L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Strauss, perfezione provenzale

di Francesco Lora

Trionfo annunciato e memorabile per Die Frau ohne Schatten al Festival d’Aix-en-Provence, spettacolo vertiginoso con regìa di Barrie Kosky, scene di Michael Levine, concertazione di Klaus Mäkelä e una compagnia di canto eccezionale, dominata da Vida Miknevičiūtė, Ambur Braid, Nina Stemme, Michael Spyres e Brian Mulligan.

AIX-EN-PROVENCE, 6 luglio 2026 – Al Festival d’Aix-en-Provence hanno semplicemente deciso di mettere in piedi lo spettacolo operistico dell’anno, e il miracolo – basta, si fa per dire, avere l’idea e l’arte – è stato fatto: cinque vertiginose recite esauritissime da mesi, dal 3 al 15 luglio nel Grand Théâtre de Provence, della Frau ohne Schatten di Richard Strauss, ossia quel capolavoro mastodontico e temutissimo, enigmatico (sin dal titolo: alla fine qual è, tra due candidate, la donna senz’ombra?), con parti vocali del sesto grado e una strumentazione enciclopedica, il quale si vede in giro solo in caso di festa grande e vale come precetto per il melomane internazionale. S’inizi a immaginare – ciò detto – una lettura che ribalta le più altamente referenziate abitudini, e valida come una generazione di salto in avanti nella (favolosa) storia esecutiva di quest’opera. Il nuovo allestimento ha regìa e scene, rispettivamente, di un Barrie Kosky e un Michael Levine al sommo apice del genio, costumi di Victoria Behr, luci di Franck Evin e drammaturgia di Antonio Cuenca Ruiz. Sconvolge. Snello in ciò che lo forma visivamente – leggi: la capacità di trarre un mondo da risorse ridotte al minimo – esso attua una recitazione ora di suggestività pittorica e ora di qualità cinematografica, alimentando plurime chiavi esegetiche. I primi venticinque minuti dell’opera sono risolti non altro che con una sedia a dondolo nel buio, rullante mentre la Nutrice imbastisce, come una nonna col suo libro di fiabe, il dramma in avvio; dalla stessa scatola nera si sfila poi una casa del tintore che vale anche come città degli uomini, poi l’onirica, superba visione dell’Imperatore su un cavallo che dondola sopra lame a mezzaluna, e quando il gioco inizia a divenire prevedibile, tutto cambia in una luminosa vasca bianca, ove, per paradosso, sembra divenire impossibile il ritrovarsi di Barak e della Moglie: ecco forse la più delicata, analitica, commovente restituzione della coniugalità fra quante se ne siano viste inscenare durante una vita da melomane. Quanto più sembra disinvolta la rivisitazione registica, però, tanto più si stupisce nel rintracciarvi una sostanziale aderenza alla didascalia originale. E se qualcosa va pur raccontato, questa rimane una lettura da vivere: la si rivedrà in future stagioni della Monnaie di Bruxelles e dell’Opera nazionale di Atene. Resta invece legato alla sola Aix l’esito della specifica parte musicale, in capo alla quale debuttava Klaus Mäkelä, il concertatore stacanovista che finora ha fatto strame d’impegni sinfonici ma all’opera si è dedicato assai scarsamente e fra scossoni di repertorio: Die Zauberflöte di Mozart, A kékszakállú herceg vára di Bartók, Antigone di Dusapin e null’altro fino a questa Frau ohne Schatten, che assume dunque un ruolo singolare nell’illustrare e promettere le attitudini teatrali del trentenne direttore. Egli agisce con sfolgorante circospezione, affidandosi nelle inflessioni sceniche all’esperienza – raddoppiata da Kosky – di una compagnia di canto eccezionale nei suoi elementi come nel lavoro di squadra, e sostenendo sottilmente tale compagnia sul versante squisitamente musicale: un’azione nient’affatto pilatesca, la sua, bensì integrata, al cospetto di un testo con responsabilità alquanto distribuite, con quella dei grandi artisti che lo circondano. Decisivo ai peculiari esiti fonici è il concorso non di una rombante compagine germanica, col sontuoso velluto degli archi, il vigoroso articolare dei legni e il grandioso scoppio degli ottoni, bensì dell’Orchestre de Paris, la quale si esprime più per disegno nervoso, trasparente e leggero – atipico nella Frau ohne Schatten di casa a Dresda, Monaco e Vienna – che non per pennellate dense, cariche, doviziose e trascinanti. È come se lo chef stupisse con un risotto per il quale si sia avvalso – in barba alla cremosità, puntando su tutt’altro – non di un facile Carnaroli ma di un insolito Ribe: funziona strabene ed escono allo scoperto, spontaneamente, dettagli nascosti della straripante partitura. Due bémols: una sgradevole abbondanza di vetusti tagli di tradizione, per un ammontare di circa venti minuti d’ascolto, e lo sconcertante ricorso a un coro pre-registrato – così è parso – anziché fisicamente partecipante dal vivo. Si diceva di una compagnia di canto eccezionale, e tanto più interessante poiché riunita con interpreti non prevedibili e impreziosita da due debutti importanti. Il primo debutto è quello di Nina Stemme, già un riferimento per la parte della Moglie del tintore e ora passata a quella della Nutrice, un poco più clemente dal punto di vista estensivo ma ancora più esigente in fatto di subdolo frastaglio psicologico e di tonnellaggio vocale da scatenare intatto: la prova è generosa, l’esito è glorioso. Il secondo debutto è invece quello di Michael Spyres, ormai irreversibilmente attratto – ai rossinofili tocca farsene una ragione – dall’oneroso teatro di Wagner, Strauss e Pfitzner: il suo Imperatore è chiaramente teso a una sfumata, trepida, inedita, gradita alternativa rispetto al metallico Heldentenor assestato dalla tradizione. Vida Miknevičiūtė teme e talvolta schiva o fallisce le note sopracute disseminate sadicamente nella parte dell’Imperatrice: al netto di ciò, vanta calibro, colori e slancio ideali al ruolo, con una modernità di presenza scenica mirabilmente adeguata al processo di umanizzazione del semidivino, astratto, celestiale personaggio. Per realismo attoriale di volta in volta veemente, disperato o palpitante, attraverso una scrittura ai confini dell’espressionismo senza rete, s’impone a un grado non inferiore la svettante, smaltata, simpatica Ambur Braid quale Moglie del tintore: un soprano attualmente all’apice della carriera e da tenere sotto attenzione. Con esattezza di equilibrato contrasto – la coppia dei tintori deve misurarsi con molto più confronto dialogico rispetto a quella imperiale – le sta accanto, quale Barak, Brian Mulligan, baritono di notevoli attitudini cantabili, con timbro rigoglioso, unite a un’espressività assai varia e all’erompere di un canto ad ampia risonanza. Di qualità la folta schiera di caratteristi e comprimari: in particolare Jean-Sébastien Bou come Messaggero, Tomasz Kumięga come Guercio, Daniel Miroslaw come Monco, Robert Lewis come Gobbo e Apparizione di un giovane, Ella Taylor come Voce del falco e Guardiano della soglia del tempio, Héloïse Mas come Voce dall’alto. Un trionfo annunciato e memorabile, siglato dal comune bisogno di passare il resto della serata tra amici ritrovati in teatro, per infervorarsi su un lavoro perfetto.

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