Una vita per il teatro
Noto ai melomani soprattutto per il matrimonio con Raina Kabaivanska, Franco Guandalini, scomparso lo scorso 23 agosto, fu un intellettuale, uomo di teatro e cultore delle arti, che non abbandonò nemmeno quando scelse di dedicarsi alla farmacia di famiglia.
«Caro Franco», gli ha scritto Franca Valeri nel 2014, «la tua biografia è sostanzialmente la mia, mi ha riempito di vera gioia. Che bella vita da ricordare. Che fortuna essere amici».
Il 23 agosto scorso è scomparso un personaggio singolare per interessi culturali e ironia. Franco Guandalini, nato nel 1929 a Modena, era figlio di un farmacista antifascista. Frequentò il liceo scientifico, ma la farmacia di famiglia non lo attirava, preferiva organizzare da regista recite teatrali con gli amici. Studiò musica e disegno (alcuni suoi bozzetti sono stati recentemente attribuiti a De Pisis). Mentore e “cicerone” prezioso fu lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, amico di famiglia. Tra il ’50 e il ’53 Franco studiò pittura a Parigi, all’Atelier Suberbie e creò disegni per le seterie francesi. Nel ’53 è a Roma, dove viene ammesso all’Accademia d’Arte Drammatica; stringe amicizia con moltissimi personaggi dell’ambiente, tra cui i coetanei Luca Ronconi e Massimo De Francovich, con Mario Bortolotto, Sergio Tofano, e soprattutto, come si è visto, con Franca Valeri.
Nel 1956 partecipa alla messa in scena di Questa sera si recita a soggetto di Pirandello, con la regia di Guido Salvini. La Valeri lo vuole nel suo surreale spettacolo Lina e il Cavaliere nel piccolo ma iconico ruolo di uno dei tre “boys”. A Roma, con lei, frequenta l’atelier di Mino Maccari. Il rapporto con “Franchina” durerà tutta la vita, misto di gratitudine, ammirazione e grande affetto. Attore certo non travolgente, ma teatrante ironico e spiritoso, con la sua partecipazione a Lina (i cui costumi sono curati da un giovanissimo Umberto Tirelli) Franco si conquista la stima di Arturo Benedetti Michelangeli, Alberto Arbasino e Luchino Visconti, tra gli altri. All’Opera di Roma, insieme a suo cugino (padre di chi scrive), ascolta la Tebaldi in Andrea Chénier, Otello, Tosca, Forza del destino, Butterfly e ne diviene sostenitore, fatto che in seguito lo porterà a discutere con Visconti.
Sono anni in cui l’Emilia ha molti figli intellettuali; basti pensare a Cesare Zavattini, Romolo Valli, Enrico Medioli, Danilo Donati, Umberto Tirelli, Liliana Cavani. E il giro delle frequentazioni di Guandalini si estende a Raffaele La Capria, Masolino D’Amico, Mario Missiroli, Nora Ricci. L’amicizia con Mauro Bolognini diviene fraterna e farà di lui il più fidato assistente regista del grande “Maurone”.
Nel ’59 alla Rai Il borghese gentiluomo di Molière accoglie in piccole parti Franco e Monica Vitti. Nel 1960 Guandalini accompagna Laura Betti - come regista, autista e tuttofare - nella tournée di canzoni d’autore Giro a vuoto. È un’esperienza stressante e quando si rende necessario troncare il tour perché Laura si è fratturata un piede, Franco è più che altro sollevato. Due anni dopo Arbasino e Missiroli girano il film La bella di Lodi, dal racconto omonimo, con una giovanissima Stefania Sandrelli, e gli chiedono consigli. Per “concorso esterno” di Franco il film viene girato quasi interamente a Modena. Tra le comparse figura il poeta Antonio Delfini, amico di Franco, che è felice di sedere al caffè ed essere pagato solo per questo. Arbasino assorbe idee come una spugna, spesso Guandalini gli racconta delle sue scoperte artistiche nei musei e nelle gallerie; poco tempo dopo l’affabulatore di Voghera le pubblica come esperienze proprie.
All’epoca Guandalini firma ogni consulenza e assistenza come “Marco Visconti”; poi subentrerà “Franco Rossi”. (“Paparazzato” durante una passeggiata nel centro di Roma a braccetto con Anna Maria Guarnieri, dichiarerà di essere “Franco Nevie”, il suo fidanzato). Nel luglio ’66, al Comunale di Firenze, va in scena Adriana Lecouvreur con Magda Olivero: sembra impossibile convincerla a rinunciare alla sua storica vestaglia plissettata, ma l’assistente regista Guandalini, decantando la creazione di merletti e piume di Piero Tosi, ci riesce. Viene poi uno spettacolo affrontato per divertimento, e solo a posteriori divenuto “evento”, di cui Franco è assistente creativo: Arbasino mette in scena, con la consulenza di Roland Barthes, una Carmen diretta da Pierre Dervaux e cantata da Adriana Lazzarini e Gastone Limarilli. Le scene sono di Vittorio Gregotti e i costumi di Giosetta Fioroni. In platea siedono molti esponenti del Gruppo 63. Lo spettacolo è sonoramente fischiato dal pubblico, che mostra di non apprezzare le molte provocazioni: Don Josèin costume da Uomo mascherato, Escamillo in magliette hippy e costume da Batman, Micaela in succinto impermeabile bianco, le sigaraie agghindate con palline da ping pong. Carmen tenta audacie in stile Antonin Artaud sopra Don José, che è affondato fra cuscini d’argento. Oggi è tutto strascontato, ma all’epoca lo spettacolo appare un offensivo festival del nonsense.
