Se l'AI progetta il Walhall
di Ossama el Naggar
Il Rheingold dell’intelligenza artificiale sacrifica il teatro, ma Thielemann salva la serata
L’edizione del centocinquantesimo anniversario del Festival di Bayreuth avrebbe potuto celebrare la propria storia con un nuovo Ring scenico. Katharina Wagner ha invece scelto una strada radicalmente diversa, affidando Das Rheingold a un esperimento nel quale l’intelligenza artificiale genera in tempo reale le immagini proiettate sul palcoscenico, elaborate a partire dalla musica, dal testo e dai movimenti dei cantanti. L’idea, curata da Marcus Lobbes, nasceva anche da esigenze economiche, ma si proponeva soprattutto di interrogare il rapporto fra il teatro musicale e le nuove tecnologie.
Il risultato, tuttavia, è apparso molto più interessante sul piano teorico che su quello teatrale. Wagner fu certamente un innovatore e sperimentò egli stesso nuovi mezzi scenici nel tentativo di superare i limiti del teatro ottocentesco. Difficile però immaginare che avrebbe approvato un dispositivo che finisce per sostituire l’azione drammatica con un flusso continuo di immagini incapaci di instaurare un autentico dialogo con la partitura.
L’intera rappresentazione si è svolta davanti a un velo trasparente e a pareti bianche sulle quali si susseguivano incessantemente proiezioni generate dall’algoritmo. Affioravano, per pochi istanti, richiami alle grandi produzioni bayreuthiane del passato — dalle astrazioni di Wieland Wagner all’universo industriale di Chéreau, dal futurismo di Kupfer fino ai riferimenti più riconoscibili di Castorf — prima di dissolversi in paesaggi cangianti, architetture liquide, figure spettrali e foreste che si trasformavano senza tregua.
L’effetto, dopo una iniziale curiosità, risultava però estenuante. La velocità con cui le immagini si succedevano impediva allo spettatore di assimilarne il significato. Più che una riflessione sulla storia del Ring, il tutto assumeva l’aspetto di un caleidoscopio allucinatorio, affascinante come dimostrazione tecnologica ma incapace di sostenere il dramma. Anzi, finiva per distrarre costantemente dall’azione e dalla musica. Persino uno spettatore ben avvezzo al Ring poteva trovarsi costretto a scegliere se seguire il testo oppure lasciarsi travolgere dalle continue metamorfosi visive.
Il problema maggiore, tuttavia, riguardava la sostanziale rinuncia al teatro. I cantanti, quasi immobili e vestiti con costumi fantasy sorprendentemente anonimi, disponevano di pochissimo spazio per costruire rapporti scenici credibili. Alberich, gli dei, i Giganti e persino le Figlie del Reno risultavano visivamente quasi indistinguibili, cosicché la narrazione perdeva progressivamente chiarezza. In definitiva, l’esperimento dimostrava involontariamente quanto il teatro wagneriano continui a fondarsi sulla presenza fisica degli interpreti e sulla loro interazione, realtà che nessuna tecnologia è ancora in grado di sostituire.
Se la componente visiva lasciava molte perplessità, quella musicale raggiungeva invece livelli di assoluta eccellenza.
Christian Thielemann offriva una lettura magistrale di Das Rheingold, confermandosi uno dei massimi interpreti wagneriani del nostro tempo. Dalle profondità quasi impercettibili del celebre accordo iniziale fino all’ingresso nel Walhall, la sua direzione manteneva un equilibrio esemplare fra ampiezza architettonica, tensione drammatica e trasparenza timbrica. Nulla appariva pesante o monumentale per principio: ogni episodio respirava con naturalezza, mentre l’Orchestra del Festival di Bayreuth rispondeva con una tavolozza sonora di straordinaria ricchezza, restituendo tutta la complessità della scrittura orchestrale senza mai coprire le voci.
Al centro della compagnia emergeva ancora una volta Michael Volle, oggi probabilmente il Wotan di riferimento sulla scena internazionale. L’autorevolezza del fraseggio, la perfetta dizione e l’intelligenza con cui scolpiva ogni parola gli permettevano di costruire un dio tanto maestoso quanto profondamente umano. Il suo congedo verso il Walhall possedeva una nobiltà quasi naturale, priva di qualsiasi enfasi retorica.
Di altissimo livello anche l’Alberich di Jochen Schmeckenbecher, già ammirato in questo repertorio a Vienna. Più che un semplice antagonista, delineava un personaggio psicologicamente complesso, ferito e progressivamente corrotto dall’umiliazione subita. Il fraseggio incisivo e la costante attenzione alla parola rendevano credibile ogni sfumatura del personaggio, anche se la celebre maledizione avrebbe forse richiesto una maggiore ferocia vocale.
Grande curiosità destava il Loge di Klaus Florian Vogt, cantante tradizionalmente associato agli eroi luminosi del repertorio wagneriano. Il timbro chiarissimo e la linea di canto aristocratica finivano inevitabilmente per conferire al semidio del fuoco un carattere meno ambiguo e insinuante rispetto alla tradizione. Tuttavia la qualità del canto rimaneva semplicemente straordinaria: emissione impeccabile, proiezione facilissima e una dizione tedesca che continua a rappresentare un modello quasi insuperabile.
Anna Kissjudit confermava le eccezionali impressioni suscitate nelle recenti apparizioni bayreuthiane. La sua Fricka, sostenuta da un registro grave di impressionante consistenza, univa autorità e ricchezza timbrica, evitando qualsiasi caricatura della moglie petulante. Una voce di tale ampiezza e qualità fa pensare ai grandi mezzosoprani del passato.
Meno convincente risultava invece Christa Mayer come Erda. Il vibrato ormai evidente e una linea vocale sempre meno stabile privavano la dea della terra di quell’aura arcaica e misteriosa indispensabile al personaggio.
Molto ben assortite le Figlie del Reno, protagoniste di un inizio di rara freschezza sonora, mentre il basso finlandese Mika Kares conferiva a Fasolt un’insolita nobiltà umana grazie alla sua vocalità sonora e autorevole.
Alla fine della serata rimaneva un’impressione piuttosto chiara. L’intelligenza artificiale potrà forse aprire nuove prospettive sceniche, ma questo Rheingold dimostrava soprattutto ciò che la tecnologia non può sostituire: la forza drammatica di grandi interpreti, la ricchezza dell’orchestra di Bayreuth e la guida di un direttore come Christian Thielemann. Se il futuro del teatro wagneriano dovesse davvero passare attraverso gli algoritmi, questa inaugurazione ha ricordato quanto il cuore del Ring continui a battere, fortunatamente, nella musica.
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