L'occasione fa Rossini
Secondo titolo del Rof 2026, la ripresa della storica Occasione fa il ladro creata da Ponnelle a Pesaro nel 1987 e riproposta poi nel 1996 e nel 2013 è una vera perla di sensibilità rossiniana con la concertazione di Alessandro Bonato e un cast affiatato.
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PESARO, 12 agosto 2026 - Le idee non hanno prezzo: stanno in una valigia, son fatte di nulla, ma aprono un mondo. L'occasione fa il ladro secondo Jean-Pierre Ponnelle, ultimo spettacolo e testamento artistico di uno dei più grandi registi di tutti i tempi, è sempre un perfetto, delizioso meccanismo teatrale, ma è anche la metafora di cosa significhi fare arte e fare opera, far apparire dal piccolo il grande attraverso l'ingegno, l'artigianato, la fantasia e lo studio. Le macchine sceniche a vista, i fondali meravigliosamente dipinti dichiarano la finzione più vera del vero, perché inventata e creata da mani, menti, voci umane, pronta a svanire in un soffio, farsi di nuovo minuscola e inafferrabile per manifestarsi sempre rinnovata mille e mille volte. Questo spettacolo è un capolavoro di grazia e spirito che non invecchia mai non perché abbia i costumi e gli arredi (dipinti) di un'epoca invece che di un'altra, ma perché nasce solo da un'idea e cresce solo nella musica e nell'azione. Perché ci dice che non è la quantità a contare e che nel piccolo si può trovare la grandezza. Guai, dunque, a sottovalutare l'accostamento di due farse al maestoso grand opéra nel cartellone di questo Rossini Opera Festival 2026: sarà anche la necessità che si è fatta virtù, ma è soprattutto un'occasione, in tutti i sensi, per trovare l'essenza del genio pesarese.
Ecco allora che la valigia di Martino non racchiude solo scene e personaggi, ecco che diventa sorgente per far scaturire la musica di Rossini con pari squisita naturalezza e disinvolta profondità, ricordando che nessuna opera è “piccola”: come amava ripetere Gianfranco Mariotti, anche senza voler equiparare Torvaldo e Dorliska a Semiramide, il livello nella produzione rossiniana è sempre alto, non si adagia mai nella routine. Dunque, ne esistono solo piccole e grandi interpretazioni.
Alessandro Bonato, alla sua prima (si spera di una lunga serie) opera nell'estate pesarese riceve la partitura dalle mani del servo-deus ex machina Martino e la tratta con affettuosa acribia, sempre al servizio della musica e del teatro. Perfino gli ingranaggi più meccanici, come quello del quintetto “Che strana sorpresa” o certi accompagnamenti ai cantabili, trovano nella precisione un'anima palpitante senza bisogno di facili effetti, bensì portando l'Orchestra Sinfonica Rossini a suonare come meglio non potrebbe per plasmare il tempo non nella velocità, bensì nel colore, nell'intensità, nell'idea. La musica è nella durata percepita di Bergson, non nella misura di metronomi variabili. Si parte dal senso di ciò che Rossini scrive, dalla sua naturale pulsazione e si canta in esso con intenzione espressa, evviva, attraverso tutto il bagaglio di variazioni (scritte da Bonato stesso, molto belle ed espressive), appoggiature e competenze stilistiche grazie alle quali il linguaggio belcantista è decifrato e prende vita. Doppio evviva, anzi, nel sentire i recitativi così curati, eseguito come sempre dovrebbe essere, con fortepiano e violoncello al continuo (bravissimi Giulio Zappa e Jacopo Muratori) in modo da mantenere fluido e vivo il discorso anche in rapporto ai numeri musicali. Il canto viene così portato a essere recitazione, commedia, in piena sintonia con il lavoro di Ponnelle fedelmente ripreso da Sonja Frisell. Ciascun interprete, sostenuto nelle proprie peculiarità, viene inserito in un insieme perfettamente equilibrato, creando quel vero senso di squadra che è la chiave del successo autentico rispetto all'esibizione autoreferenziale. Funzionano benissimo le due coppie incrociate alla maniera di Così fan tutte, con gli amanti sentimentali, “nobili” tenore e soprano e quelli più estroversi mezzosoprano e baritono. Dave Monaco, il Conte Alberto, si conferma il tenore rossiniano di spicco della nuova generazione, virile anche nella dolcezza elegiaca, incisivo e disinvolto nella coloratura, sempre appropriato nell'accento; fa propria in autonomia, senza perdersi in emulazioni, anche un'aria mitica come “D'ogni più sacro impegno”. Damiana Mizzi, Berenice, possiede una tipica voce di soprano leggero, facile all'acuto estremo e al virtuosismo, ma accompagnata dalla bacchetta anche in legati più morbidi e rotondi. Matteo Mancini presta a Don Parmenione una fisicità che già da sola può costruire il personaggio, con la sua statura sovrasta il resto del cast, oltre a una chiara voce di baritono brillante già ben educata al gusto rossiniano, in perfetta sintonia con la graziosissima Ernestina di Martiniana Antonie. Un vero, ironico cameo è quello di Manuel Amati, tenore pronto a gettarsi anche nelle parti più spericolare, come Don Eusebio.
E poi c'è, ovviamente, Martino, il servitore di Parmenione (con il quale instaura quasi un rapporto Don Giovanni /Leporello in sedicesimo) che guida l'azione scaturita dalla sua valigia: Giuseppe Toia dimostra la sua continua crescita con bella voce timbrata, musicalità e arguzia. Con lui si apre e si richiude un mondo che però non finisce lì e continua a dirci che Rossini è sempre grande, anche nel piccolo, così come i grandi musicisti lo sono anche quando condensano il loro pensiero e le loro virtù in una lieve commedia di un'ora e mezza.
Il pubblico festeggia tutti equamente, com'è giusto in una serata dove ogni elemento si trova al posto giusto.
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