Al Maggio Fiorentino del ’67 Franco è assistente di Bolognini alla regia del Pirata di Bellini con la Caballè. Coccola e lusinga il massiccio soprano in modo tale che, all’arrivo all’ultimo minuto di Bolognini lei fa una scenata: «Mi ha lasciato in mano a un aiuto che è più bravo di lei!» Nella stessa stagione Peppino Patroni Griffi porta in scena Napoli notte e giorno, due atti unici di Raffaele Viviani e vuole Guandalini – a dispetto della sua incurabile modenesità - come collaboratore ed editor. Poi Franco è assistente di Bolognini in un Trovatore con Bergonzi, la Cossotto e Cappuccilli: l’intero spettacolo è visto da Maurone in colore azzurro, ma all’ultimo momento fa un capriccio: tutto è da ridipingere in colore più scuro, e le scene grondano di vernice blu. A mezzanotte Romolo Valli ordina a Franco di precipitarsi alla Scala: Giorgio De Lullo si è ammalato alle prove di Lucia di Lammermoor con la Scotto e Abbado. Deve andare lui….A Milano l’aiuto regista trova Visconti e accanto a lui la Callas in crisi professionale e personale, che non perdona al grande regista di avere inscenato La Traviata a Londra con un altro soprano. Così Franco è testimone di un Visconti intimidito da tanta diva, che per stornare il di lei risentimento minimizza il lavoro svolto con la Freni al Covent Garden.
Nel ’68 alla Lyric Opera di Chicago c’è Tosca con Antonietta Stella; sulla carta la regìa è di Bolognini, in realtà Franco Guandalini è da solo a guidare lo spettacolo. Il debutto di Marilyn Horne alla Scala (marzo 1969) avviene come Giocasta in Oedipus Rex di Stravinskij, imprigionata nell’uovo simbolico disegnato da Pizzi. Anche qui Franco, assistente di De Lullo, è in prima fila ad assorbire lamentele e problemi. Mi disse Marilyn trent’anni dopo: «C’era in realtà un regista giovane, che mi ascoltava con cortesia e poi controproponeva qualcos’altro, e alla fine dovevi dargli ragione. Ah, era tuo zio?» L’anno dell’incontro con la Horne avviene anche quello con Raina Kabaivanska, con la regia di una Manon pucciniana, ma nessuno dei due ha mai ricordato alcunché.
Si chiude un quinquennio da assistente, ricco di esperienze affascinanti. Il debutto di Franco Guandalini come regista autonomo avviene nel maggio 1970,con Edipo Re di Leoncavallo al San Carlo di Napoli. I costumi sono di Bice Brichetto ed è probabile che sia stato Visconti a suggerire il modenese – su YouTube ci sono tre minuti e mezzo di quella serata, in cui Edipo è Giulio Fioravanti e Giocasta è Luisa Malagrida. L’estate ’70 Franco la passa con De Lullo a preparare I vespri Siciliani per la Scala (quelli delle ovazioni alla Callas spettatrice e dell’ingiusta umiliazione della Scotto protagonista scenica). All’inizio del ’71 è – non accreditato – accanto alla Valeri all’Opera di Roma per Il coccodrillo di Valentino Bucchi, allegro stravolgimento di un racconto di Dostoevskij; tra le comparse, oltre a Franco stesso, ci sono Nora Ricci e Giorgio De Lullo.
Un fiume parallelo scorre nella vita di Franco, la passione per le sculture e le terrecotte del Sei e Settecento, che ha cominciato a collezionare fin da giovanissimo, percorrendo in lungo e in largo l’Emilia in bicicletta.«Mia moglie dice sempre che non ha sposato un farmacista, quale sono di professione bensì un “geniale trovarobe”. Posso dire che la prima statua che ho comprato, ai tempi del liceo, è stata un piccolo San Francesco in terracotta che ora so essere del Settecento, ma che avevo acquistato abbagliato dall’idea di avere individuato un’opera del mio amato scultore Antonio Begarelli (Modena, 1499-1565). La mia collezione è nata così ed è durata tutta la vita: è una raccolta costruita per caso in un periodo, il dopoguerra, in cui le cose si trovavano praticamente per strada».
