Del botteghino tu sei la schiava!
Assente dal Massimo di Palermo dall’anno del bicentenario verdiano, Aida di Verdi torna a tredici anni di distanza in un più che dimenticabile allestimento firmato da Mario Pontiggia e con un cast fortemente deficitario. Àncora di salvezza della produzione è la scaltrita bacchetta di Daniele Callegari.
Palermo, 31 maggio 2026 - Se si dovesse indicare un titolo operistico verdiano fortemente legato al Teatro Massimo di Palermo – a parte Falstaff che lo inaugurò nel 1897 – non viene in mente che Aida, opera che ne segnò la riapertura nel 1998 e che è poi ritornata in occasioni celebrative con la produzione del 2008 per l’ultima presenza palermitana di Franco Zeffirelli (a rimontare di persona lo storico spettacolo scaligero del 1963) e l’elegante produzione minimalista del 2013, in occasione del bicentenario verdiano. A tredici anni di distanza il sonoro Messaggero di allora s’è fatto oggi Radamès dai mezzi cospicui e saldi, che Angelo Villari amministra senza troppe finezze ma con efficacia nella quadratura complessiva. Dalla produzione di Zeffirelli giunge anche la protagonista Maria José Siri, allora notevolissima in scena (in terza compagnia, con lusinghieri esiti) ed oggi caratterizzata da una linea di canto assai stentata, oltreché costantemente giocata di rimessa: che peccato! C’è poi nei panni di Amneris la fine musicista che è Daniela Barcellona, però non poco affaticata a domare il proprio strumento: l’enorme fatica del legato in «Ah! Vieni amor mio» nella scena del boudoir, a tutto discapito dell’intelligibilità testuale, si riscatta solo parzialmente in un vigoroso quarto atto. Sicché di notevole nel cast, oltre la perentorietà di Radames, non rimane che la rassicurante professionalità di Claudio Sgura alle prese con Amonasro.
Se più che apprezzabili risultano la Sacerdotessa di Anna Ryabenkaya e il Messaggero di Andrea Schifaudo, converrà invece sorvolare sui bassi Giovanni Battista Parodi e Manuel Fuentes, rispettivamente impegnati come Ramfis e Re.
Il nuovo allestimento di Mario Pontiggia (in coproduzione con Zagabria e Debrecen) con l’elementarità bidimensionale delle brutte paraste semoventi di Antonella Conte, gli sgargianti costumi di Ilaria Ariemme e il basilare disegno luci di Andrea Ledda, di “nuovo” presenta solamente un’anacronistica inversione tendenza verso l’archeologia teatrale non supporata però dall’opulenza, dall’intelligenza e dalla classe di Zeffirelli. In sintonia con la fallimentare cifra visiva dello spettacolo si pongono le coreografie di Luigia Frattaroli.
Quasi paradossalmente la cosa migliore dello spettacolo è la direzione di Daniele Callegari, ossia l’unica scelta artistica non meditata per tempo, figlia del contingente esonero in corsa del già designato Frédéric Chaslin. Il maestro milanese si rivela invece vera e propria àncora di salvezza della serata, conducendo il discorso musicale con una sapiente giustapposizione fra ideali artistici, pragmatismo e solidità tecnica di grande mestiere (quello con la emme maiuscola). Lodevole è la presa sulle masse artistiche del teatro, che egli conduce con giusto piglio verdiano, senza mai scadere in effetti bandistici. Eccettuato qualche scollamento con l’orchestra sul palco, il controllo della buca è ineccepibile, così come il sostegno dei solisti; ed anche la prova del coro istruito da Salvatore Punturo è nettamente più controllata che in altre recenti occasioni. Infine c’è la scaltrita sapienza del navigato uomo di teatro che si palesa allorquando sa sopperire alla fiacchezza di qualche prova solistica o al kitschdi qualche tableau, dando subito l’attacco successivo, senza che il pensiero dello spettatore possa troppo soffermarsi su quanto appena visto o udito: chapeau maestro!
L’ultima delle ben nove recite (di cui si riferisce) è sold out, al pari di tutte le precedenti: sicché questa Aida passerà agli annali del Teatro Massimo come memorabile almeno per il botteghino.
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