Il quadro e la cornice
La nuova produzione di Otello al Colón convince grazie soprattutto a Gregory Kunde, Maria Agresta e alla regia di Fabio Sparvoli con scene di Nicolas Boni e costumi di Tommaso Lagattolla.
BUENOS AIRES, 14 agosto 2026 - A tredici anni dall’ultima rappresentazione, l’Otello di Verdi è tornato sul palcoscenico del Teatro Colón, con una nuova produzione scenica e un buon livello generale.
Alejo Pérez, al suo esordio con questo titolo verdiano, ha offerto una corretta interpretazione della partitura. Forse è mancato un po’ di nerbo e di stile, che il direttore acquisirà sicuramente con il passare degli anni. Il grande concertato del terzo atto avrebbe sicuramente richiesto più prove e una mano più sicura. Ciononostante, la versione di Alejo Pérez, nuovo direttore principale dell’Orchestra Stabile del Teatro Colón, si è rivelata adeguata.
Sin dalla sua prima nel 1887, il ruolo protagonista dell’Otello verdiano è stato monopolizzato, in ogni generazione, da non più di tre o quattro interpreti. Gregory Kunde è oggi uno di loro e, a oltre settant’anni e con quarantotto di carriera alle spalle, riesce a commuovere nei panni del Moro di Venezia. Kunde, con la sua voce lirica e un fraseggio ammirevole, è convincente e credibile: non ci si deve aspettare un Otello dalla voce tonante, ma un personaggio interpretato con autorevolezza, risorse autentiche e un’intenzionalità irreprensibile. Il suo «esultate» è stato convincente, mentre alcune note della sua tessitura bassa sono risultate meno udibili nel primo atto; nel duetto d’amore che chiude quell’atto si è notata la sua esperienza vocale. Potente in «Pel ciel marmóreo giuro», la sua qualità superiore si è manifestata senza riserve nella seconda scena del terzo atto con Desdemona, nel «Dio, me potevi scagliar» dello stesso atto e nella scena finale.
Maria Agresta ha semplicemente stupito nel ruolo di Desdemona in questo suo debutto a Buenos Aires. Non è la solita Desdemona fragile, bensì una moglie che si convince poco a poco del destino che l’attende. La sua voce è bella e di grande volume. Discreta nel duetto del primo atto, è andata crescendo man mano che lo spettacolo procedeva, con una scena del quarto atto straordinaria per il livello di intesa e perfezione.
L’Iago di Daniel Luis de Vicente ha mostrato un buon potenziale, un volume adeguato e un bel timbro vocale. In sintonia con gli altri e convincente in ogni momento, ha interpretato un personaggio solido.
Diego Bento, membro del Coro Stabile dalle qualità più che interessanti, è stato un buon Cassio, ma dovrà lavorare ancora un po’ sulla gestualità e sulla raffinatezza espressiva.
Il resto del cast, composto da Insung Sim (Lodovico), Alejandra Malvino (Emilia), Fermín Prieto (Roderigo), Mario De Salvo (Montano) e Gabriel Vacas (araldo), ha dimostrato qualità e competenza adeguate. I cori, dal canto loro, si sono dimostrati efficaci.
È difficile separare l'impatto visivo dalla regia per poter valutare nel suo insieme una produzione. In questo caso, a una cornice di eccellenza, frutto del talento di Nicolás Boni, si sono aggiunti i costumi creativi di Tommaso Lagattolla che, pur senza un riferimento temporale preciso, rimandano a epoche passate.
Fabio Sparvoli ha optato per movimenti tradizionali che non hanno disturbato e hanno lasciato scorrere la storia. Sparvoli accoglie lo spettatore con una frase di Brabancio pronunciata nel primo atto shakespeariano: «Look to her, Moor, if thou hast eyes to see. She has deceived her father, and may thee» («Tienila d’occhio, moro, se hai occhi per vedere. Ha ingannato suo padre e potrebbe ingannare anche te»), che non compare nel libretto operistico. La si legge su un fondale in lingua italiana ed evidentemente costituisce il substrato della gelosia che Iago risveglia con le sue insidie. Anodine le danze firmate da Vagram Ambartsoumian.
Nicolás Boni ha creato magia con la sua scenografia, che è stata eccellentemente integrata dalle proiezioni realizzate dallo stesso Boni insieme a Matías Otálora e dall’illuminazione di José Luis Fiorruccio. La cornice alterna elementi concreti – come colonne, scale, pietre, grandi lampadari che si coprono e si scoprono, e fondali affrescati – alle proiezioni e al mare onnipresente. La difficilissima scena iniziale con il coro, che dovrebbe guardare verso il mare, sebbene ciò sia teatralmente impossibile poiché dovrebbero cantare di spalle, è ragionevolmente risolta
La scena iniziale, molto complessa, con il coro che dovrebbe guardare verso il mare – anche se ciò è teatralmente impossibile, poiché i coristi dovrebbero cantare di spalle – è interpretata in modo ragionevolmente efficace e la tempesta produce un effetto di grande impatto con la furia del mare e la pioggia, per lasciare poi spazio, come per magia, al cielo stellato della scena finale del primo atto. Bucolica la bellezza del secondo atto con il mare, gli scogli e parte del castello; imponente il grande spazio del terzo atto e di intima interiorità la stanza di Desdemona nell’ultimo atto, con le vetrate a sinistra – dove nel quadro precedente si vedeva il mare – e gli affreschi sullo sfondo.
