L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Finalmente, Rienzi

di Ossama el Naggar

Bayreuth riscopre Rienzi: trionfo musicale, con la direzione di Nathalie Stutzmann,  per un debutto storico

BAYREUTH, 26 luglio 2026 - L’approdo di Rienzi al Festival di Bayreuth rappresentava uno degli eventi più attesi della stagione wagneriana. Pur essendo stata la prima grande affermazione teatrale di Wagner, l’opera non aveva mai trovato posto sulla Collina Verde, ritenuta troppo legata ai modelli del grand opéra francese per convivere con il canone del “Wagner maturo”. A ciò si aggiungevano il pesante retaggio storico legato all’appropriazione hitleriana dell’opera e le sue imponenti esigenze produttive. La calorosa accoglienza del pubblico, culminata in una lunghissima ovazione finale, ha dimostrato quanto questa assenza fosse ormai anacronistica.

Sul piano musicale la produzione si è rivelata di altissimo livello. Andreas Schager ha confermato di essere oggi il più autorevole heldentenor wagneriano. Il ruolo di Rienzi, fra i più estenuanti dell’intero repertorio, sembrava non porgli alcun ostacolo: voce possente ma sempre luminosa, acuti sicuri, resistenza impressionante e una presenza scenica capace di sostenere da sola il peso dell’intero dramma. Anche quando la regia lo costringeva a cantare in posizioni penalizzanti, Schager manteneva un controllo vocale e un’intensità interpretativa fuori dal comune.

Splendida anche Gabriela Scherer, che conferiva a Irene una nobiltà e una dolcezza raramente riscontrabili nel personaggio. Il soprano svizzero univa un timbro luminoso a una linea di canto elegante e sempre musicale, restituendo con sincerità il lato più umano della vicenda.

Se però qualcuno poteva contendere la palma della serata a Schager, era Jennifer Holloway. Il suo Adriano possedeva una forza teatrale magnetica, sostenuta da una vocalità sontuosa, omogenea in tutta l’estensione e capace di passare con naturalezza dagli slanci eroici ai momenti di maggiore introspezione. La cantante americana dimostrava ancora una volta una versatilità davvero rara nel panorama wagneriano contemporaneo.

Più contenuto lo spazio riservato agli altri personaggi, ben sostenuti da Andreas Bauer Kanabas, Michael Nagy e Vitalij Kowaljow, tutti autorevoli nei rispettivi ruoli.

Fondamentale, come impone una partitura di evidente ascendenza meyerbeeriana, il contributo del Coro del Festival, magnificamente preparato da Thomas Eitler-de Lint. Le grandi scene collettive sprigionavano potenza, precisione e un entusiasmo palpabile. Nathalie Stutzmann dirigeva con mano sicura, evidenziando la natura di opera di transizione tra il grand opéra e il futuro teatro musicale wagneriano, senza mai perdere l’equilibrio fra palcoscenico e buca.

Più controversa la regia delle ungheresi Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka. L’ambientazione nel mondo della politica contemporanea, con campagne elettorali dominate dai media e un uso spesso efficace delle riprese video in diretta, costituiva un punto di partenza convincente. Alcune immagini possedevano una notevole forza teatrale, mentre il balletto, ridotto e trasformato in una divertita parodia dell’universo wagneriano – popolato da Valchirie, Lohengrin, Tristano e Isotta, Parsifal e una Senta eternamente alla ricerca dell’Olandese – rappresentava uno dei momenti più riusciti dell’intera serata.

Le intuizioni più felici, tuttavia, finivano per essere soffocate da una drammaturgia che sembrava diffidare costantemente del testo di Wagner. I registi trasformavano progressivamente Rienzi in un personaggio completamente diverso da quello immaginato dal compositore: non più il tribuno idealista corrotto dall’esercizio del potere, ma un uomo moralmente compromesso fin dall’inizio. Da qui l’invenzione di un presunto rapporto incestuoso con Irene, l’accettazione di tangenti dagli avversari politici, gli omicidi commessi personalmente e perfino la radicale riscrittura del finale, con la soppressione della celebre preghiera nella sua dimensione spirituale e una conclusione estranea al libretto. Persino Adriano cessava, di fatto, di essere un tradizionale ruolo en travesti per diventare una figura femminile, introducendo un ulteriore elemento estraneo al dramma. Ne risultava una lettura che, pur ricca di immagini suggestive e di indubbia abilità teatrale, finiva spesso per sovrapporsi all’opera anziché interpretarla.

Fortunatamente, la straordinaria qualità dell’esecuzione musicale rendeva questa storica prima di Rienzi a Bayreuth un successo di cui il Festival può andare pienamente fiero.

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