L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Mito greco 

di Roberta Pedrotti

Le siège de Corinthe apre il 47° Rossini Opera Festival con una nuova produzione di Davide Livermore diretta da Carlo Rizzi. Con un cast di indubbio interesse, la prima opera francese del Pesarese restituita in edizione critica non cessa di affascinare e far riflettere.

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PESARO, 11 agosto 2026 - Le siège de Corinthe rappresenta una delle vicende più emblematiche della storia della Rossini Renaissance e del Rof. La sua ripresa alla Scala nel 1969, preceduta dalle edizioni fiorentine e romane del '49 e del '51 con Renata Tebaldi, costituisce una tappa capitale nel ritorno del Belcanto sotto i massimi riflettori, ma si trattava di una versione non solo tradotta in italiano e afflitta da tagli, ma anche ampiamente manipolata (basti dire che la parte tenorile di Néoclès passava al mezzosoprano e che Pamira intonava un'aria da Amazilia di Pacini). Nel 1985, poi, a Pesaro si riscopre con straordinario successo Maometto II, l'opera napoletana da cui Rossini prese le mosse per Le siège, e, pur senza entrare nel repertorio più comune, occupa subito un posto d'onore nei cuori rossiniani, lasciando un po' in ombra il fratello parigino. Il Festival riapre la questione sul Siège nel 2000, ma senza ancora disporre dell'edizione critica, offrendo bensì all'ascolto la partitura stampata dall'editore Troupenas all'indomani della prima del 1826: si riporta il discorso a una forma precedente le riprese Tebaldi/Santini e Sills/Schippers e prossima alle origini, tuttavia la partita non è chiusa e ce lo rivela, finalmente, l'edizione critica di Damien Colas, che debutta a Pesaro nel 2017. Ecco molti elementi che ritrovano la loro definizione e collocazione, ecco che l'aria di Pamyra nel secondo atto recupera la sua prima sezione virtuosistica e nel finale si torna a sentire l'intero coro che scandisce la caduta di Corinto e corona in maniera solenne l'arco della profezia di Hièros. La storia della partitura racconta una storia di percezione e consapevolezza del testo e rivela la potenza simbolica di un'opera di attualità, in cui la collocazione nel XV secolo non è che un pretesto per riportare letteralmente ciò che stava avvenendo al tempo del debutto. Il finale del secondo atto e l'epilogo non sono che la cronaca della tragica caduta di Missolungi nel 1824, la scena delle benedizione delle insegne da parte di Hièros ricalca quella impartita dal patriarca di Patrasso nel monastero di Agia Lavra nel 1821.

E oggi? Cosa ci dice oggi la cronaca dell'indipendenza greca osservata in Europa duecento anni fa nella maschera della storia? Nel 2000 Massimo Castri prese in burletta Le siège dimostrando quanto possa essere difficile entrare nel linguaggio dell'opera rossiniana; nel 2017 Carlus Padrissa della Fura dels Baus collocò il conflitto nella lotta elementare per l'acqua non senza qualche arzigogolo; per questa inaugurazione del Rof 2026, Davide Livermore ragiona sulla Grecia idealizzata che scuoteva le coscienze al tempo di Rossini e che ancor oggi può rappresentare un valore sociale e culturale assediato dalla barbarie postmoderna del profitto, del consumo, della superficialità senza progetto. Un principio sacrosanto e che, anzi, potrebbe illustrare la missione dello stesso Festival che ci permette di apprezzare Le siège de Corinthe per quello che è.

Sul piano visivo è tutto chiaramente esemplificato dai costumi di Gianluca Falaschi, dalle scene dello stesso Livermore con Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco, dalle luci di Nicolas Bovey e dal videodesign di D-Wok, che alludono alle mode ellenizzanti del XIX attraverso elementi archeologici e dipinti di Alma Tadema animati. Livermore è un uomo intelligente, ha un'ottima squadra e idee precise, che esprime con un linguaggio tanto codificato da apparire, tuttavia, ormai un po' stereotipato e spuntando almeno in parte quel mordente che il concetto di base potrebbe esprimere. 

Carlo Rizzi regge le fila musicali con incedere sicuro e disciplinato, puntando su una certa qual solennità marziale, severa e pure incline allo sfoggio di potenza, dove necessario, più che al cesello dinamico; si apprezza soprattutto la scelta di non precipitare la stretta della marcia nella scena della benedizione delle insegne, che quasi supera per efficacia il di per sé formidabile finale. Lo spettacolo, peraltro, è forte dell'ottima prova dell'orchestra del Comunale di Bologna e del coro del Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno, quest'anno davvero in forma.

È forte, soprattutto, di un cast forse eterogeneo, ma non privo di soddisfazioni. Al primo impatto, Cléomène a declamare in proscenio e Néoclès lontano su un praticabile, l'impressione è di un certo squilibrio fra i due tenori, ma nel prosieguo dell'opera, quando anche l'azione ridistribuisce i favori acustici, è un piacere trovare invece un utile contrasto. Matteo Roma, Cléomène, mostra centri sempre più robusti e ombreggiati in una vocalità che piacerebbe sentir impiegata più spesso in ruoli coturnati a cavallo fra Sette e Ottocento; Maxim Mironov, Néolès, ha pure voce più rotonda e gravi più presenti rispetto a qualche anno fa, ma indirizzati nella nobiltà argentina dell'acuto haute-contre, corroborato pure da un ottimo francese. Ben distinti anche i due bassi, con Simon Orfila che torna a Pesaro come Hièros con rinnovata autorevolezza, mentre Adrian Sâmpetrean, Mahomet, non esploderà forse di carisma virtuosistico (val la pena ricordare che la parte è comunque semplificata, da questo punto di vista, rispetto a Maometto II), ma vanta un'emissione morbida ed elegante che ben si confà alla visione del personaggio impostata da Livermore, una specie di tiranno “della porta accanto”, che appare quasi innocuo, finché non riduce la città in cenere. Anna-Doris Capitelli è un'Ismène di lusso, benché messa un po' in disparte nella preghiera finale, accanto a una strabordante Vasilisa Berzhanskaya, autentico fenomeno vocale che, pare del tutto convertita alla corda sopranile, affronta la parte improba di Pamyra con una spavalderia gagliarda che conquista la sala. Volume, estensione, spericolatezza: si potrebbe desiderare un'articolazione della parola un po' più nitida, affinché l'effetto non si affidi soprattutto ai filati – preziosi – o agli acuti – sicurissimi – ma costruisca con arte scaltrita la figura della vera tragédienne.

Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxufei Sun (Adraste) assolvono al loro compito con un francese perfettibile e sono accolti dai copiosi applausi finali con tutta la compagnia, lo staff creativo e i danzatori che hanno interpretato le coreografie di Erika Rambaldoni (a proposito di cultura assediata, vogliamo parlare della situazione dei corpi di ballo sempre più precari?). L'entusiasmo è alto e tocca picchi per Berzhanskaya, Mironov e Rizzi, mentre a Livermore si riserva un'accoglienza mista di approvazioni e dissensi, forse prevedibili, ma forse anche esagerati.

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