L’Ape musicale

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Il primo Cavalli

di Fabiana Crepaldi

 Il Monteverdi Festival di Cremona celebra il 350° anniversario della morte di Francesco Cavalli con la sua prima opera, Le nozze di Teti e Peleo.

CREMONA 21 giugno 2026 - In occasione del 350º anniversario della morte di Francesco Cavalli, il 43º Monteverdi Festival, svoltosi dal 7 al 21 giugno a Cremona, ha promosso un’importantissima riscoperta storica. Le nozze di Teti e Peleo, prima opera di Cavalli e prima opera del Seicento veneziano la cui partitura sia sopravvissuta, è stata restaurata e rappresentata, il 19 e il 21 giugno, nell’accogliente Teatro Ponchielli.

Le nozze di Teti e Peleo debuttò nel gennaio del 1639 al Teatro San Cassiano (il primo teatro d’opera aperto al pubblico) a Venezia. Tornò in scena alcune volte nel corso del Seicento. Nel Novecento si ha notizia di una rappresentazione — probabilmente non integrale e con alcuni adattamenti — con la regia di Filippo Crivelli, nel 1959, durante il XXII Festival di Musica Contemporanea (l’attuale Biennale) di Venezia. Solo per l'edizione di quest'anno del Monteverdi Festival, tuttavia, la partitura è stata restaurata in modo da renderne possibile l'esecuzione in tempi moderni.

Nel programma di sala, Danilo Mattia De Pascali racconta che il manoscritto originale, conservato presso la Biblioteca Marciana di Venezia, è stato oggetto di un lavoro di trascrizione e trasposizione in edizione moderna, condotto dalla professoressa Angela Romagnoli, a partire dal quale il maestro Antonio Greco ha restaurato l’opera. De Pascali precisa che la necessità del restauro non deriva da problemi di conservazione o di illeggibilità, ma dalla natura stessa del manoscritto, probabilmente destinato al basso continuo o a qualche altra funzione teatrale. “Il manoscritto, insomma, non sempre conserva l’intera realizzazione sonora dell’opera, ma ne lascia spesso le tracce. Tracce a volte chiarissime, a volte più sfuggenti, che indicano la direzione della volontà musicale e teatrale di Cavalli senza consegnarcela sempre in forma compiuta.”

Secondo De Pascali, solo i due cori del primo atto, “Alla caccia, alla caccia” e “Su dunque all’armi”, presentano la musica scritta per intero. All’estremo opposto si colloca l’inizio del prologo: “La didascalia presente nel manoscritto, ‘La Fama suona la Tromba, di poi dà principio al Canto’, presuppone la presenza di una sinfonia introduttiva, pur non essendo presente nel testimone. Da questa indicazione è nata la scelta di utilizzare, insieme al Maestro Emilio Botto, materiale di Girolamo Fantini, perfettamente contemporaneo all’opera e coerente con il contesto evocato dalla fonte.” Parte dello stesso materiale è stata impiegata come una sorta di ritornello all’inizio del prologo, durante il primo recitativo della Fama.

Nel testo, De Pascali argomenta a lungo che il lavoro di Greco è consistito nel restaurare una partitura antica (e musicalmente incompleta) per renderne possibile l'esecuzione in tempi moderni, e non nel comporre “un’opera barocca di Antonio Greco”. L’opera, secondo De Pascali, resta di Cavalli. “L’immaginazione originaria, la struttura teatrale, il mondo poetico e musicale da cui tutto prende avvio appartengono a lui. Ma la forma concreta che oggi arriva al pubblico passa attraverso molte mani: la fonte manoscritta superstite, la trascrizione moderna di Angela Romagnoli, il lavoro di restauro e integrazione di Antonio Greco, il dialogo con la regia di Petra Deidda, le necessità vive della scena contemporanea.”

Il primo atto si apre con la scena che, nel libretto originale, figura come quinta: la scena “Infernale”. In essa, Eaco, giudice infernale e padre di Peleo, chiede a Plutone di schiacciare l’orgoglio temerario di Giove. Questo perché, come si scoprirà solo nella quinta scena dell’opera (che nel libretto compare come prima), Giove si era innamorato di Teti. Era stato però informato da Mercurio che lei aveva ricevuto una profezia: il figlio da lei generato sarebbe stato più forte del padre. Giove, evidentemente, non gradisce l’idea e stabilisce che Teti sposi Peleo. In questo caso, come si è visto, a non essere soddisfatto è Eaco. Tale inversione non contribuisce alla comprensione dell’opera. Resta il dubbio se sia così già nel manoscritto o se si tratti di una scelta di Greco o di Deidda.

Un’altra decisione singolare è stata quella di collocare l’intervallo non tra il primo e il secondo atto, ma prima della nona scena del primo atto. Il “secondo atto” ha così preso avvio in modo brusco, con il monologo di Tritone. Dopo le tre brevi scene rimaste in sospeso dall’atto precedente, sono giunte la danza che avrebbe dovuto chiudere un atto e la sinfonia che avrebbe dovuto aprirne un altro. Anche in questo caso non sappiamo come sia articolata la divisione in atti nel manoscritto.

