Voci di donne
Il dispiacere per l'indisposizione di Marta Torbidoni si trasforma nell'occasione per il bel debutto allo Sferisterio di Martina Gresia in un Trovatore discontinuo anche a causa della bacchetta di Dmitry Jurowski, ma sostenuto anche dall'Azucena di Sofija Petrovič e dalla regia di Francisco Negrin.
MACERATA, 25 luglio 2026 - Inutile specificarlo: scorrendo la locandina del Trovatore in scena al Macerata Opera Festival, quel che balzava all'occhio come motivo d'interesse era la presenza di Marta Torbidoni come Leonora. Protagonista per il terzo anno consecutivo, dopo Norma e Macbeth, il soprano cresciuto nelle file del Coro lirico marchigiano e ora di casa alla Scala è una “star di famiglia” che fa sempre un grande piacere ascoltare allo Sferisterio. Anzi, essendo nata a Montemarciano, in provincia di Ancona, ed essendo oggi la cantante più meritatamente in vista della regione, ci si chiede come sia possibile che il capoluogo abbia buttato via l'annuncio dell'apertura dell'anno come Capitale Italiana della Cultura affidandosi a un crooner settantenne e vocalmente in disarmo invece di puntare sul proprio patrimonio e farne la madrina e l'ospite d'onore per un serio galà dedicato alla cultura musicale marchigiana. Misteri...
Il motivo d'interesse, dunque, è il nome di Marta Torbidoni in uno dei capisaldi del suo repertorio. La delusione serpeggia quando l'enfatico annunciatore ci informa di una sua indisposizione, ma la mestizia si mitiga nel momento in cui si intende il nome della sostituta, Martina Gresia. Ignota a molti, questa sera, aveva lasciato in chi scrive il bellissimo ricordo della sua Norma lombarda del 2022 [Brescia, Norma, 30/09-02/10/2022, Como, Norma, 16/10/2022] e una gran voglia di riascoltarla. Gresia coglie l'occasione e non delude: prende con la giusta cautela le misure del debutto – aveva sostenuto alcune prove come cover, ma apparire davanti a un'immensa platea a cielo aperto con migliaia di persone non è mai cosa da poco –, mostra sicurezza e quel sano canto di scuola italiana che si basa su un'articolazione chiara e limpida del testo, mantenendo salda l'emissione sul fiato sia nell'espansione cantabile, sia nei passi di coloratura, sfumando dove necessario senza perdere corpo e proiezione. L'inconveniente si trasforma in occasione e ci auguriamo di ritrovare presto sia Torbidoni sia Gresia a meritare e offrire sempre maggiori soddisfazioni.
Nessuno stupore, invece, per l'assenza di Piero Pretti, che era impegnato alla Scala fino al giorno successivo all'Anteprima giovani di questo Trovatore. Lo sostituisce Haiyang Guo, che ha sostenuto le prove e al quale sarebbe spettata l'ultima recita: il giovane cinese ha senz'altro un potenziale che merita di essere coltivato e tiene immediatamente a dimostrare di avere gli acuti in tasca, anche se poi la Pira, ampiamente tagliata come il resto dell'opera, non si chiude esattamente al fulmicotone, si tocca il do e via. Manrico, però, non è solo nelle puntature – che peraltro Verdi nemmeno ha scritto – e come musicista e interprete Guo è ancora molto, troppo acerbo, spesso disordinato, impegnato nella ricerca del suono vocalico più utile e coperto, talora intemperante nell'espressione. Mantenere l'orribile tradizione che non permette a Leonora di cantar sola, come avrebbe voluto Verdi, l'ultimo "Sei tu dal ciel disceso | o in ciel son io con te" serve solo a rafforzare l'idea che Manrico sia poco intelligente e andrebbe oggi proibita senza se e senza ma. Insomma, c'è ancora da studiare, come senz'altro dovrà sempre fare, con la debita cura, anche Simone Fenotti, che però nei panni di Ruiz si fa subito notare per la vocalità precisa e luminosa foriera in interessanti sviluppi.
Il guaio è che la bacchetta di Dmitry Jurowski non aiuta granché nessuno, né in buca né sul palco, attua una serie di tagli ormai anacronistici, si limita a far da metronomo con un passo rilassato che pare impermeabile a ogni colore, dinamica, urgenza drammatica ed emotiva, tant'è che alla fine tutto si poggia, oltre che su singoli artisti, sulla professionalità dei complessi stabili, la Form Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro lirico marchigiano Vincenzo Bellini, preparato da Christian Starinieri, cui si unisce come complesso di palcoscenico l'AMS – Helvia Recina Ensemble.
Soprattutto, Jurowski non cerca una qualche linea comune, un'omogeneità di stile e intenzioni che faccia del cast una squadra e non una serie di nomi. Così a un Manrico a volte troppo impulsivo si affianca il Conte di Luna di Vito Priante, vale a dire un musicista abituato a lavorare di cesello, nato fra Vivaldi e Mozart, ora sempre più addentrato nell'Ottocento, ma per il quale è ovvio che, ancor più all'aperto, sarebbe stato importante trovare la complicità di una bacchetta che ne valorizzasse i meriti. Invece, sul palco pare viga solo l'iniziativa personale, che può essere anche ottima, ancorché non omogenea. Per esempio, è ottima anche l'Azucena di Sofija Petrovič, che non solo ha una bella vocalità che attraversa con naturalezza le asperità della parte e si proietta sicura negli spazi dello Sferisterio, ma è un'interprete vera, che trova colori allucinati e accenti vibranti, restituisce una figura di donna nel pieno della sua vitalità (consideriamo che se Manrico è poco più che adolescente, lei pure non sarà una vecchia megera) consumata nella mente dai roghi della madre e del figlioletto, sinistra, affascinante e umana. Non altrettanto significativo il Ferrando di Dongho Kim, cui pur spetterebbe il ruolo chiave di memoria storica dell'intricata vicenda, mentre nei suoi brevi interventi si fa notare positivamente l'Ines di Alessia Camarin.
Non è una novità, né una sorpresa, ma alla fine un punto di forza non indifferente lo spettacolo nato allo Sferisterio nel 2013 con la regia di Francisco Negrin (ripresa di Angela Saroglou), scene e costumi di Louis Désiré, luci di Bruno Poet. Poco importa se qualche momento d'azione risulta un po' macchinoso: si riconosce una coerente linea estetica, un'eleganza indirizzata a un racconto che in immagini astratte e suggestive non rinuncia a elementi chiave come il fuoco e la notte, sottolineando in maniera davvero acuta non solo l'incombere dello spirito della madre di Azucena, ma anche del figlioletto arso invece di Manrico e a cui lei spesso si rivolge (e pazienza se è un po' grandicello, lei nel suo delirio lo vede così; quanti figli di Butterfly dimostrano effettivamente i tre anni canonici?).
Alla fine si riconferma un sacro principio: il cuore dello spettacolo sta nel lavoro di direttore e regista, che permettono agli interpreti di dare il meglio di sé in una linea comune. Se questo rapporto chiave viene a mancare e, come in questo caso, la bacchetta latita, potremo apprezzare – anche moltissimo – singoli elementi, ma più che altro con la speranza di ritrovarli presto e spesso in futuro.
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