Del paragon la pietra
Al Rossini Opera Festival La scala di seta con la regia di Damiano Michieletto, riproposta per la terza volta dopo il 2009 e il 2011, si conferma un classico che non invecchia e continua a mietere applausi anche grazie alla personalità e all'arte di Paolo Bordogna.
Pesaro, L'occasione fa il ladro, 12/08/2026
Pesaro, Le siège de Corinthe, 11/08/2026
PESARO, 13 agosto 2026 - “Del paragon la pietra / sono i contrari eventi: / nei giorni più ridenti / più dubbia è l'amistà”: la necessità di programmare, con una nuova produzione di un'opera monumentale, le riprese di due farse con esigenze ben più contenute si è rivelata una cartina di tornasole per lo stato dell'interpretazione rossiniana, e, pertanto, l'amistà non dubbia dovrebbe drizzare le antenne. I paragoni, poi, sono fecondi, tanto più quando si parla di due titoli strutturalmente simili come L'occasione fa il ladro e La scala di seta. La quarta e la terza delle cinque farse veneziane per il Teatro di San Moisé confermano quanto il genere fosse ben più articolato di quanto il nome nell'accezione contemporanea lascia sminuire: L'occasione è l'unica fra le sorelle a non avere un'ouverture propriamente detta, bensì un'introduzione con temporale, e a prevedere un cambio scena; La scala si arricchisce di un finale notturno ampio e articolato che ricorda Le nozze di Figaro (ma anche, per atmosfera, il precedente rossiniano dell'Inganno felice - che, per inciso, ci piacerebbe presto rivedere nello spettacolo di Vick non meno intramontabile dei due proposti quest'anno). Entrambe vanno in scena in produzioni che hanno fatto la storia del Festival pesarese, nate a trent'anni circa di distanza (1987 e 2009), diversissime per estetica, ma entrambi basate su un assunto assai semplice e sull'esaltazione della fantasia teatrale. Come nell'Occasione di Ponnelle l'azione si materializza fra tele dipinte, così nella Scala di seta di Michieletto (scene e costumi di Paolo Fantini) il mobilio – ora tridimensionale – dà forma alla planimetria dell'appartamento di Giulia. Un'idea essenziale, chiave di un successo che non invecchia, perché tutto si basa sull'azione e sui caratteri, perché la leggerezza non manca di profondità, con l'oggettivazione dei personaggi disposti sul palco durante l'ouverture. Diversissimo da quello di Ponnelle, quello di Michieletto è pure un grande spettacolo che ci ricorda l'importanza del lavoro dietro le quinte, dell'artigianato, del fare teatro, che valorizza i tecnici e tutti i lavoratori come i solisti. Una ricchezza umana che dovrebbe essere interesse primario.
Ci si diverte come la prima volta anche perché come allora, ormai alla terza proposta pesarese di questa produzione, Germano è Paolo Bordogna, formidabile cantante attore, fenomenale deus ex machina che sa destare genuina ilarità raccontando pure la delicatezza umana del servitore. Il riferimento ad Ariel, il domestico filippino impersonato in tv da Marco Marzocca, era forse più d'attualità negli anni scorsi, ma non era e non è un mero pretesto per suscitare risate, era ed è anche e soprattutto un modo per raccontare che Germano non è “sciocco”, è solo un uomo che non conosce bene la lingua, viene da un paese lontano, è sottovalutato da tutti e fatica a integrarsi. E Bordogna lo fa meravigliosamente suo, superando il modello di partenza.
Il resto del cast entra a meraviglia nel meccanismo ideato da Michieletto, anche se sul piano musicale si pone qualche distinguo. Piace molto la Lucilla volitiva e brillante di Mara Gaudenzi; Iurii Samoilov è un vigoroso Blansac e, rinunciando per la prima volta in questo secolo all'introduzione dell'aria di baule “Alle voci della gloria” (fortemente voluta da Alberto Zedda, ma in nulla relata, nella storia, alla Scala di seta) ci riporta ai tempi in cui a Pesaro a tenere banco con veemenza erano soprattutto questioni filologiche. Bene: così ascoltiamo l'opera nella forma prevista da Rossini. Hasmik Torosyan denota spigliatezza nel côté sentimentale e in quello brillante di Giulia. Nondimeno efficace è Enrico Iviglia nel fare di Dormont un vero e proprio “umarell”. Più debole il Dorvil di Alasdair Kent, che punta tutto sul registro acuto, tuttavia la pur pregevole volontà di sfumare e filare i suoni evidenzia un sostegno e un'organizzazione vocale non esente da fragilità, con agilità più accarezzate e aspirate che sgranate.
Sul podio dell'orchestra del Comunale di Bologna, Iván López Reynoso si impegna con cura encomiabile nell'imprimere la giusta energia all'azione, come nell'assecondare l'incalzare della scena e la geometria degli ambienti, sebbene non sempre gli assiemi (pensiamo alla stretta del quartetto centrale) risultino perfettamente a piombo. E peccato che i recitativi siano accompagnati – con proprietà e fantasia – solo dal fortepiano di Giorgio D'Alonzo: è vero che purtroppo sempre più spesso anche in contesti ambiziosi vediamo la realizzazione del continuo umiliata in modi ben peggiori, però a Pesaro siamo autorizzati a desiderare sempre il meglio, in primo luogo nelle basi della prassi esecutiva. Del paragon la pietra ci è data dal Rof stesso, che da sé può anche dare la soluzione.
Frattanto, parla il teatro e anche il meraviglioso meccanismo della Scala di seta nella forma meravigliosa datagli da Michieletto vale convinti e copiosi applausi.
Brescia, La scala di seta, 22/11/2015
Pesaro, L'occasione fa il ladro, 12/08/2026
Pesaro, Le siège de Corinthe, 11/08/2026
