Dalla perla al repertorio
Torna a Macerata Il barbiere di Siviglia nella produzione del 2022, che dal cristallino equilibrio del debutto entra ora nel repertorio con una locandina quasi completamente rinnovata fra solide qualità, sorprese dell'ultimo momento e qualche impoverimento.
MACERATA, 24 luglio 2026 - A Macerata nel 2022, a Jesi nel 2023, a Pesaro nel 2024, ad Ascoli, Fermo, Fano e Ancona nel 2025 e ancora a Macerata nel 2026. Per fortuna nel 2027 non si vedono all'orizzonte nuove produzioni del Barbiere di Siviglia nelle Marche! Non si può dire che in cartelloni che prevedono in media forse tre titoli all'anno la fantasia abbia regnato sovrana negli ultimi anni, pur considerando l'imperitura attrattiva del capolavoro rossiniano e dei confronti ravvicinati. Non possiamo render conto della produzione jesina, che ci sfuggì per sovrapposizione con altre trasferte, ma fra le altre si dovrà ricordare almeno l'appagante varietà estetica fra il classicismo sofisticato e sottilmente ironico di Pizzi (Pesaro), l'essenzialità teatrale di un Michieletto (Rete Lirica e Ancona) al suo meglio, tutto centrato sul lavoro attoriale e sul ritmo con un'attrezzeria minima, l'inventiva spumeggiante e intelligente di Menghini (Macerata); ricorderemo la concertazione sopraffina, vitale e scevra da ogni effettismo, di Bonato allo Sferisterio con un cast di magnifico affiatamento; la resa musicale più opaca del Rof, sotto la guida di Passerini, dove hanno brillato solo Lepore e Pertusi; il dinamismo ben ponderato di Brusa con un cast giovane e vivace in tournée regionale.
Oggi fa un certo effetto chiudere il cerchio e tornare là dove era partita questa serie di Barbieri marchigiani. Il ricordo di una delle più belle edizioni dell'opera viste negli ultimi anni, smagliante per freschezza, teatralità e forbitezza stilistica, è ancora ben vivo, con la sua combinazione di incontri felici, con il solo limite - almeno per la presenza critica, giacché lo Sferisterio era sempre pieno e festoso - di un calendario che quell'anno diluì in maniera assurda le tre produzioni.
La fortuna, bisogna dirlo, sembrava essersi messa di traverso in questa ripresa, con il direttore designato, Gianluca Martingenghi, costretto a rinunciare a ridosso della prima per gravi problemi familiari (a lui tutti i nostri auguri). In una situazione non semplice, però, la dea bendata, almeno sul fronte rossiniano, si è mostrata benevola: Jacopo Brusa, che aveva diretto Il barbiere di Siviglia sempre con la Form in buca nell'autunno scorso era libero e disponibile a salvare la situazione. Grande professionista ed esperto di Belcanto, in un paio di giorni ha saputo prendere in mano la situazione, controllare gli spazi, offrire una lettura efficace imprimendo anche un passo agogico personale. Quel che non ha funzionato, non può essere imputato a lui: benché la produzione nel 2022 fosse nata nel rispetto dell'integralità del testo, questa ripresa era stata impostata con una serie inspiegabile di taglietti interni ai numeri musicali, alcuni dei quali non capitava di sentire da qualche lustro (e men che meno con Brusa stesso in altre occasioni). Si salva comunque, perché fondamentale nella regia, la grande aria finale del Conte. Altro aspetto che purtroppo non ha contribuito a esaltare la commedia è stata la realizzazione dei recitativi, piuttosto sbrigativi nel canto e quasi travolti dalla tastiera (non cembalo, non fortepiano: uno strumento digitale dal suono invasivo non proprio gradevole) iper fiorita di Claudia Foresi (al continuo anche nel 2022 con ben altri gustosi risultati), per di più privata del necessario completamento con il violoncello, che invece faceva il suo dovere quattro anni fa. Anche questa una scelta fatta ab ovo per questa ripresa di cui un direttore subentrato all'ultimo non può avere responsabilità e, anzi, Brusa si distingue per l'elasticità con cui ha saputo condurre in porto lo spettacolo.
Il cast è già sulla carta di vaglia e lo si attendeva nel confronto con i predecessori non tanto per una banale quanto assurda classifica di talenti, quanto per la necessità di fare propria una produzione che sembrava indissolubilmente cucita sui primi interpreti. Ciascuno porta la propria personalità e le proprie doti, è ovvio, e con il sostegno di Menghini, sempre presente nel ricreare il suo lavoro con nuovi artisti, la regia si è rinnovata con piena naturalezza, lasciando a ciascuno il giusto spazio.
