Il mondo perduto
Titolo principale della quinta edizione del festival Il Belcanto Ritrovato, La donna selvaggia, opera in due atti di Carlo Coccia, interessa forse più come documento storico che per qualità artistica, ben difesa comunque dalla valorosa bacchetta di Enrico Lombardi, alla guida di un cast giovane in gran parte composto da ex allievi dell'Accademia Rossiniana di Pesaro. Più debole, e non per mere questioni di budget, la resa teatrale.
FANO, 25 agosto 2026 - Ci sono riscoperte che effettivamente stuzzicano il desiderio di veder rientrare, foss'anche saltuariamente, un titolo nei cartelloni, non per forza capolavori perduti ma anche piacevoli momenti di musica e teatro. Poi ci sono le riscoperte fatte principalmente per i musicologi, quelle che danno vita a un titolo letto solo su carta nelle cronologie, tangente alla biografia di qualche grande, un tassello in più di un cosmo musicale di cui ricordiamo e frequentiamo solo le parti premiate dalla storia. Difficile saperlo prima della prova effettiva sul palcoscenico, perché la lettura non è il teatro.
La donna selvaggia di Carlo Coccia, nell'edizione critica di Mario Varela Crespo, attira l'attenzione perché nacque al teatro veneziano di San Benedetto nel 1813, gemella dell'Italiana in Algeri – anzi, il ritardo di Coccia sollecitò il debutto anticipato di Rossini – con il medesimo cast: Maria Marcolini fu Isabella e Matilde, Filippo Galli Mustafà e Ildebrando, Serafino Gentili Lindoro e Gustavo, Paolo Rosich Taddeo e Oranteo. Inoltre, il soggetto entra nella complessa genealogia di titoli assai familiari: la radice è nell'ultima novella del Decameron, quella di Griselda calunniata, scacciata e infine riconosciuta virtuosa e ricongiunta al marito. Ne derivano, tra le tante, di Rossini L'inganno felice e Sigismondo (entrambe su libretto dello stesso Giuseppe Foppa, autore pure della Scala di seta e del Signor Bruschino), ma pure il nodo della falsa esecuzione nel secondo atto di Matilde di Shabran può appartenere alla stessa famiglia di topoi.
Scrittura vocale, soggetto, contesto rendono il recupero della Donna selvaggia un'altra tappa importante negli oramai cinque anni del festival Il Belcanto Ritrovato. Tuttavia, rispetto ad altre riscoperte succose (prima fra tutti Amazilia di Pacini), la sensazione non è tanto di voler riascoltare con piacere l'opera anche in altri lidi, bensì di essere già ampiamente soddisfatti per aver aggiunto un tassello all'esperienza di un repertorio immenso, storicamente significativo e poco noto. Semmai, piuttosto, colpisce come Rossini e Coccia condividano strumenti tanto simili e li sviluppino con esiti tanto diversi, aiutandoci così a contestualizzare meglio la grandezza del Pesarese. Lo sapevamo già? Ora lo sappiamo meglio, in maniera più completa. L'argomentazione, la conoscenza, quand'anche sembri più gentile e aperta al dubbio, è sempre ben più forte del dogma.
Peccato, però, che quest'anno la sede dell'opera principale del Belcanto Ritrovato non sia stata il teatro – quello bellissimo della Fortuna è lì a pochi passi – bensì lo spazio aperto della Corte Malatestiana. Assai bella anch'essa, ma molto più ostile per l'acustica, soprattutto nell'umidità del crepuscolo, mettendo in maggior difficoltà l'Orchestra Sinfonica G. Rossini (promotrice del Festival), anche al netto dei problemi purtroppo ricorrenti da tempo del primo corno, cui spettano soli importanti. Per fortuna la conferma di Enrico Lombardi sul podio è anche la conferma di come la dedizione e la solidità della sua bacchetta siano il principale e saldo punto di forza del Festival, garantendo tenuta, equilibrio e scrupolo stilistico – si loda anche la volontà di realizzare il basso continuo con il fortepiano di Claudia Foresi e il violoncello di Jacopo Muratori – ad ogni riscoperta.