El marco y el cuadro
por Gustavo Gabriel Otero
Buenos Aires, 14/08/2026 - A trece años de su última vez retornó Otello de Verdi al escenario del Teatro Colón, en nueva producción escénica y buen nivel general.
Alejo Pérez en su primera aproximación al este título verdiano efectuó una correcta lectura de la partitura. Quizás falto algo de nervio y estilo, que seguramente el director adquirirá con los años. El gran concertante del tercer acto necesitó seguramente más ensayo y una mamo más segura. Con todo, la versión de Alejo Pérez, nuevo director principal de la Orquesta Estable del Teatro Colón, resultó adecuada.
Desde su estreno en 1887 el protagónico del Otello verdiano es monopolizado, en cada generación por no más de tres o cuatro intérpretes. Gregory Kunde es hoy uno de ellos y a sus más de setenta años y con 48 de carrera, logra conmover como el moro de Venecia. Kunde con su voz lírica y con un fraseo admirable, es convincente y creíble, no hay que esperar el Otello de voz estentórea sino un personaje cantado con autoridad, genuinos recursos e intencionalidad sin mácula. Su ‘esultate’ fue convincente, mientras que algunas notas de su tesitura baja fueron menos audibles en el primer acto, y en el dúo de amor que cierra ese acto se notó su veteranía vocal. Potente en ´Pel ciel marmóreo giuro’, su calidad superior se mostró sin fisuras en la escena segunda del tercer acto con Desdémona, en el ‘Dio, me potevi scagliar’ del mismo acto y en la escena final.
Maria Agresta simplemente impresionó como Desdémona en este su debut en Buenos Aires. No es la Desdémona frágil habitual sino una esposa convencida poco a poco del destino que le espera. Su voz tiene belleza y gran volumen. Razonable en el dúo del primer acto fue creciendo a medida que avanzaba la representación con una escena del cuarto acto deslumbrante por el nivel de compenetración y perfección.
El Iago de Daniel Luis de Vicente mostró buena potencialidad, adecuado volumen y bello color vocal. Compenetrado y razonable en todo momento compuso un sólido personaje.
Diego Bento, un elemento del Coro Estable, de más que interesantes cualidades fue un buen Casio, tendrá que trabajar un poco más su gestualidad y su refinamiento expresivo.
El más resto del elenco formado por Insung Sim (Lodovico), Alejandra Malvino (Emilia), Roderigo (Fermín Prieto), Montano (Mario De Salvo) y el Gabriel Vacas (heraldo), mostró adecuada calidad y solvencia. Mientras que los coros resultaron eficientes.
Es difícil escindir marco visual de dirección escénica para poder justipreciar en conjunto una producción. En este caso a un marco visual de excelencia fruto de talento de Nicolás Boni se le adicionó un creativo vestuario de Tommaso Lagattolla que sin un anclaje temporal determinado remite a épocas pasadas.
Fabio Sparvoli optó por movimientos tradicionales que no molestaron y que dejaron fluir la historia. Sparvoli hace recibir al espectador con una frase de Brabancio que dice en el primer acto shakespeareano: “Look to her, Moor, if thou hast eyes to see. She has deceived her father, and may thee” (Vigílala, moro, si tienes ojos para ver. Ha engañado a su padre y puede hacerlo contigo”), que no existe en el libreto operístico, que se lee sobre un telón en lengua italiana, y que evidentemente es el sustrato de los celos que hace despertar Yago con sus insidias. Anodinas las danzas firmadas por Vagram Ambartsoumian.
Nicolás Boni produjo magia con su diseño escenográfico que fue excelentemente complementado por las proyecciones fruto del mismo Boni con Matías Otálora, y con la iluminación de José Luis Fiorruccio. El marco alterna elementos corpóreos -como columnas, escaleras, piedras, grandes arañas de iluminación que se cubre, y se descubren, y fondos con frescos-; con las proyecciones y el mar omnipresente. La muy difícil escena inicial con el coro que debería mirar hacia al mar, aunque esto sea teatralmente imposible pues deberían cantar de espaldas, está razonablemente jugada y la tormenta produce un impactante efecto con la furia marina y la lluvia para dar lugar como mágicamente al cielo estrellado de la escena final del primer acto. Bucólica la belleza del segundo acto con el mar, los peñascos y parte del castillo, imponente el gran espacio del tercer acto y de recogida interioridad el cuarto de Desdémona en el último con los vitrales a la izquierda -donde en el cuadro anterior se veía el mar- y los frescos en el fondo.
