L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Lo specchio scomodo del piccolo borghese

di Ossama el Naggar

Meno nota e frequentata di altri lavori teatrali di Janáček, I viaggi del signor Brouček (Výlety páně Broučkovy) va in scena al Festpielhaus di Bregenz in un'ottima produzione che ne mette in evidenza le qualità e la satira di un mondo molto, troppo vicino al nostro.

BREGENZ, 3 agosto 2026 - Da tempo I viaggi del signor Brouček (Výlety páně Broučkovy) vive all’ombra dei più celebri drammi di Leoš Janáček. A differenza di Jenůfa, Káťa Kabanová o La piccola volpe astuta, l’opera non è mai riuscita a conquistare stabilmente il repertorio internazionale. Eppure la sua singolare mescolanza di commedia, fantasia, satira politica, parodia storica e critica sociale ne faceva una scelta particolarmente felice per il Festival di Bregenz, da sempre incline a riportare alla luce titoli dimenticati, marginali o ingiustamente trascurati.

Il problema, semmai, era capire come mettere in scena un’opera tanto sfuggente. La struttura episodica, i bruschi mutamenti di tono e l’alternanza fra comicità e solenni accenti patriottici rischiano infatti di trasformarla in un ibrido difficile da governare. Ma sotto l’assurdità lunare e la pomposa rievocazione delle guerre hussite si nascondeva una domanda sorprendentemente attuale: che cosa rimane dei grandi ideali quando si scontrano con l’uomo comune, mediocre, compiaciuto e fondamentalmente privo di eroismo?

Matěj Brouček non è un tiranno né un malvagio. È qualcosa di assai più inquietante: un piccolo borghese soddisfatto di sé, interessato soprattutto alla birra, alle salsicce, alla riscossione degli affitti e alla rassicurante presenza del televisore. Di fronte agli idealisti e agli artisti della Luna, egli pensa al cibo; precipitato nella Praga delle guerre hussite, pensa soprattutto a come evitare di essere ucciso. La sua codardia non è dunque quella del buffone da operetta, bensì la strategia accuratamente calcolata di un uomo determinato a conservare i propri piccoli privilegi a qualunque costo.

Avevo affrontato con qualche apprensione la nuova produzione di Yuval Sharon, dopo il Lohengrin di Bayreuth dello scorso anno, nel quale Elsa e gli abitanti di Brabante erano stati trasformati in falene. Fortunatamente, qui il regista americano appariva molto più padrone dei propri mezzi e, soprattutto, assai più rispettoso della musica. Le sue trovate non diventavano mai fini a se stesse: l’assurdità rimaneva al servizio di Janáček, anziché sostituirsi ad essa.

Gran parte del merito spettava a Jon Bausor, autore di una scenografia di straordinaria inventiva. La modesta abitazione praghese di Brouček, con i suoi tetti appuntiti e l’atmosfera domestica volutamente squallida, si trasformava sotto gli occhi dello spettatore in una sorta di razzo giocattolo, catapultando il protagonista verso una Luna ispirata al cinema fantastico di Georges Méliès. Qui creature geometriche, quasi sculture cubiste animate, si muovevano all’interno di grandi strutture colorate, creando un mondo tanto estraneo quanto irresistibilmente teatrale. Le proiezioni di Hannah Wasilewski e la coreografia di Crispin Lord contribuivano all’effetto senza mai appesantirlo.

La seconda escursione, nella Praga del Quattrocento sconvolta dalle guerre hussite, offriva un contrasto altrettanto spettacolare. Il mondo medievale sembrava emergere dalle viscere della scena contemporanea, mentre i costumi, magnificamente elaborati e trattati sino ad assumere una patina autentica, conferivano all’insieme un’impressione quasi archeologica. Proprio qui, tuttavia, si manifestava il limite principale della regia. Sharon appariva talvolta troppo rispettoso della ricostruzione storica, là dove la satira di Janáček avrebbe potuto trarre beneficio da una dose assai maggiore di anarchia, slapstick e deformazione dadaista. La produzione funzionava al meglio quando fantasia e critica sociale si sovrapponevano; quando invece prevaleva il gusto del quadro storico, una parte della corrosiva ironia dell’opera tendeva inevitabilmente ad attenuarsi.

