L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tu che d'oro sei cinta

di Irina Sorokina

Un ottimo cast con la direzione di Andrea Battistoni conferma il successo della Turandot areniana firmata da Franco Zeffirelli.

VERONA, 7 agosto 2026 - Dopo il successo dell’Aida d’oro, un altro allestimento riuscito firmato Franco Zeffirelli torna sul palcoscenico sconfinato dell’Arena di Verona e ottiene l’accoglienza che, secondo la nostra opinione, supera quella dell’opera “egizia” verdiana. Due anni fa, l’opera “cinese” di Giacomo Puccini ha inaugurato il centunesimo Festival in Arena di Verona. L’allestimento, di rara bellezza e d’impatto visivo eccezionale, è stato affidato al grande Franco Zeffirelli affiancato da Emi Wada, firmataria di costumi davvero splendidi. Nel primo atto, l’enorme palcoscenico è ridotto a uno spazio lungo e stretto che sembra imprigionare “il popolo di Pechino” terrorizzato dalla triste processione che accompagna al supplizio il Principe di Persia; i colori grigio e lillà parlano da soli. Il secondo produce un effetto quasi scioccante quando, come per magia, appare la reggia d’oro capace d’abbagliare davvero; nel terzo figurano i pannelli dai colori grigio e bianco coi motivi tradizionali dell’arte cinese, e nel finale riappare la reggia in tutta la sua magnificenza.

Il cast brilla di luce particolare la sera della prima, poiché tutti i ruoli sono stati affidati agli artisti giusti, specialisti delle rispettive parti, a cominciare da Anna Pirozzi nei panni della principessa di gelo. “È proprio suo!”, verrebbe a dire. Uno dei pochi soprani capaci di reggere la difficilissima parte, in possesso di una voce di autentico soprano drammatico, l’artista napoletana non si risparmia e sfoggia uno strumento immenso, forte, ma anche capace di nuances sottili; ne viene fuori un personaggio non granitico, ma multisfaccettato.

Il tenore sud coreano SeongJong Baek è il principe Calaf: il pubblico l’ha ascoltato pochi giorni prima nell’Aida, firmata dallo stesso Zeffirelli, e anche in Turandot conquista grazie al canto sicuro, equilibrato, intelligente e al fraseggio raffinato. Si concentra sull’espressività, evitando le esagerazioni, e regala “Nessun dorma” dalle dinamiche giuste arrivando a un “Vincerò” in cui l’acuto non perde la morbidezza.

Mariangela Sicilia da sempre trova nella “piccola Liù” uno dei ruoli a lei più consoni e ci dà la conferma due anni dopo. La sua voce dolce, morbida e lucente sembra fatta per interpretare la fanciulla pura dal cuore immenso e la scrittura pucciniana non ha segreti per lei. Entrambe le arie, “Signore ascolta” e “Tu che di gel sei cinta”, risultano i vertici della recita, destano grandi emozioni nel pubblico e sono premiate da grandi applausi.

Alexander Vinogradov è un Timur solido e credibile; il ruolo dell’imperatore Altoum è affidato a Carlo Bosi, un vero specialista di certi ruoli. Chi meglio di lui può impersonare la figura del sovrano “imprigionato” nel palazzo dorato che sembra aver poco a che fare con la vita che scorre sulle strade di Pechino? La sua arte particolare brilla attraverso la parola chiara e la ricerca di un'emissione che esprima il venerabile personaggio. Le tre maschere, Ping (Gezim Myshketa), Pong (Matteo Macchioni), Pang (Saverio Fiore) sono autentiche “bestie del palcoscenico”, a cui piace giocare non meno che cantare. Tutti tre gli artisti vantano belle voci, dizione chiara, capacità di recitare e interagire: all’uscita finale sul palco gli spettatori li coprono di applausi assordanti. Nel ruolo di un mandarino debutta Ankhbayar Enkhbold; Nicolò Del Ben è il principino di Persia, Grazia Montanari e Tamara Zandonà le ancelle di Turandot.

Il direttore Andrea Battistoni ottiene una calorosa accoglienza del pubblico (del resto, “è di Verona”, lo si dice spesso), la recita scorre in modo fluido e dinamico. La direzione, attenta alla drammaturgia dell’opera, è efficace sia nelle scene corali sia negli assoli e i duetti; nelle sue mani l’orchestra areniana appare in un’ottima forma.

Il Coro preparato da Roberto Gabbiani non delude mai, appare in un’ottima forma e ritaglia un gran bello spazio all’interno dello spettacolo anche grazie alla buona recitazione e i ben sintonizzati movimenti scenici. Molto apprezzato il contributo del Coro di voci bianche di Fondazione Arena diretto da Matteo Valbusa.

Una bella, anzi, bellissima serata, quella del ritorno di Turandot sin Arena, segnata anche dal gran caldo e l’entusiasmo del pubblico.

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