L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Muro su muro

di Roberta Pedrotti

Nella giornata in cui le Marche festeggiano il riconoscimento UNESCO per otto dei suoi teatri va in scena la seconda recita di Nabucco, nella nuova - dimenticabilissima - produzione di Paul-Émile Fourny, con la direzione di Fabrizio Maria Carminati e Anastasia Bartoli come Abigaille.

MACERATA 26 luglio 2026 - Nuova produzione 2026, titolo inaugurale dell'estate allo Sferisterio, in questo secondo weekend del festival maceratese Nabucco capita ultimo e obbliga anche a tirare le somme, a partire proprio dalla novità dell'allestimento firmato da Paul-Émile Fourny in coproduzione con Jesi. Nella città di Pergolesi da qualche anno il regista e direttore artistico dell'Opèra di Metz è di casa, tant'è che verrebbe da definirlo de facto artista in residence. Al di là della prospettiva di collaborazioni e scambi, però, non si ravvisa in effetti la necessità di vederlo così spesso in locandina, né il debutto nello spazio aperto migliora l'idea che avevamo di un regista ordinario, che punta su qualche intuizione iconografica o ispirazione gotica e sconta qualche impaccio tecnico.

Già vedere l'elemento scenico di per sé più suggestivo e caratterizzante dello Sferisterio – il grande muro sul fondo – coperto da teli per proiettare altre mura ha una logica difficile da capire. Per di più gli effetti dei video di Mario Spinaci sono così spettacolari che quasi non ci si accorge che Dio scagli fulmini o faccia crollar templi (nel finale tutti cantano stupefatti “Divin prodigio” perché un fondale di magma incandescente è sparito e sono apparse delle macchioline grigie?). Fourny manca del coraggio di fare un Nabucco veramente oratoriale, solenne e ieratico come il testo pur ammetterebbe senza temere accuse di staticità, ma richiedendo semmai ben altro lavoro su video, luci e costumi. Così, invece, si evidenza tutto il suo disagio nella gestione di soli, coro e figuranti, ai quali, peraltro, sarebbe stato opportuno ricordare che durante i bis non si ripete anche la scena e non avrebbero dovuto riprendere a rotolarsi avanti indietro per terra durante il secondo “Va' pensiero”.

Quel che si vede (citiamo anche le scene di Benito Leonori, i costumi di Giovanna Fiorentini, le coreografie di Giorgia Leonardi e le luci di Ludovico Gobbi) è insignificante e quando non lo è sarebbe meglio lo fosse stato.

Sul piano musicale in questa seconda recita almeno Fabrizio Maria Carminati ci regala un po' di vita e senso drammatico dopo il letargico Trovatore di Jurowski e, rispetto alla tendenza di quest'anno a sforbiciare le partiture a destra e a manca, tende non solo all'integralità, ma addirittura a dar spazio a variazioni, che nella cabaletta di Abigaille sono particolarmente esuberanti.

Difatti, la presenza di Anastasia Bartoli in uno dei ruoli che più fan tremare le vene e i polsi di soprani, direzioni artistiche e spettatori costituiva il principale motivo d'interesse di questa produzione. Sembra quasi superfluo ripetere che ci troviamo di fronte a uno di quei rari fenomeni vocalmente superdotati che si gettano a capofitto in ogni parte con genio e sregolatezza. Anche a voler temere gli esiti a lungo termine di tanta audacia, abbiamo in simpatia, come Gianni Rodari, le cicale, che in realtà e in barba alla favola possono persino avere un ciclo vitale assai più lungo delle formiche. Tuttavia non si può negare che a tutta questa potenza – intesa anche come estensione e facilità innata – potrebbe giovare maggior controllo; Bartoli esalta in massimo grado istinto ed esuberanza, ma è una strada rischiosa che rischia il disordine e non sempre convince appieno al di là dello stupore immediato. Non a caso il momento che, alla fine, ricordiamo con maggior piacere non è la grande scena del secondo atto, bensì quella della morte, con il suo cesellato accompagnamento cameristico, pendant perfetto di “Immenso Jehova” che resta l'altra perla della serata e ci ricorda perché alla prima assoluta del 1842 fu questa pagina, e non “Va', pensiero”, a essere ripetuta a furor di popolo.