Nel cast fa piacere trovare nei panni della protagonista - selvaggia solo per pochi minuti, quando scampa alla condanna e si camuffa con pelli animali nel bosco - Martiniana Antonie, giovane mezzosoprano rumeno formatosi all'Accademia rossiniana come buona parte della locandina e di casa al Rof, applaudita anche quest'anno nell'Occasione fa il ladro [Pesaro, L'occasione fa il ladro, 12/08/2026] ma mai ascoltata in una parte così estesa (ben tre arie solistiche, senza contare duetti e pezzi d'insieme) ed esigente, affrontata con souplesse e convincente presenza. Molto bene anche il soprano Paola Leoci, che dopo il cimento dello scorso anno come protagonista di Amazilia, ci ricorda che la seconda donna, con la sua aria di sorbetto, non ha nulla di secondario se l'interprete sa il fatto suo. Paolo Nevi (il buon consigliere Gustavo) è dotato dalla natura di una voce squillantissima e di un'innata duttilità che ci auguriamo continui ad affinare. Ad Alessandro Abis, voce scura e piglio austero, spetta la parte ampia e complessa del duca Ildebrando, mentre Zheng Wang è il perfido Adolfo e Matteo Torcaso dà rilievo al buon Oranteo, unico personaggio di connotazione buffa. Carlo Sgura, impegnato in vari altri eventi del Festival, è qui nella piccola parte di Fermondo, fratello di Matilde, mentre l'unico altro tenore del cast, Timoteo Bene Junior, figura adeguatamente nei panni del cortigiano Gilberto. I dieci elementi del coro del Teatro della Fortuna, preparato da Mirca Rosciani, fan quel che possono, né li aiuta una regia che se chiede loro dei movimento lo fa spingendo il pedale della parodia, fra pose plastiche e passettini avanti e indietro. I problemi fondamentali della produzione firmata da Alessandro Brachetti sono, infatti, due, uno concettuale e l'altro estetico. Il fatto che l'opera sia definita come eroicomica significa in buona sostanza che appartiene al genere semiserio, con un intreccio nobile, dai toni anche drammatici, ma a lieto fine e con la presenza possibile di un personaggio (in questo caso Oranteo) buffo. Questo, ovviamente, non significa che anche la primadonna o il tenore debbano far mossette e gag nei momenti patetici o di maggior tensione, né, appunto, che si debbano abbozzar ballettini o caricature delle pose da figurina Liebig, tanto più che in generale l'azione pare impostata sul fai da te di entrate, uscite, aria in proscenio. C'è, poi, la questione estetica delle scene di Gabriele Sassi e dei costumi di Marta Della Monica: sappiamo benissimo che Il Belcanto Ritrovato fa salti mortali con un budget risicato, non si pretendono certo allestimenti faraonici né si storce il naso in questo senso, anzi! Ma l'arte del teatro sta anche nel suggerire il molto dal poco, dal sollecitare l'immaginazione e trasformare la povertà in ricchezza. Magari una scelta un po' più minimalista, con eleganza, avrebbe dato a parità di costi un'idea più efficace e di ampio respiro, quale il progetto del festival merita, rispetto alla volontà di vestire pomposi abiti rinascimentali fra muretti di cartapesta. Se poi si fosse voluto inserire un pizzico di ironia, per l'apertura passaggio segreto sarebbe stato meglio scegliere, per esempio, una candela da mettere e togliere, rispetto a una leva evidentissima.
Alla fine, applausi per tutti in un tuffo nell'opera di oltre due secoli fa, quando esplodeva il fenomeno di Rossini, ma dal nulla non veniva né si muoveva nel nulla. Bene, benissimo farne l'esperienza, anche quando resta un gusto più documentario che artistico, soprattutto se c'è una bacchetta di qualità con un cast a cui val la pena di dare occasioni. Per questo, nei suoi primi cinque anni, Il Belcanto Ritrovato ha dimostrato di essere un progetto dal grande potenziale, per completare e completare l'esperienza del Rossini Opera Festival, ma anche di dover tendere a quel salto di qualità fatto di idee, di strutture, ma anche di fondi. E, si sa, in un paese come l'Italia e in una regione come le Marche (una rete di teatri patrimonio UNESCO, i natali di Rossini, Pergolesi, Spontini, Raffaello e Leopardi...) mettere ai primi posti i servizi, l'arte e la cultura sembra fantascienza.
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