L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Donizetti alla Scala, ritorno alla routine

di Francesco Lora

Riecco Lucia di Lammermoor: l’inefficace lettura teatrale di Yannis Kokkos, del 2023, accompagna una nuova lettura musicale, deficitaria per ampi tratti, con la direzione di Speranza Scappucci – nemmeno paragonabile a quella passata, di Riccardo Chailly – e le voci di Rosa Feola, Piero Pretti, Boris Pinkhasovich, Michele Pertusi e Leonardo Cortellazzi.

MILANO, 14 luglio 2026 – Non c’era fretta di ritrovare l’allestimento – parecchio inefficace – con regìa, scene e costumi di un demotivato Yannis Kokkos, ma riecco al Teatro alla Scala, dopo tre anni [Milano, Lucia di Lammermoor, 23/04/2023], per sette recite dal 26 giugno al 17 luglio, Lucia di Lammermoor. Ci si va anche perché il titolo rischia oggi di passare per una mezza rarità: Donizetti ha composto un’abbondante settantina di opere, sempre più numerose si vanno fissando in repertorio – cosa ottima – e le poche che già vi erano devono – però – spesso cedere il posto. Certo, nella primavera del 2023 la concertazione era di un Riccardo Chailly intento a superare sé stesso: le intuizioni memorabili – quelle che rivelano da zero una partitura la quale si credeva, sbagliando, di conoscere a menadito – non si contavano in quanto ammalianti, continue, troppe. Passato il podio a Speranza Scappucci, esse non si contano, invece, semplicemente poiché si fatica a trovarne: con diligente, rigoroso fare da vigilessa, ella procura più ordine che poesia; dispone, alla Scala, del massimo coro al mondo e lo fa sfogare con generosa prevedibilità, anziché cavarne affreschi, accenti e atmosfere; guida l’orchestra in perenne stentoreità e anche a costo di sacrificare l’equilibrio con le voci e la flessibilità dell’accompagnamento; si cura poco di moderare la strumentazione donizettiana, tanto più pesante in quest’opera composta per il San Carlo di Napoli e tanto più turgida con l’impiego degli strumenti contemporanei; tende a lasciar correre oltre misura la cattiva abitudine, tra i cantanti, di preparare l’esile, fugace, inutile nota acuta conclusiva standosene muti sui giri armonici finali delle strette (quindici battute prima della fine dell’opera, per dirna una, si trova un tramezzo di sei, quasi sempre tagliato in barba alla sua forza intrinseca: eseguito in questa occasione, è però assurdamente menomato della sua linea melodica principale, dal momento che il tenore preferisce starsene zitto). Raccogliere il testimone da Chailly inguaia anche poiché egli, adottando l’edizione critica a cura di Gabriele Dotto e Roger Parker, si era preoccupato come altri mai dell’assetto testuale: ci si riferisce non solo al ripristino dell’armonica a bicchieri nella scena della pazzia della protagonista, e non solo all’abolizione della famigerata, spuria, smisurata e anacronistica cadenza con flauto, ma anche alla riapertura di quattro tagli – piccoli, ma banalizzanti e inspiegabili – praticati fin dal primo esordio dell’opera. La Scappucci eredita le prime due cose; quanto ai tagli, non riapre le quattro battute nel cantabile della cavatina di Lucia (anzi, ne sforbicia via altre dieci nella coda della stretta: alla Scala!), riapre solo in parte le sette battute nell’uragano in testa all’ultimo atto (corrisponderebbero a dieci secondi d’ascolto in tutto: perché?), mantiene le quattordici nella gran scena con cori prima della “scena della pazzia” – forse un atto d’ossequio a Michele Pertusi, Raimondo di lusso allora come adesso – e in quest’ultima ignora le otto, preziose, alla fine del tempo di mezzo (le loro parole sono necessarie al pieno senso di quelle della successiva cabaletta). Spiace che nel più importante teatro italiano si rinunci alla già data occasione di dare il buon esempio; ed è sempre dannoso l’intervallo di prassi tra gli atti I e II, distinti solo dal punto di vista teatrale, visto che il discorso musicale andrebbe inteso come filato. Nel ’23 c’era il rammarico per una Lucia e un Edgardo, Lisette Oropesa e Juan Diego Flórez, tanto famosi e dotati quanto non del tutto allineati alle istruzioni di Chailly, per non parlare dell’Enrico rozzo, brusco e fibroso di un chissà perché scritturato Boris Pinkhasovich. La sorpresa è che quest’ultimo, riprendendo la parte, conserva sì la patina fonetica russa e i vezzi di quella scuola, ma reca una morbidezza di pasta e una cura di fraseggio prima impensabili. Resta il pegno del solito abbaglio anagrafico: Enrico sarebbe il manipolante fratello minore della protagonista, e non quella sorta di attempato ziastro ratificato dalla tradizione; insomma un Mattia Olivieri, un Vittorio Prato, un qualcuno che ravvivi l’esempio di Giorgio Caoduro, diciott’anni fa, al Comunale di Bologna. Come Lucia, Rosa Feola è ammirevole per rifinitezza di studio, chiarezza di pronuncia, modernità di gusto ed entusiasmo d’immedesimazione; non lo è, invece, quando presume in sé mezzi vocali differenti da quelli effettivi: non è una virtuosa da spericolati passaggi d’agilità e da alta quota di tessitura – a dispetto di variazioni, in parte inedite, un tantino ambiziose – bensì un soprano d’espressione con bella gamma omogenea tra registri, messa a repentaglio da una coloratura laboriosa e da sopracuti interpolati che suonano sempre rigidi, forti, tirati, insomma non modulabili, poco sicuri, estranei alla tenera caratterizzazione che più converrebbe perseguire. Edgardo doveva essere inizialmente l’interessante Pene Pati ed è poi passato a un Piero Pretti ormai avvezzo a Verdi e Puccini ben più che a Donizetti e Bellini. Egli conserva tecnica ferrata e dizione limpida, e però dà luogo a un personaggio scevro di accensioni romantiche, monotono perdente nato, al confronto del quale davvero non si comprende perché Lucia rifiuti l’aitante, fulgido, amoroso Arturo di Leonardo Cortellazzi. Manco a dirlo, nella maledizione alla fine dell’atto II si ascolta solo un isolato e insensato «vi disperda» – col guadagno del Si bemolle acuto di tradizione: sai che roba, in una parte che per iscritto si estenderebbe addirittura fino al Mi bemolle sopracuto – e il precedente, necessario, adrenalico «Ah! ma di Dio la mano irata» sparisce in una bocca cucita. Costosa routine.

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