Due facce di Carmen
Il capolavoro di Bizet è andato in scena prima al Teatro La Fenice di Venezia, con la direzione di Francesco Ivan Ciampa, la regìa di Calixto Bieito e il protagonismo di Annalisa Stroppa e Jean-François Borras, poi al Teatro alla Scala di Milano, con la direzione di Myung-Whun Chung, la regìa di Damiano Michieletto e – unione eccezionale per una sola recita – il protagonismo di Stéphanie d’Oustrac e Vittorio Grigolo.
VENEZIA-MILANO, 31 maggio e 27 giugno 2026 – Va bene che è da tempo l’opera più rappresentata al mondo, ma trovare Carmen di Bizet simultaneamente nella maggioranza dei cartelloni italiani, tra l’anno scorso, il corrente e il prossimo, lascia un po’ storditi e un po’ delusi, anche poiché la via musicale ha tuttora bisogno di riordino tra redazioni accettate o rigettate, autografe o spurie, e poiché quella teatrale rischia una superficiale oleografia la quale è concettualmente sovrapponibile dappertutto. Al Teatro alla Scala, per dieci recite dall’8 al 27 giugno, è andata maluccio nella concertazione ma benone nell’idea registica, con un probabile culmine nell’ultima serata: l’unica ove – deflagrante assortimento – il Don José e l’Escamillo della prima compagnia (al posto di Matthew Polenzani e Andrii Kymach) si sono incrociati con la protagonista e la Micaëla della seconda (al posto di Clémentine Margaine e Natalia Tanasii). L’allestimento viene dal Covent Garden di Londra e dal Teatro Real di Madrid; ha regìa di Damiano Michieletto, scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, luci di Alessandro Carletti e drammaturgia di Elisa Zaninotto; conviene non farselo raccontare, magari tra pregiudizi, ma andare a toccarlo con mano. L’azione è trasposta in anni Settanta così squallidi da rasentare il non-tempo, le spagnolerie sono abolite, si resta dunque sorpresi al letterale comparire del traje de luces nell’ultimo atto. I movimenti del coro sono più impacciati del solito e la recitazione dei protagonisti è invece degna del cinema; ciò accade anche poiché questa lettura si sbarazza volentieri delle masse e lascia piuttosto – con sottile originalità, pungendo il pensiero – i personaggi in preda alla solitudine: Carmen è quasi sola – altro che balli forsennati di bohémiens a frotte – nella taverna di Lillas Pastia, mentre Don José canta «La fleur que tu m’avais jetée» alla porta che gli è stata chiusa in faccia; a tenere invadente, oppressiva, inquietante compagnia è l’ombra della madre di lui, col porgere in silenzio la carta da gioco della morte o il fiore mai gettato da Carmen. Una soluzione pretestuosa a parole, ma da brivido negli esiti drammaturgici. Delude invece Myung-Whun Chung alla propria fatidica anteprima da direttore musicale della Scala: si limita a ripetere – e non meglio – ciò che aveva già fatto al Teatro La Fenice di Venezia nel 2017. Ci s’intenda: bacchetta, coro e orchestra scaligeri collezionano momenti di eloquente clangore, ma manca una chiara presa di posizione tra opéra-comique e drammone verista, dialoghi parlati e recitativi apocrifi di Ernest Guiraud, in una personale contaminazione che rimescola senza meta il testo e il senso; manca così la fonica francese condotta per estenuanti nuances, manca così quella italiana affermata per gesti franchi e colori vividi, non si coglie genio narrativo o anche solo evocativo, mentre al contrario irrompe una sorta di gonfia, aliena pomposità germanica, assimilabile a quella di un Mahler cui siano stati tolti – azzerandolo – il brillante cinismo, l’affilata ironia, l’inesorabile sfacelo. La compagnia di canto, lasciata a sé stessa, si barcamena come può: nessuno tra i caratteristi lascia il segno, anche quando si parli di un Dancaïre, un Remendado, una Frasquita, una Mercédès o un Moralès, insomma non di meri comprimari. Quella meraviglia stessa d’ugola e d’artista che è Giorgi Manoshvili, come Escamillo, agisce qui con una certa timidezza anziché intascarsi la recita, e cede così il passo all’immacolata, risoluta, ammirevole linea di canto di una collega anch’ella in meritata ascesa, Slávka Zámečníková, come Micaëla. Accanto al barcamenarsi in latitanza del concertatore, tuttavia, c’è anche l’approfittarne da parte di chi sa fare da sé. Si fa in fretta a liquidare in toto Vittorio Grigolo, colpevole di ridicole estroversioni agli applausi, e a giudizio di chi scrive ci si sbaglia di grosso: gesto, timbro, porgere, modulare e risonanza competono in lui non forse per accessoria eleganza, ma certo per adolescenziale comunicativa, per innata fantasia, per bruciante passione nonché per sbalorditiva intesa con la corrispondente Carmen. La quale è – con Grigolo quella solo sera del 27 giugno – una Stéphanie d’Oustrac passata dalla tragédie lyrique del Sei-Settecento a tutt’altra qualità e quantità d’impegno vocale e scenico; in quanto tali, i suoi mezzi canori avrebbero arrochimenti di smalto, fratture di registro e stiracchiature di gamma più consoni all’agonizzante e iperrealistica Madame de Croissy di Dialogues des Carmélites; eppure la vorticosa corporeità, unita a un’arte della parola che lavora di bisturi e ottiene da machete, trascina, esalta e mozza il fiato, con una modernità di approccio – una psicologia dalle mille facce, tutte vere e persino nella contraddizione – che ha una chiara capostipite in Anna Caterina Antonacci. Mentre si esce dalla Scala, questa Carmen milanese motiva tanto più a dire qualche parola sulla complementare Carmen andata in scena a Venezia, subito prima, dal 24 maggio al 3 giugno. La direzione di Francesco Ivan Ciampa vi eredita proprio da Chung, per mezzo degli stessi prestantissimi orchestra e coro della Fenice, la concezione fragorosa (eppure, in laguna, assai più trasparente). L’asciutto, duro, violento, anti-pittoresco, ormai storico allestimento con regìa di Calixto Bieito, scene di Alfons Torres e costumi di Mercè Paloma – stessa trasposizione temporale – sembra, col senno di poi, il tramite depurativo cui si devono la sensatezza, la comprensibilità e l’urgenza dell’odierno Michieletto. L’insieme dei caratteristi è qui squadra effervescente grazie ad Armando Noguera, Paolo Antognetti, Julie Mossay, Loriana Castellano e Francesco Salvadori. Onesto l’Escamillo di Alessandro Luongo, vibrante la Micaëla di Elisa Balbo. Jean-François Borras reca in dote a Don José, all’inverso di Grigolo, la souplesse della lingua materna e un’eleganza rivolta al primo Ottocento, mentre Annalisa Stroppa ha il canto rotondo, la convenzionale sensualità e l’univoco carattere di una Carmen secondo tradizione: ottima tradizione, nondimeno, e con generosa dose dell’italianità professata – quando ancora non ci si poneva troppi problemi sull’ascendenza stilistica del capolavoro di Bizet – da Giulietta Simionato o Fiorenza Cossotto.
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