Il resto del cast rischia di essere travolto dalla centralità della primadonna, ma merita attenzione, a partire dal baritono Ariunbaatar Ganbataar, che ritroviamo dopo l'ottima impressione destata nella Giovanna d'Arco e il debutto come Jago passibile di qualche approfondimento, sempre a Parma. La voce è sempre pregevole; per colore, peso, estensione si adatta benissimo a questo primo Verdi, cui giova pure la dizione assai chiara, confermandosi elemento, se non ancora nel pieno della maturità artistica, assai promettente.

Alberto Comes appare ancora un po' acerbo di fronte alla solennità di cavata che ci si aspetterebbe da Zaccaria, ma lo affronta con cura e consapevolezza dei propri mezzi, doti che fanno ben sperare per il futuro. Se poi si fosse deciso di non abbigliarlo come un incrocio fra un jedi e Marlon Brando in Superman, ma valorizzandone la gioventù (chi dice che Zaccaria sia Matusalemme?), sicuramente lo si sarebbe aiutato.

A Laura Verrecchia fa senz'altro bene alternare le incursioni verdiane con un repertorio basato su Rossini e l'opera francese, come conferma questa Fenena, cantata con voce calda e accento nobile. Meno a fuoco l'Ismaele di Alessandro Scotto di Luzio, per il quale la scrittura verdiana appare decisamente troppo onerosa.

Nelle parti di fianco spicca ancora una volta Simone Fenotti, capace di mettersi in luce nei panni di Abdallo; nondimeno Alessia Camarin, Anna, sa farsi notare nuovamente anche con poche battute. Renzo Ran, sacerdote di Belo, completa la locandina con il coro Bellini preparato da Christian Starinieri e l'AMS – Helvia Recina Ensemble come banda di palcoscenico.

Mentre gli applausi procedono lentamente, tanto che se pur non mancano consensi per i singoli le uscite dilatate provocano imbarazzanti silenzi, chiudiamo, dunque, questa triade operistica maceratese 2026. Ci resta, su cui riflettere, il problema musicale legato a bacchette non sempre adeguate e a scelte di introdurre tagli oramai improponibili; ci restano due riprese di allestimenti innervati da una forte personalità e una nuova produzione dimenticabile nel giro di pochi minuti; ci restano cast con alcuni punti di forza, ma anche l'evidente necessità di vederli sostenuti e valorizzati dalla collaborazione fra direttore e regista, per essere progetti artistici e non trasformarsi in parate turistiche. A pochi passi dal Teatro Lauro Rossi, poi, la mente corre all'appena annunciato riconoscimento UNESCO per alcuni teatri condominiali (nati cioè per iniziativa di istituzioni locali e gruppi di privati) del centro Italia. Nelle Marche, con alcune assenze eccellenti, sono il Gentile da Fabriano (Fabriano), il Giovanni Battista Pergolesi (Jesi), il Ventidio Basso (Ascoli Piceno), il Serpente Aureo (Offida), il Teatro dell’Aquila (Fermo), il Feronia (San Severino Marche), il Bramante (Urbania) e, appunto, il Lauro Rossi. Alcuni hanno stagioni autonome, altri sono integrati in circuiti regionali, ospitando concerti della Form e opere della Rete Lirica, altri sono attivi essenzialmente nella prosa (Urbania) oppure addirittura hanno cartelloni non pervenuti (Offida). In piazze come Jesi e San Severino la tradizione e la volontà delle amministrazioni favoriscono un'attenta partecipazione del pubblico, mentre proprio Macerata (dove pure ogni tentativo di riportare l'opera al chiuso non ha avuto seguito) o Fabriano sembrano lasciar cadere anche lodevoli iniziative e serate preziose in un contesto inerte. E mentre allo Sferisterio applaudiamo i complessi regionali, orchestra e coro, non possiamo che sperare che finalmente vengano messi al centro di un serio progetto artistico e culturale, con contratti e condizioni adeguate, perché il riconoscimento UNESCO non sia – come troppo spesso avviene, vedi alla voce canto lirico – solo una medaglia con cui pavoneggiarsi, ma la responsabilità di un patrimonio da far vivere. La cultura è come la rivoluzione: non è un pranzo di gala, è un pensare, osare e collaborare.

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