Sulla via di Reims
Il viaggio a Reims dei giovani dell'Accademia rossiniana conferma la vitalità del progetto e i potenziali delle giovani generazioni, ma pone anche degli interrogativi sulla formazione e sulle guide che li conducono a queste tappe fondamentali del loro percorso.
PESARO, 16 agosto 2026 - Nato nel 2001, Il viaggio a Reims dell'Accademia rossiniana ha ormai varcato il traguardo del suo primo quarto di secolo. Se in precedenza i corsi si svolgevano paralleli al Festival e il concerto finale, con la selezione di un'opera o uno spettacolo scritto ad hoc ogni anno, passava più in sordina, in questo secolo gli esordi degli allievi, nel pieno della forma scenica, sono sfilati sotto i riflettori e i commenti degli appassionati più fedeli. E se magari non tutti ricordano, così, i primi passi pesaresi di Daniela Barcellona e Carlo Lepore, di Nicola Alaimo e (incredibile ma vero) Luca Salsi, oggi sono ben impressi nella memoria le presenze sotto l'insegna del Giglio d'Oro di Peretyatko, Rebeka, Berzhanskaya o Manoshvili, senza contare che l'opera richiede un direttore e che agli albori della loro carriera sono saliti su questo podio anche Battistoni o Spotti.
Ogni estate si scorrono le locandine scommettendo sul futuro nome per nome; ogni anno ripetiamo quante variabili condizionano la crescita di ciascuno, fra sorprese, promesse mantenute o intiepidite a breve e lungo termine. C'è, però, anche un discorso più ampio da fare: l'Accademia non individua solo singoli talenti, rappresenta anche lo stato della formazione di giovani che in questo mesetto, fra corsi e prove, non possono trasformarsi radicalmente, ma possono ricevere tutti gli input di un alto perfezionamento professionale. Insomma, ci si aspetta di trovarsi di fronte ragazzi in possesso di un bagaglio di competenze che questa esperienza possa affinare presentando a melomani e addetti ai lavori una rosa di artisti che potremmo vedere scritturati, cum grano salis e senza bruciare le tappe, già nelle prossime stagioni. Quest'anno, invece, il pensiero non corre tanto all'immediato quanto ai possibili frutti di ulteriori studi: se da oltre trecento domande la selezione fa dire più spesso “promettente, da risentire nei prossimi anni” e non “dipendesse da me, lo/la scritturerei subito”, significa che negli istituti di formazione c'è qualcosa che non va. Non se ne fa una colpa ai ragazzi, ché ovviamente ci saranno i più o meno capaci e ricettivi, ma in generale dimostrano di mettercela davvero tutta, né a chi li ha seguiti nelle ultime settimane, bensì a chi avrebbe dovuto fornire loro gli strumenti giusti per arrivare a Pesaro e farsi valere al massimo nel canto e sulla scena. Considerando che anche fra chi non ha nazionalità italiana c'è di certo chi studia nei nostri conservatori e che questa osservazione si fa sempre più frequente anche in altri lidi, forse bisognerebbe davvero ricordare che è questo il centro del riconoscimento UNESCO della pratica del canto lirico come patrimonio dell'umanità, non le stucchevoli e autoreferenziali vetrine di arie e duetti con cui taluni si pavoneggiano sugli schermi. Ogni ciclo di studi dovrebbe far acquisire una serie di capacità per accedere a quello successivo e trarne frutto, altrimenti al momento di stendere la tesi di laurea anche studenti intelligenti e talentuosi potrebbero trovarsi limitati nell'esprimersi e il livello universitario rischia di abbassarsi. È una questione di fatalità nei cicli annuali, ma anche una questione di sistema, più che di singole potenzialità e volontà.
Questa premessa è ferma ma non vuole essere pessimista: anzi, si vuol ribadire l'importanza di iniziative come quella del Festival Giovane di Pesaro, che dovrebbero svilupparsi sempre più; si vuole ricordare che le nuove generazioni meritano di poter arrivare a questi approdi cruciali guidate e preparate al meglio. I potenziali ascoltati quest'anno, peraltro, parlano chiaro. Martina Myskohlid, Melibea, è un vero mezzosoprano dall'emissione ben impostata e organizzata, che rinsalda l'impressione positiva destata nel finale della Cenerentola nel concerto del 20 luglio. Martina Saviano come Corinna mostra consapevolezza del senso del testo e una non trascurabile inclinazione a cantar sfumato lavorando musicalmente sul dettaglio. Di bello smalto e ben proiettata è la vocalità di Aziza Omarova, Folleville dalla quale possiamo attenderci interessanti sviluppi, mentre alla Madama Cortese assai graziosa di Kanako Tominaga si vorrebbe sollecitare una maggiore incisività, affinché possa ricordarci di essere non una cameriera ma la padrona della stazione termale.
Davor Nekjak era parso, nel concerto di luglio, fra gli elementi migliori di quest'anno per naturalezza del canto e dell'articolazione italiana: peccato che qui, come Don Profondo, nelle “Medaglie incomparabili” patisca un po' i tempi troppo spediti imposti da Sieva Borzak e la scelta di enfatizzare le imitazioni dei vari accenti. In fondo, una tradizione non obbligatoria, come non lo è nessuna tradizione: è vero che l'aria sollecita, nella parata di personaggi, la caricatura di ciascuno, ma non è detto che non si possano trovare altre strade, o che non si possa modulare diversamente l'allusione, a seconda dell'artista che la interpreta.
Come Trombonok, Edoardo Di Cecco convince grazie anche alla confidenza da madrelingua, fondamentale sempre e ancor più per un buffo. Purtroppo, invece, non basta al Libenskof di Enrico Basso, che deve ancora correggere la tendenza a mandare indietro il suono.
Il simpatico Belfiore di Yukang Zheng, il Sidney allampanato dal canto un tantino macchinoso di William Meinert, il Don Alvaro di Taiyo Abe e il Don Prudenzio dalla dizione un po' arruffata di Kairui Liu completano il cast della prima con Jiahui Mo (Luigino), Hana Ilcic (Delia), Hope Nelson (Maddalena), Madina Abildina (Modestina), Dongjae Son (Zefirino/Gelsomino) e Keisuke Onoda (Antonio).
Sul podio dell'Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini, il ventinovenne in ascesa Sieva Borzak fa pensare che il Belcanto non sia esattamente la sua “cup of tea”: tempi altalenanti con scatti repentini e una certa pesantezza generale non aiutano troppo né le voci, né l'equilibrio complessivo.
Per contro, sono sempre una certezza l'elasticità di Rubén Sánchez-Vieco al fortepiano per i recitativi (peccato, anche qui il continuo senza violoncello...) e lo storico spettacolo creato da Emilio Sagi con i costumi della compianta Pepa Ojanguren e oggi ripreso da Matteo Anselmi.
Il pubblico applaude in un collettivo, sentito e condivisibile “in bocca al lupo” rivolto a tutti i giovani in locandina affinché ciascuno possa costruire al meglio la propria strada.
Di questa strada, l'Accademia non è che una tappa, un punto di partenza ma anche di arrivo.
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