L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Chiamalo, se vuoi, capitalismo

di Sergio Albertini

La nuova produzione di Turandot al Teatro Lirico di Cagliari appare sul piano registico come un buco nell'acqua, più articolata la resa musicale. Dopo un lungo periodo di passività, il pubblico, in alcune recite, sembra riscoprire una sepolta vivacità.

CAGLIARI, 28 giugno 2026 - Alfano, Maguire, Berio, Hao, Coppola, Burton, Tin e Wang; sono otto dei compositori o musicologi che hanno tentato di completare la Turandot di Puccini. Deborah Burton è l'ultima, sulla base di alcuni frammenti mai usati prima, accogliendo sia la pausa/intermezzo del bacio sia la coda finale in piano e dolcemente (peraltro, in queste settimane si trova in Italia per illustrare il suo lavoro). C'è, poi, il finale di Tod Machover, pioniere della tecnologia musicale al MIT Media Lab: Machover ha analizzato meticolosamente le trenta pagine di schizzi autografi lasciate da Puccini sul letto di morte a Bruxelles. Ha cercato di tessere le armonie del compositore senza stravolgerle con un linguaggio novecentesco troppo alieno, mantenendo l'intenzione melodica originale.Machover espande l'orchestra pucciniana integrando strumenti elettronici e algoritmi di IA. Questa tecnologia serve a simulare l'interiorità psicologica dei personaggi: la musica elettronica non sovrasta l'orchestra classica, ma crea texture sonore e risonanze che amplificano la tensione emotiva e il senso di mistero ancestrale dell'opera. Mentre nella versione tradizionale la morte di Liù viene quasi dimenticata nel finale festoso, la struttura di Machover fa sì che l'eco del sacrificio di Liù risuoni psicologicamente nel duetto tra i due protagonisti. La metamorfosi di Turandot avviene proprio elaborando il trauma e il dolore di quel gesto, rendendo la sua capitolazione amorosa molto più logica e profonda dal punto di vista drammatico. Il finale composto da Christopher Tin ed eseguito in prima assoluta nel maggio 2024 alla Washington National Opera (presso il Kennedy Center) è nato per risolvere i problemi di verosimiglianza psicologica ed emotiva della versione di Alfano. Creato in collaborazione con la drammaturga e sceneggiatrice Susan Soon He Stanton, questo finale si distingue radicalmente per i suoi risvolti narrativi e musicali: Tin arricchisce l'orchestrazione inserendo strumenti ed elementi armonici della tradizione musicale cinese, conferendo al finale un colore etnico più marcato e integrato rispetto ad Alfano.

E a Cagliari ? Lo saprete più avanti, se avrete la pazienza di leggermi.

Puccini inizia a lavorare a Turandot sette anni dopo la leggendaria prima del Sacre du Printemps e otto anni dopo il Pierrot Lunaire; il capolavoro del compositore lucchese partecipa appieno al rinnovamento delle convenzioni ottocentesche, con una ricerca armonica ai limiti del sistema tonale. E Michele Gamba, direttore colto e preparato, dalla tecnica ineccepibile, già nell'incipit in media res fa esplodere il clima di tensione iniziale, con gli archi che lo seguono in un tesissimo acuto. Poco prima dell'apparizione della luna piena, i magnifici interventi di clarinetto, flauto e celesta preannunciano un'orchestra (e le sue prime parti) in uno stato di grazia. Gamba trova da subito una ridda fantasmagorica di colori, come nella marcia funebre intonata da tromba con sordina e viole; dimostra, inoltre, un notevole senso ritmico nell'ingresso di Ping, Pang, Pong, ben reso dal timbro in particolare degli xilofoni, o, poco dopo, nel coro dei morti per amore di Turandot, con l'ostinato dei contrabbassi.