Come è tipico dell’opera barocca, il libretto non cerca di essere fedele ad alcuna versione specifica del mito. Così, il fatto di non essere stata invitata alle nozze di Teti e Peleo non costituisce, nell’opera, la motivazione dell’azione della Discordia. Già all’inizio, nella scena sopra citata che apre la versione di Greco, mentre giudici e divinità infernali discutono di quanto l’unione di Teti e Peleo li dispiaccia, la Discordia appare promettendo di risolvere il problema. Ed è così che invia al baccanale il Pomo della Discordia con il semplice messaggio: “Donisi questo pomo alla più bella”. Giunone, Pallade e Venere non tardano a considerarsi, ciascuna, la legittima destinataria della mela.

Ma la Discordia non si ferma qui. Attraverso travestimenti e intrighi, semina gelosie e incomprensioni tra gli sposi. Ed ecco allora comparire Himeneo, il dio del matrimonio, un deus ex machina: egli ristabilisce la concordia e dà seguito alle nozze. Sappiamo che da quell’unione nascerà, infatti, un forte guerriero: Achille. Né possiamo dimenticare che dall’intrigo del pomo nascerà la promessa di Venere a Paride: gli concede la mano della più bella donna di tutta la Grecia. È così già pronta la scacchiera per la guerra di Troia.

Un merito importante dello spettacolo presentato a Cremona è stata la sua fluidità. Una fluidità difficile da ottenere in un’opera in cui predomina il recitativo e, al tempo stesso, fondamentale per mantenere vivo l’interesse del pubblico. Lo si deve, in gran parte, alla direzione musicale di Antonio Greco, che, più che un restauratore, è quasi un coautore dell’opera che ascoltiamo — sebbene il testo del programma insista nel sostenere il contrario. Questa intimità con l’opera si è riflessa nella sua direzione e nell’ottima esecuzione dell’Orchestra Cremona Antiqua. Era notevole, soprattutto, la flessibilità con cui scaturiva la linea del basso continuo.

Per le recite delle Nozze di Teti e Peleo non è stata utilizzata la buca d’orchestra: gli strumenti erano posizionati davanti alla platea en on vi era alcuna barriera con la platea. Allo stesso modo, la regia di Petra Deidda ha saputo sfruttare efficacemente tutto lo spazio del teatro — soprattutto nei momenti in cui entrava in scena il coro. Forte di un curriculum da assistente di importanti registi, Deidda ha debuttato in questo ruolo proponendo un metateatro e con una buona direzione degli attori, elemento che ha contribuito anch’esso alla fluidità dello spettacolo.

A rafforzare il metateatro, e con un richiamo al teatro classico, grandi maschere, tutte uguali e fissate a un’asta, erano impugnate da alcuni interpreti — soprattutto dal coro. I costumi, tra loro simili, firmati da Valentina Volpi, non sempre hanno contribuito a differenziare i personaggi, i cui nomi peraltro non comparivano nei soprattitoli (cosa che sarebbe stata molto utile, dato che il testo risultava perfettamente comprensibile sia grazie allo stile recitativo sia all’ottima dizione di tutti gli interpreti). Volpi ha firmato anche l’efficace scenografia: minimalista, come un piccolo teatro d'epoca.

Tra gli interpreti, si sono distinti i due protagonisti: il mezzosoprano Valentina Ferrarese (Teti) e il tenore Ferran Albrich (Peleo). Vincitrice del Concorso Cavalli-Monteverdi, Ferrarese ha offerto una prova di rilievo, soprattutto nel grande lamento di Teti all’inizio del secondo atto. Si tratta di un lungo recitativo che richiede all’interprete creatività, espressività e fraseggio. Nei panni di Peleo, Albrich ha imposto la sua vocalità robusta, dal timbro baritonale ed espressiva.

La Discordia è stata costruita scenicamente in modo efficace da Deidda e dal controtenore Danilo Pastore. Dotato di braccia lunghissime, questo personaggio comico, capace di raggiungere e “intrappolare” tutti, ha visto il proprio protagonismo accentuato dall’ottima prova scenica di Pastore. Vocalmente, alternandosi tra il falsetto e un registro più vicino al parlato, il controtenore non solo ha sfruttato un espediente tipico dei personaggi comici, ma ha anche saputo distinguere la Discordia da Meleagro, ruolo da lui interpretato a sua volta.

La lista degli interpreti dei ruoli secondari è numerosa: comprende quattordici nomi oltre ai tre già citati. Nel complesso, se la sono cavata molto bene. Ha destato qualche preoccupazione, tuttavia, l’emissione del giovane tenore Angelo Testori (Marte, Momo e Minosse). All'opposto, merita una menzione Matteo Straffi (Mercurio ed Eaco), anch’egli tenore. Applausi meritati anche per la prova del Coro Cremona Antiqua, preparato da Diego Maccagnola.


 

 

 
 
 

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