La raccolta Guandalini: rilievi e sculture è un volume fotografico appassionante, che dà un’idea dell’appartamento modenese di Franco e Raina Kabaivanska. La collezione è composta di sculture, soprattutto in terracotta, cera e cartapesta policrome databili tra la fine del XV e l'inizio del XX secolo, di artisti di area emiliana, soprattutto modenesi e bolognesi. Quindici su venti degli artisti rappresentati nel catalogo operarono a Bologna e provincia. Sono Luigi Acquisti, Gaetano Gandolfi, Anna Morandi Manzolini, Angelo Gabriello Piò, Antonio Schiassi, Clarice Vasini tra gli altri. Sono rappresentati inoltre: Antonio Begarelli, Andrea Ferreri, Antonio Traeri detto il Cestellino, Giuseppe Graziosi, Prudenzio Piccioli. Franco acquista queste opere d’arte girando in bicicletta per l’Emilia, accorrendo dove una chiesa è in demolizione, un palazzo o un convento in liquidazione. A questo ciclismo massacrante gli amici Nora Ricci e Francesco Rosi non credono; nel ’69 lo seguono in macchina per una giornata intera prima di convincersi.
Nel 2024 31 pezzi che spaziano dal XVI al XX secolo con un nucleo maggiore dedicato al Barocco emiliano sono stati donati alla Galleria Estense di Modena, alcuni esposti nella mostra Barocco da collezione. Le terracotte della donazione Guandalini – Kabaivanska: bozzetti, modelli preparatori e opere finite di carattere devozionale.
Nel ’69 Franco regala a Luchino Visconti un portacaramelle decorato con sirene e ninfe acquatiche che entusiasma il grande regista e sarà poi fotografato nella sua collezione Art Nouveau. Alcune sculture che Franco prega Romolo Valli e Giorgio De Lullo di conservare per lui non avendo spazio nella sua casa di Modena andranno disperse alla morte di De Lullo.
Nei teatri emiliani la Kabaivanska debutta come Tosca nel ’71e come Francesca di Zandonai l’anno seguente; in entrambe le opere il regista è “Franco Rossi”. Consigliarla e dirigerla nota per nota, gesto per gesto, diventerà per Franco una passione e un contributo importante alla storia dell’interpretazione operistica. Nelle sue memorie del 2014 – Il farmacista, e-book pubblicato da Il Dondolo, nella stesura del nipote Carlo Bordone, artista estroso e anche lui appassionato d’arte – non cita praticamente mai l’artista musicale e teatrale alla quale lega la propria vita e di cui influenza la carriera. È stata una missione di cui non ha mai voluto vantarsi e di cui restano ricordi privatissimi.
Il suo contributo è importante. «Fu lui il primo a dirmi “Devi cantare Francesca da Rimini!” Mi ha incoraggiata e guidata nella creazione di un mio repertorio liberty e novecentesco, di una mia personalità di attrice-cantante» ricorda la Kabaivanska. «Ci siamo sposati e nostra figlia si chiama Francesca». Il gusto liberty è trionfalmente tornato di moda anche in parte grazie a Guandalini; negli anni ‘70 entra anche nei teatri d’opera. E l’entrata in scena di Francesca-Raina è rimasta tra le memorie supreme della vita di suo marito. Molti anni fa chi scrive si è trovata accanto alla Kabaivanska al Victoria and Albert Museum di Londra: davanti alle vetrine delle creazioni di René Lalique, Emile Gallè, Maurice Depinoix e Julien Viard l’ho vista in trance,con la stessa espressione estatica di suo marito.
Per restare accanto a lei, Franco decide di tornare a lavorare – almeno temporaneamente – nella farmacia di famiglia, a Largo Garibaldi a Modena, accanto alla sorella. Ma vivere a Modena è restare comunque in un ambiente artistico. Sollecitando l’intervento di Italia Nostra, scongiura l’abbattimento dello storico teatro Storchi (che è proprio di fronte alla sua farmacia). Con l’architetto Cesare Leonardi, con i fotografi Luigi Ghirri e Franco Fontana c’è una frequentazione assidua, che lo arricchisce. Nel marzo e aprile 1973 segue con attenzione, con occasionali sarcasmi, la regia della Callas e Di Stefano dei Vespri Siciliani in occasione della storica inaugurazione torinese; organizzerà la pace tra la Divina e la Kabaivanska dopo una discussione per motivi tecnico-vocali.
Nel 1975 è ancora Franco a realizzare, su richiesta di Patroni Griffi, l’adattamento teatrale di Scende giù per Toledo. Poi la farmacia lo reclama. Fino al 2010 sarà il consulente e il sostenitore più fervido della moglie. Gli ultimi anni di Franco Guandalini sono stati di malattia. Ha lasciato scritto: «Un mondo si è sfasciato, il mio…La nostra vita era tutta dedicata alla cultura, all’arte, alla musica, e questo non ha più valore, non ha più senso».
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