Gamba, che ha già diretto l’opera a Torre del Lago (agosto 2022) e alla Scala (giugno 2024, in sostituzione di Harding in paternità), tuttavia deve 'addomesticare' la sua visione di Turandot, davvero troppo proiettata in certi sovradosati rimandi all'Elektra di Strauss o a certo gusto barbarico/ironico di Prokof'ev, e il controllo dei volumi sonori andrà calibrato;  l'acustica della sala cagliaritana firmata da Luciano Galmozzi, Pierfrancesco Ginoulhiac e Teresa Ginoulhiac Arslan  (Gamba era al suo debutto operistico al Lirico) è forse tutta da imparare a gestire, per il maestro; certi tempi potranno forse dare anche più respiro al canto (anche se ho apprezzato la drastica riduzione di languori superflui nel 'Nessun dorma',  sebbene si sia concessa al tenore l'orrenda corona sulla seconda sillaba del 'vincerò', non prevista in partitura).

La regia di questa nuova produzione cagliaritana di Turandot vuol essere distopica ma finisce con l'essere spesso grottesca, con il tentativo urgente e furioso di voler essere 'altro' e 'tutto',  accavallando e confondendo intenzioni e risultati. Rafael R. Villalobos, al suo debuttto nel titolo e a Cagliari, realizza un'unica sincope, come una convulsione dal sapore chimico, un 'vorrei ma non ce l'ho tanto chiaro nemmeno io'. Più pretenzioso che provocatorio, direi. Una Turandot all'ingrosso, infarcita di idee (e trovate) che fanno acqua da ogni dove. Metti la folla. Diventa una massa di operai, in tuta, coi visi sporchi (di fuliggine ? di grasso ?). E poi, in canottiera. Chiamalo, se vuoi, capitalismo, dice il regista. Poi, non si capisce questa massa di operai (ed operaie) se è in sciopero, se sta manifestando, se ha occupato la piazza di Pechino. Abbarbicata sui livelli della struttura semicircolare, strepita, si agita, si stupisce, incita a quelli di sotto. Poi: tanti piccoli Calaf, vestiti come lui (scamiciato bianco, completino da impiegato, berrettino con visiera, occhiali). Cantano (bene, preparati fa Francesco Marceddu)) e anche loro si abbarbicano al primo livello della struttura. Dall'alto, lanciano tanti soldini. Chiamalo, se vuoi, capitalismo, dice il regista. Ping, Pang, Pong passano il tempo su delle poltrone in pelle rossa con struttura in tubi inox, design da modernariato elegante;  sgranocchiano pop corn (come d'uso oramai nelle multisale), se lo lanciano addosso l'un l'altro, mentre dall'alto un totem contenente tanti schermi d'ogni dimensione trasmette tumultuosamente un caleidoscopio di immagini. Pare un ricordo della tournée di Growing up di Peter Gabriel. Chiamalo, se vuoi, capitalismo, dice il regista. 

Il suggello di una vana inutilità di idee si affianca alla scelta di costumi 'di tutto un pop' a firma dello stesso regista Villalobos; le forme curvy di Turandot sono accentuate da un tailleur pantalone aderente bianco (l'unica 'algidità' percepibile della principessa) che la costringe a movenze a metà tra Betty Boop, Bette Midler e Dolly Parton (il tutto pacchianamente arricchito da una parrucca lunga biondo platino, quasi albina); la (povera) Liù è una (pallida) imitazione di Lara Croft (chiamalo, se vuoi, capitalismo, che ha sottoprodotto il mondo dei videogames...), Altoum, dal marcato aspetto androgino, ha una lunga parrucca platinata (tale padre, tale figlia), una casacca frangiata che ricorda gli hippies anni Sessanta, stivaletti rossi (nulla a che spartire con Michael Powell e Emeric Pressburger, ovviamente): un improbabile ideale rimando ad Antony and the Johnsons (nome ispirato a Marsha P. Johnson, il travestito newyorchese che nel 1970 fondò la casa di accoglienza per travestiti STAR.). Ping, Pang e Pong hanno ora delle tute laminate oro e argento, ora giacchetta e shorts che fanno tanto Richetto (e solo chi ricorda Mago Zurlì può intendere). S'è citato Squid Game, la serie Netflix, a proposito delle guardie che controllano che ogni cosa fili per il verso giusto, in quanto indossano una tuta rossa con le bretelle nere; s'è citato (molto a sproposito) persino Blade Runner. In fondo, distopia, narrazione, resilienza sono parole che spesso si usano per ammantare di 'tono' ciò che tono non ha. Per tacere della (bella) scena invasa da ossa e teschi, purtroppo lanciati disinvoltamente da Ping, Pang, Pong con con buffi effetti di rimbalzi.

