L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Matriarcato sardo e nuova opera

di Francesco Lora

Tratta dal romanzo di Michela Murgia, Accabadora di Francesco Filidei è il migliore tra i buoni modelli ai quali riferirsi per l’opera nel terzo millennio: dopo l’eccellente creazione al Festival d’Aix-en-Provence, l’allestimento con regìa di Valentina Carrasco percorrerà l’Europa fino al Teatro Comunale di Bologna.

AIX-EN-PROVENCE, 7 luglio 2026 – È il momento del battesimo sul palcoscenico e delle internazionali presentazioni, or ora col pubblico del Festival d’Aix-en-Provence e presto anche con quello dei Théâtres di Lussemburgo, del Tiroler Festspiele di Erl, dell’Opéra national di Lione, dell’Opéra di Digione e del Teatro Comunale di Bologna. Ne è oggetto un nuovo e sopraffino lavoro da camera, Accabadora, decisivo a testimoniare che il teatro d’opera non muore. L’argomento è inedito, attuale, inusualmente sardo e dunque matriarcale, tratto dal romanzo di Michela Murgia e incentrato sulla figura di quell’«ultima madre», esterna al nucleo familiare e ineffabile nelle comunità isolane, la quale, ancora nel secondo dopoguerra, come una terza parca, provvedeva in pietoso segreto a una dignitosa fine di vita per il moribondo. Il romanzo avrebbe dovuto divenire un libretto per mano della Murgia stessa, e dopo la prematura morte di lei è stato redatto dall’entusiasta compositore medesimo, Francesco Filidei, in vista della creazione mondiale ad Aix, nella bomboniera del Théâtre du Jeu de Paume – cinque recite dal 4 al 10 luglio – e in strettissima collaborazione, con ricadute anche testuali, con la designata regista Valentina Carrasco: una ragionata autorialità una e trina, benedetta nell’impronta artistica e lasciata in eredità al Festival dal compianto direttore generale Pierre Audi. Si tratta di un lavoro scandito in episodi, per un’ora e venti minuti di ascolto, con musica stilisticamente eclettica, strumentalmente trasparente ed evocativamente profumata, francesizzante nelle reminiscenze scolastiche e sarda nel colore locale di un folklore reinventato; una musica la quale è sì contemporanea e personalissima, ma senza che il compositore dimentichi mai la fruttuosa attuabilità da parte dell’interprete e l’immediata fruibilità da parte del pubblico: insomma il migliore tra i buoni modelli, con un vincente tratto neo-britteniano, ai quali riferirsi per l’opera nel terzo millennio, nonché un eloquente pendant – si accampa in tal modo un campo poetico vastissimo – al monumentale Nome della rosa, creato l’anno scorso al Teatro alla Scala e anch’esso firmato da Filidei. Come le parole e la musica si compenetravano là intenzionalmente con la regìa di Damiano Michieletto, così l’autore sancisce qui l’assetto testuale solo dopo il confronto con la Carrasco e le ragioni sceniche. Ne è spia la soluzione, contraddittoria solo in apparenza e ancora passibile di ripensamento, intorno alla protagonista: la parte dell’accabadora Tzia Bonaria Urrai è infatti composta in una tessitura contraltile oltremodo profonda, inizialmente destinata in modo dichiarato ed evidente a un controtenore, sicché l’opzione di affidarla a un’interprete femminile, con relativo realismo di figura scenica, è resa possibile solo dalle anomale doti estensive di Noa Frenkel. Le sue qualità attoriali fanno sparire con piena naturalezza la vocalista nel personaggio, e a partire da lei estendono piccoli e indiscutibili meriti di co-autorialità ai cantanti creatori: Rachel Masclet come deuteragonista Maria, Lodovico Filippo Ravizza come Nicola Bastìu, Hugo Brady come Andrìa Bastìu, Victoire Bunel come Maestra Luciana, Giannina Bastìu e una Voce, infine e soprattutto Francesco Leone – figlioccio della Murgia, suo debitore nella formazione, consulente per Filidei: è il secondo e purtroppo l’ultimo favorito dalla fluida lingua madre italiana – come Santino Littorra, Antonio Vargiu e Dottor Mastinu. Gli ultimi quattro artisti menzionati concorrono anche al Coro, ove è rivisitato il canto a tenore sardo: esso è insieme personaggio sociale e paesaggio sonoro, tra le scene della Carrasco stessa con Mariangela Mazzeo, i costumi di Mauro Tinti e le luci di Antonio Castro. Alla testa dell’Orchestra dell’Opéra di Lione, Lucie Leguay è la specializzata concertatrice sotto la cui direzione non si ha da temere la comprensione del codice contemporaneo (mentre a Bologna, nell’ottobre del 2027, la bacchetta passerà a Leonhard Garms e nella compagnia, altrimenti inalterata, il novero dei madrelingua si ridurrà al solo Leone).

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