Oro che luccica
Se la resa musicale non più dirsi memorabile, la ripresa dell'Aida "d'oro" firmata Zeffirelli supera di gran lunga quella "di cristallo" di Stefano Poda.
VERONA 30 luglio 2026 - Nel corso del festival lirico veronese di quest’anno il pubblico ha la possibilità di vedere e ascoltare l’opera areniana per eccellenza, l'Aida verdiana, in due allestimenti profondamente diversi. In giugno abbiamo rivisto l'Aida firmata Stefano Poda, che alla sua apparizione nel 2023 destò giudizi contrastanti e ora, invece, non accende più animi. Si sarebbe detto che nemmeno l’allestimento di Franco Zeffirelli li avrebbe accesi, eppure le cose vanno diversamente e man mano che la recita va avanti si apprende quanto sia superiore il lavoro del regista fiorentino allo spettacolo di Poda.
La massiccia presenza dell’oro distingue il concetto scenografico di Zeffirelli: d’oro è la piramide grandiosa che occupa tutto il palcoscenico, d’oro sono quattordici sfingi e quattro idoli. Come succede spesso, un allestimento che al suo debutto desta elogi e critiche, dopo una ventina d’anni vede gli animi placati e porta a pensare che un certo stile, seppur troppo opulento,sia pur sempre uno stile. È il caso dell’Aida zeffirelliana, sì esageratamente grandiosa, sì pesante, sì luccicante, sì abbagliante, ma che rappresenta anche un esempio di spettacolo ormai consegnato alla storia, a differenza di quello di Poda, autore negli ultimi anni di ben tre produzioni per la Fondazione Arena di Verona, Aida, Nabucco e Ernani (l’ultimo al Teatro Filarmonico). Tra due stili si lascia la scelta agli spettatori e la voce interna della maggioranza sussurra che quasi tutti preferiscono il lavoro del grande Franco.
Nel cast dell’Aida “d’oro” delude il soprano polacco Aleksandra Kurzak, a causa di mancanza di molte qualità necessarie per impersonare “il mistico raggio di luce fior”. La sua recitazione risulta grossolana e il personaggio non somiglia per nulla alla principessa fiera e sensibile, lacerata da due amori, per la patria e per il guerriero che conduce le truppe nemiche. È un’Aida troppo matura, priva del tutto di grazia e incapace di commuovere. Sul piano vocale va anche peggio, lo strumento non vanta certo un bel timbro, in “Ritorna il vicncitor!” l’emissione è artificiosa, migliorando in “Numi, pietà”. La celebre romanza “O cieli azzurri” necessita di linfa vitale e,invece, risulta fiacca e opaca. Non soddisfa del tutto anche Cleméntine Margaine ,Amneris dalla voce fastidiosamente intubata. Il ruolo di Radames è affidato al coreano SeokJong Baek (che è diventato tenore nel periodo di lockdown nel periodo del COVID-2019): canta con fervore e offre una prestazione vocale accettabile, ma ha ancora tanta strada da percorrere visto che a tratti il suono della voce risulta sgradevole e la linea di canto disomogenea. Tutt’altro che perfetto il si bemolle finale, ma il pubblico premia il cantante applausi generosi. ll baritono coreano Youngjun Park disegna il personaggio di Amonasro in modo generico, privandolo del tutto di nobiltà. Ramfis ha la voce bella e profonda di Alexander Vinogradov e il Re viene affidato ad Abramo Rosalen, sempre corretto e musicale. Fa sempre piacere ascoltare l’Immancabile Carlo Bosi nel piccolo ruolo del Messaggero e Francesca Maionchi garantisce bellezza e poesia al canto della Gran Sacerdotessa.
Sempre superlativo il coro della Fondazione Arena preparato da Roberto Gabbiani, figura dignitosamente la compagnia di balletto coordinata da Gaetano Bouy Petrosino e si distinguono per grazia ed energia primi ballerini Tea Bajic, Eleana Abdreoudi e Jonut Andrei Dinità.
Francesco Ommassini conduce l’orchestra areniana in modo corretto e attento, manca, però, un tocco personale che potrà arrivare nelle recite successive. Alla fine, applausi generosi, dettati anche dal ritorno dell’Aida zeffirelliananell’anfiteatro veronese.
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