Musicalmente, tuttavia, la serata si è imposta con notevole autorevolezza. Robert Jindra, direttore di origine praghese, affrontava la partitura con piena consapevolezza stilistica, traendo dai Wiener Symphoniker una lettura trasparente, ritmicamente incisiva e ricca di colori. La scrittura di Janáček, nervosa e imprevedibile, veniva resa con precisione senza mai perdere la sua vena lirica; le improvvise esplosioni orchestrali, le frasi spezzate, le ironiche interiezioni degli strumenti a fiato e i momenti di lirismo erano inseriti in un arco drammatico coerente. Avrei desiderato qualche contrasto dinamico più radicale e una maggiore tensione nei momenti di sospensione, ma Jindra dimostrava comunque una padronanza dell’idioma difficilmente contestabile.

Nel ruolo eponimo Peter Hoare offriva una prova eccellente. Il tenore britannico evitava ogni caricatura facile e costruiva Brouček come un uomo comune la cui mediocrità diventava, proprio per questo, irresistibilmente interessante. La voce agile e caratterizzata, la notevole resistenza e la chiarezza della dizione gli consentivano di sostenere un ruolo quasi onnipresente, mentre la recitazione, sottilmente calibrata, rendeva il protagonista al tempo stesso irritante, comico e sorprendentemente umano. Hoare non aveva bisogno di forzare la comicità: essa scaturiva dalla serietà con cui Brouček prendeva sul serio la propria insignificanza. Il risultato era tanto divertente quanto leggermente inquietante, perché rendeva impossibile liquidarlo come un semplice idiota.

L’ensemble, in gran parte ceco e spesso impegnato in più ruoli, offriva un livello stilistico notevole. Mihails Culpajevs si distingueva per lo smalto e la brillantezza del tenore nelle sue diverse incarnazioni; Tatev Baroyan mostrava una voce di soprano luminosa e una considerevole duttilità scenica; Károly Szemerédy e Jan Stáva garantivano solidità alle parti gravi. La presenza di un cast prevalentemente ceco conferiva inoltre all’opera una naturale autenticità linguistica particolarmente preziosa.

Magnifico anche il Prague Philharmonic Choir, preparato da Lukáš Vasilek, il cui canto nelle scene hussite possedeva tutta la solennità e il fervore necessari. I grandi slanci patriottici del coro acquistavano così una forza quasi sproporzionata rispetto alla meschinità del protagonista, e proprio questo contrasto rendeva ancora più pungente la satira.

Rimaneva tuttavia la domanda se I viaggi del signor Brouček possedesse davvero la necessaria compattezza drammatica per sostenere il confronto con i capolavori maggiori di Janáček. La sua costruzione episodica e la continua oscillazione fra generi e registri ne indeboliscono inevitabilmente la tensione; talvolta l’opera sembra procedere per accumulo quando una maggiore severità drammaturgica avrebbe potuto renderne più incisivo l’impatto.

Ma Bregenz aveva dimostrato che questo singolare “dramma della birra” era molto più di una curiosità d’archivio. La fantasia visiva di Bausor, la regia intelligente di Sharon, la direzione autorevole di Jindra e soprattutto l’eccellente Brouček di Hoare trasformavano un’opera raramente rappresentata in uno degli appuntamenti più riusciti del festival.

E forse il risultato più significativo era proprio questo: Janáček aveva mandato il suo piccolo borghese sulla Luna e nel cuore delle guerre hussite per restituircelo esattamente com’era. Brouček non imparava nulla, non diventava migliore, non acquistava improvvisamente il coraggio o la nobiltà che gli mancavano. Tornava semplicemente a casa, raccontava imprese eroiche che non aveva mai compiuto e si preoccupava ancora una volta della birra e delle salsicce.

Il mondo è cambiato. Brouček, evidentemente, no. Ed è proprio per questo che il suo piccolo universo di comodità, codardia e compiaciuta indifferenza ci è apparso fin troppo vicino al nostro.

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