Raffaella Lupinacci, di recente così ben versata a un florido cantabile donizettiano, non dimentica le sue radici rossiniane con una Rosina dal bel timbro ambrato, nitida nell'articolazione e ben calibrata nell'accento, credibilissima nell'evolversi da uccellino in gabbia ad adolescente scalpitante e a donna padrona del proprio destino che alla fine fugge dalla nuova gabbia di un matrimonio troppo frettoloso. Impagabile seconda donna dall'aria felliniana, più che semplice cameriera, è, poi, la Berta di Giulia Mazzola, cantante e attrice spiritosissima.
Sostituire due mostri sacri d'arte e personalità come Roberto De Candia e Andrea Concetti come Bartolo e Basilio non è impresa da poco, ma Marco Filippo Romano, sapido teatrante dalla voce ben timbrata e sempre a fuoco, e Riccardo Fassi, al solito elegante ed omogeneo nell'emissione, non si atteggiano a meri epigoni e confermano le rispettive qualità nei panni del chirurgo estetico delle dive, volto televisivo e dietro le quinte tirannica eminenza grigia dello showbiz, e del metallaro in disarmo, finito con finta trasgressione a condurre reality con coppie e calunnie. Resta più in ombra il Figaro di Grisha Martyrosian, sempre corretto ma lontano dal carisma che la parte esigerebbe. Ricordiamo, poi, il Fiorello di Valerio Morelli, l'ufficiale di Davide Filipponi, gli interventi puntuali del Coro Bellini diretto da Christian Starinieri. L'unico nel cast originario a tornare anche quest'anno è Ruzil Gatin, conte d'Almaviva che come da copione (ma non da tradizione) è il vero motore della commedia: il potente rivale di Don Bartolo si diverte a corteggiare Rosina con intrighi e travestimenti che prontamente risolve, nei momenti critici, con il potere del rango e dell'oro. Tanto autoritario nella sua vera identità, quanto esilarante nelle maschere del tenero Lindoro o dell'hippy Don Alonso, deve solo fare i conti con il confronto con sé stesso e una gestione della coloratura che risulta in questa serata un po' più macchinosa rispetto ad altre occasioni.
Ambrogio quest'anno è Marco Caudera, scisso dalla figura dello Zanni/Arlecchino con cui era identificato nel '22 (Mauro Milone ne vestiva i panni) e il cui interprete attuale resta ignoto. Resta comunque, la nostra maschera, una figura chiave, una sorta di misterioso osservatore e deus ex machina che collega la Commedia dell'Arte al mondo televisivo contemporaneo in cui Menghini e la sua squadra (scene di Davide Signorini, costumi di Nika Campisi, video di Stefano Teodori e luci di Simone De Angelis.) collocano la vicenda. L'azione è rutilante, ricchissima in tutto lo spazio dello Sferisterio, ma non ci si limita a un tourbillon di trovate: il senso è ben più profondo e riguarda l'essenza della drammaturgia rossiniana, in cui ogni personaggio recita, ma, alla fine, proprio quelli che appaiono più intraprendenti e volitivi - Rosina e Figaro - lo sono più a parole che a fatti, abilissimi a "vendersi" come scafati influencer. Viceversa, a muovere le fila dell'azione è la contrapposizione fra l'autorità del nobile e quella del professionista alto borghese, con la vittoria del conte che agisce nell'ombra sul controllo più ostinato e palese del medico. Questo nodo si sviluppa con ironia e abili ammiccamenti alla cultura pop, da Boris a Sensualità a corte, gestiti con una consapevolezza che garantisce il buon gusto e sa rinnovarsi. Per esempio, se quattro anni fa la cornice metateatrale ricordava la storica diretta televisiva del Barbiere del 1980 con la celebre papera "Sferisferio", oggi, nella ripresa, non è più necessario ricollegarsi a quella che era l'ultima produzione maceratese prima di un silenzio di oltre quarant'anni: si guarda all'oggi, al mondo composito degli influencer culturali e a chi utilizza gli strumenti in instagram e tik tok per parlare di cose serie. Così appare in scena Valentina Anzani, che sul web è nota per i contenuti vivaci ed esuberanti dai teatri italiani, ma di cui forse non tutti conoscono per i notevoli studi sul castrato Pistocchi e la scuola di canto bolognese del XVIII secolo.
Sferisterio pieno, pubblico divertito e soddisfatto, applausi immancabili sulle ultime battute di ogni numero. Così una produzione nata come una gemma rara entra in repertorio.
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