl’s” conserva una fragilità autenticamente commovente che ben si accorda con la natura del personaggio.
Il basso austriaco Günther Groissböck è un artista di statura eccezionale. Universalmente riconosciuto come il Baron Ochs di riferimento della nostra epoca, possiede una rara capacità di trasformarsi completamente nei personaggi che interpreta, siano essi il medesimo Ochs al Teatro alla Scala, Hagen nella Götterdämmerung scaligera o il nobile e tormentato Re Marke del Tristan und Isolde viennese. Nei panni di Sarastro offre esattamente ciò che il ruolo richiede: una voce di straordinaria ampiezza e profondità, sostenuta da un’autorevolezza intellettuale mai ostentata. Alla consueta imponenza del timbro si uniscono una dizione esemplare e una nobile misura espressiva, qualità che conferiscono al personaggio una credibilità rara. Il suo Sarastro non è un patriarca infallibile né un ieratico gran sacerdote, ma un uomo saggio, la cui autorevolezza è costantemente mitigata da un profondo senso di umanità. È proprio questa lettura psicologicamente sfumata del personaggio a costituire uno degli aspetti più memorabili dell’intera rappresentazione.
Spicca, poi, Michael Nagl, eccellente Papageno, che evita ogni facile macchietta per costruire un personaggio spontaneo, umano e perfettamente calibrato nei tempi comici. La sua intesa con la vivacissima Papagena di Ilia Staple è irresistibile, e il celebre duetto finale possiede tutta la leggerezza necessaria senza mai scadere nel folklore. Straordinario anche Adrian Eröd, Sprecher e Secondo Sacerdote di rara intensità, capace di scolpire ogni parola con una precisione quasi liederistica. Molto efficace Matthäus Schmidlechner, che tratteggia un Monostatos dominato più dal complesso d’inferiorità che dalla pura malvagità. Ottimo il contributo delle Dame (Jenni Hietala, Alma Neuhaus, Stephanie Maitland), dei Tre Fanciulli (Dominik Baumgartner, Adrian Weinzettl, Alexander Gruber) e del coro, con una particolare menzione alle voci maschili, di notevole compattezza.
Alla guida dei Wiener Philharmoniker, Ivor Bolton conferma la sua profonda familiarità con Mozart, privilegiando trasparenza, eleganza e chiarezza delle linee. Tuttavia, almeno in questa prima recita, la ricerca della tensione teatrale lo porta spesso verso tempi estremamente sostenuti, tanto da comprimere l’opera di quasi dieci minuti e mettere occasionalmente in difficoltà alcuni interpreti, in particolare i Tre Fanciulli e gli Uomini Armati. Nei momenti in cui il respiro si distende, emergono invece tutta la raffinatezza dell’orchestra viennese, la meravigliosa cantabilità dei legni – clarinetto e fagotto in particolare – e quella qualità cameristica che rende questa partitura inesauribile.
Nel complesso, questa Zauberflöte rimane una produzione diseguale. La regia propone alcune intuizioni stimolanti ma non riesce mai a svilupparle in una visione veramente coerente; il suo universo gotico resta più decorativo che interpretativo. Fortunatamente Mozart continua a imporsi sopra qualsiasi concetto registico. Grazie a un cast complessivamente eccellente, dominato dalla straordinaria Regina della Notte di Jessica Pratt, a un ensemble di altissimo livello e all’incomparabile qualità dei Wiener Philharmoniker, la musica, non dalla scena.
La campagna abbonamenti avrà inizio nel mese di settembre.
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