Il suggello dell'inutile vanità di Villalobos appare nel finale dell'opera: una conclusione stracciona, fangosa, irriverente, ridicola, antidramamturgica. Liù è morta: il suo cadavere sta tra Calaf e Turandot, che nel loro duetto finale tendono verso un (quasi e momentaneo) risolutivo bacio. Ma Liù risorge. Si dirige verso il fondo scena, si spoglia dei suoi abiti da sorellina di Indiana Jones, si toglie gli anfibi, sale lungo l'impalcatura, indossa un accappatoio, tira fuori un cellulare, effettua una chiamata. Dopo un po' (Turandot e Calaf continuano con le note di Alfano, imperterriti) arriva un rider con tanto di cibo da consegnare; sembra confuso, smarrito, sale lungo le scale della struttura semicircolare, consegna il cibo a Liù, i due fanno un po' tira e molla, poi lui torna indietro, fanno del sesso (alla buona: pare la scena sia stata 'ammorbidita' dopo la generale), lei gli lancia dei soldi, lui va via, ritorna sul proscenio (Turandot e Calaf continuano il loro duetto), si toglie il berretto, il giubbotto, ecco la chioma platinata, il rider altri non è se non Altoum. Chiamalo, se vuoi, capitalismo, dice il regista. E Calaf ? Lascia Turandot, sale sull'impianto scenico, si affaccia dall'alto accanto a Liù e si gode gli ultimi secondi dello spettacolo.

Si spengono le luci, si smorza un fuoco fatuo, durato il tempo di una imbarazzante Turandot.

Ewa Plonka è oggi una tra le Turandot più richieste. Da Los Angeles a Madrid, da Amburgo alla Scala, a Londra, possiede appieno e spavaldamente il ruolo. Forse troppo ? A tal punto di poter alternare le recite a Cagliari, nella stessa settimana, con recite come Elisabetta di Valois in un Don Carlo (senza la 's') alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino? È andata bene, ma forse un'artista meno globe trotter avrebbe offerto maggior cura interpretativa. Una protagonista che ha da essere «bellissima, impassibile», che deve trovare ogni giusta sfumatura, dolente, rassegnata, malinconica (“Principessa Lo-u-Ling, ava dolce e serena, che regnavi nel tuo chiuso silenzio, in gioia pura “) e che invece lancia luminose lame di suono, rilucenti, sì, sfavillanti, sì, ma prive di qualsivoglia rapporto con la parola. C'è un trauma, alla base; c'è una psiche contorta così ben raccontata dal teatro europeo, da Ibsen a Strindberg; c'è una pulsione sessuale repressa ben sviscerata da Freud e seguaci; e Puccini, genio assoluto, sa come sottolineare, dietro la parola “uomo”, il dolore acuto che sottende al canto di Turandot (da sottolineare lo splendore timbrico dei due violoncelli solisti). Gamba sa trovare, per l'ingresso della Principessa (e per il dipanarsi della sua narrazione), una gamma di colori e di dinamiche che avrebbero meritato una voce più in sintonia con la sua cura strumentale, qui particolarmente attenta. Ma anche nel finale (l'Alfano II, quello imposto da Toscanini. A proposito, e se dopo venticinque anni, giusto per andare “Oltre”, anche a Cagliari si fosse optato per la versione Berio?), Ewa Plonka persiste in bordate potenti, e potentemente inespressive. 

In direzione di un cast “Oltre” era stato annunciato il Calaf di Yusif Eyazov, con Francesco Pio Galasso nella seconda compagnia. Senza alcuna spiegazione, in seguito, il nome di Eyazov è sparito da comunicati e locandine, Galasso è passato a primo cast, si è aggiunta la presenza di Marco Berti (come per Turandot, la Plonka, impegnata anche a Berlino per Verdi, s'è vista sostituire per alcune date da Courtney Mills, con Kristina Solar per il secondo cast). Se ricordiamo che analoga situazione si era verificata per Norma (Saioa Hernandez annunciata, poi sostituita dalla Torbidoni prevista in secondo cast; direzione di Così fan tutte affidata a De Marchi per indisposizione del previsto Sardelli), forse una migliore cura informativa agli abbonati sarebbe cosa giusta.

