L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’Olandese senza leggenda

di Ossama el Naggar 

Conferma pregi e limiti la visione teatrale di Dmitri Tcherniakov per Der fliegende Holländer, mentre si apprezza senza riserve la concertazione di Oksana Lyniv.

BAYREUTH, 29 luglio 2026 - Che Dmitri Tcherniakov non fosse interessato a mettere in scena Der fliegende Holländer, bensì un’altra opera costruita sulle macerie di Wagner, era evidente già alla prima del 2021. A distanza di cinque anni, questa ripresa non attenua affatto l’impressione. Il regista russo sostituisce il mito con la psicanalisi, la maledizione con il trauma infantile, la redenzione con la vendetta. Più che all’universo romantico di Wagner, il riferimento sembra essere Der Besuch der alten Dame di Dürrenmatt: un uomo ritorna nel paese dove la madre fu umiliata e indotta al suicidio per consumare una feroce resa dei conti.

L’idea, presa isolatamente, possiede una sua forza teatrale. La lunga introduzione muta, culminante nell’impiccagione della madre, colpisce con brutalità; il finale, con il villaggio divorato dalle fiamme, possiede un’impressionante energia visiva. Il problema è che tutto questo appartiene a un’altra drammaturgia. Il libretto di Wagner viene piegato fino quasi a spezzarsi, mentre interrogativi essenziali restano senza risposta: quale funzione assume realmente Senta nel piano dell’Olandese? Perché Mary custodisce il suo ritratto? Quanto conosce del passato? La regia accumula simboli e misteri senza riuscire a trasformarli in una costruzione narrativa coerente.

Ciò non significa che lo spettacolo sia privo di qualità. Anzi, Tcherniakov conferma ancora una volta uno straordinario istinto teatrale. Il villaggio mobile, formato da case che scorrono fluidamente fra i lampioni, costituisce una delle scene più spettacolari viste recentemente a Bayreuth. Anche episodi come le filatrici trasformate in un coro amatoriale o il lungo colloquio fra Senta e l’Olandese racchiusi in una serra di vetro rivelano una regia attentissima ai rapporti psicologici. È proprio questa perizia a rendere ancora più frustrante la sistematica demolizione della dimensione soprannaturale dell’opera. Eliminata la maledizione, eliminata la possibilità della redenzione, Der fliegende Holländer perde la propria natura metafisica e si riduce a un cupo dramma familiare venato di verismo.

Se lo spettacolo divide, la parte musicale mette invece tutti d’accordo. Oksana Lyniv offre probabilmente una delle migliori direzioni wagneriane ascoltate quest’anno. La concertazione rifugge ogni monumentalità pesante per privilegiare tensione narrativa, trasparenza timbrica e straordinaria precisione ritmica. I grandi "interludi marini" acquistano un respiro quasi sinfonico, mentre il mare, completamente assente dalla scena, vive con irresistibile forza nella buca orchestrale. L’Orchestra del Festival risponde con una qualità strumentale semplicemente superba, esaltando tanto la violenza delle tempeste quanto il lirismo più raccolto.

Nicholas Brownlee conferma le qualità già ammirate poche settimane fa come Wotan a Monaco. Il timbro brunito, la dizione impeccabile e l’autorevolezza scenica gli consentono di dominare ogni apparizione. Rimane però una contraddizione irrisolvibile fra il canto, nobile e profondamente wagneriano, e il personaggio concepito da Tcherniakov come un uomo ossessionato esclusivamente dalla vendetta. Ne risente soprattutto il grande monologo del primo atto, teatralmente depotenziato dalla scelta registica.

La vera protagonista della serata è però Elisabeth Teige. La sua Senta unisce volume, luminosità e resistenza a un’intelligenza interpretativa fuori dal comune. Il registro acuto si espande con apparente facilità, la linea vocale resta sempre salda e l’accento possiede una partecipazione emotiva che rende credibile persino una caratterizzazione così distante dalla visionaria eroina immaginata da Wagner. Oggi pochi soprani jugendlich-dramatisch sembrano possedere un equilibrio altrettanto convincente fra mezzi vocali e carisma teatrale.

Di altissimo livello anche Mika Kares, che tratteggia un Daland vocalmente sontuoso e meno caricaturale del consueto. Benjamin Bruns conferisce a Erik un’autentica nobiltà tragica, mentre Kieran Carrel canta il Timoniere con eleganza e freschezza lirica, pur sacrificato da una regia che elimina completamente il contesto marinaro del personaggio. Nadine Weissmann disegna una Mary autorevole e severa, protagonista di uno dei momenti più intensi del finale.

Ancora una volta il Coro del Festival, preparato da Thomas Eitler-de Lint, si conferma uno degli autentici patrimoni di Bayreuth: compattezza, ampiezza sonora e varietà dinamica impressionano dall’inizio alla fine.

Questa ripresa conferma dunque tutti i pregi e tutti i limiti dell’Holländer di Tcherniakov. È uno spettacolo costruito con enorme intelligenza teatrale e immagini di grande forza, ma che finisce per raccontare una storia diversa da quella composta da Wagner. Se continua a vivere nel repertorio del Festival è soprattutto grazie a un livello musicale eccezionale: la direzione ispirata di Oksana Lyniv, l’orchestra, il magnifico coro e un cast dominato dalle prove eccellenti di Elisabeth Teige e Nicholas Brownlee riescono a restituire alla partitura quella grandezza che la regia, deliberatamente, le sottrae. 

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