Galasso, quindi. Che ha Calaf in repertorio, assieme a Pollione, Manrico, Cavaradossi, Enzo Grimaldo, Turiddu. Timbro di morbida limpidezza, registro acuto sicuro, ma la voce appare poco proiettata, spesso sovrastata dall'orchestra; pessima chiusa non rispettosa della partitura del “Nessun dorma”, apprezzato lo sfumato e curato “guardi le stelle che tremano d'amore, e di speranza”. Nell'insieme, tuttavia, forse anche per l'impostazione voluta da Villalobos, un Calaf giovanile e spaventosamente imbranato.

Ben riuscite tutte le altre parti: a partire dall'applaudita Liù di Maria Novella Malfatti, ad onta di una caratterizzazione eccessivamente pugnace e aggressiva; di grande effetto il si bemolle in pianissimo in “Perché un dì, nella reggia, m'hai sorriso”.

Eccellenti Ping, Pang, Pong (Vincenzo Nizzardo, Valentino Buzza, Mauro Secci), sia vocalmente sia scenicamente; di grande forza scenica e vocale il Timur di Shi Zong (quanti avranno capito che il suo togliersi la parrucca e ritrovare la vista era un back to the past?). Funzionale, nonostante il travestimento, l'Altoum di Marcello Nardis (anche Principe di Persia); completavano il cast il Mandarino di Lorenzo Mazzucchelli e le due ancelle di Maria Grazia Piccardi e Martina Serra.

Il coro? Qualcosa non è andato per il verso giusto; forse a causa delle scelte registiche, forse per un rapporto con la buca che privilegiava l'orchestra rispetto alle voci. Il maestro del coro Giovanni Andreoli firma qui il suo addio al Lirico di Cagliari.

Ancora sullo spettacolo: le scene di Emanuele Sinisi avevano l'impianto fisso di una struttura tubulare a semicerchio; un anfiteatro già visto (allora luogo teatrale ligneo) in Andrei Serban, con  anche lì larghe strisce di seta rossa calate dall'alto (qui a Cagliari si sono usati effetti luminosi, ma sempre quello è). Una struttura che sarebbe stata buona anche per Da una casa di morti di Janáček o per Boris Godunov, per dire. Ricordando, peraltro, che anche David Poutney aveva usato per la sua Turandot strutture a tre piani con scale di ferro. Luci (irrisolte) di Felipe Ramos, Cachito Valles firmava i contenuti multimediali (compreso un occhio proiettato alla Man Ray su un'antenna parabolica al primo atto – l'occhio di Turandot ? - antenna parabolica poi nell'atto seguente rovinosamente caduta - chiamalo, se vuoi, capitalismo, dice il regista). Cancellato il previsto apparire di Puccini nel finale dell'opera (roba che s'è vista nelle regie di Henning Brockhaus o di Pet Halmen).

Una nota. Alla generale, alla prima e ad alcune recite successive (non quella qui recensita) il pubblico ha manifestato sonori dissensi. Sì. Lo stesso pubblico che ha applaudito direttori come la Venezi e Mastrangelo, le regie di Albanese e Garattini, e cast a volte davvero imbarazzanti. Così va il mondo.

Una nota, la seconda. Era l'occasione per ricordare i cent'anni dalla prima esecuzione della Turandot di Giacomo Puccini, opera non rara nelle stagioni del Lirico di Cagliari: a cui si è aggiunto un (imbarazzante) flash mob con cantanti e pianoforte tra trolley e viaggiatori distratti all'aeroporto di Elmas. 

“Oltre” è il titolo dato a questa prima stagione firmata dal neosovrintendente e direttore artistico Andrea Cigni: chissà, forse si poteva degnamente celebrare un altro anniversario mancato, i 200 anni dalla nascita di Weber. Magari con la sua Turandot, le musiche di scena composte nel 1809. per accompagnare l'adattamento teatrale di Friedrich von Schiller della celebre fiaba di Carlo Gozzi.

Sarà per un'altra volta ?

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