L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Riscrivere i fatti

di Roberta Pedrotti

«La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza». G. Orwell, 1984

La questione veneziana, fra le sue mille implicazioni, ha messo tragicamente in evidenza anche una costante, pervasiva mistificazione della realtà che è giunta, in occasione dell'apertura di stagione, a estremi orwelliani di riscrittura e manipolazione dei fatti.

Senza soffermarci sui mille rivoli di letture scorrette dettate dalla non conoscenza del mondo musicale da parte di molti (troppi) commentatori (per esempio sul ruolo del direttore musicale rispetto al direttore invitato per una singola produzione, o sulla presenza femminile sui podi internazionali), la prima fake news significativa ha riguardato il curriculum fasullo di Diego Matheuz, fatto passare, con opportune omissioni, per uno sprovveduto che non aveva praticamente mai preso la bacchetta in mano prima di ricevere l'incarico di direttore principale (non musicale: c'è differenza) della Fenice. Inutile dire che come è logico - e bilaterale: difficile pensare a un direttore degno di questo nome che assuma un incarico a lungo termine prima di saggiare la sintonia con l'istituzione e i suoi musicisti - Matheuz aveva già diretto nel massimo veneziano prima della nomina, ma anche che era già salito su podi di assoluto prestigio in Italia e nel mondo. Viceversa, la biografia artistica di Venezi è stata gonfiata elencando ogni passo come se la quantità corrispondesse alla qualità, come se un diploma di conservatorio fosse la porta automatica per dirigere i Berliner o un concorso di pianoforte per adolescenti in provincia valesse quanto se non più del Malko, dello Solti o del Mahler (che hanno premiato recentemente direttori italiani più giovani o coetanei di Venezi) o del Toscanini, vale a dire dei veri grandi concorsi internazionali di direzione. 

En passant, pare quantomeno stravagante che criticare una donna adulta nel merito delle sue esperienze e qualità professionali sia stato tacciato di maschilismo, mentre dire di una donna adulta è una "ragazza che va tutelata" o una "principessa che farà innamorare" andrebbe bene. In tutta franchezza, credo che rispettare una donna non sia trattarla come un fragile e decorativo soprammobile o come una tenera creaturina spaurita, come una bimba immatura da proteggere. Anche il mondo delle principesse Disney si è fatto più maturo e battagliero. 

Le ultime mistificazioni, sono però più gravi. La stagione appena inaugurata è stata firmata ancora dalla sovrintendenza e direzione artistica di Fortunato Ortombina, senza che vi sia nessun appuntamento con Beatrice Venezi sul podio. La campagna abbonamenti si è svolta principalmente fra settembre e ottobre (la conferma era possibile fino al 15/10, mentre la sottoscrizione di nuovi abbonamenti fino al 20/11) e anche i lavoratori del Teatro hanno invitato espressamente gli abbonati a non far mancare la loro presenza. Gli abbonati stessi, peraltro, hanno affermato e ribadito che non avrebbero rinnovato l'abbonamento per una stagione con Beatrice Venezi come direttrice musicale, vale a dire per la stagione 2026/27 se le cose non cambieranno. L'incremento degli abbonamenti, dati e date alla mano, non è un segnale di sostegno a Colabianchi e Venezi, bensì all'istituzione Gran Teatro La Fenice e al valore musicale che finora ha rappresentato e si spera continui a rappresentare. 

La cosa peggiore è arrivata, infine, con le cronache distorte della serata inaugurale. Molti profili di dubbia autenticità, pagine di propaganda, ma anche testate giornalistiche (seppur di partito) come Il secolo d'Italia hanno postato sui social immagini che affiancavano il volto di Beatrice Venezi alla notizia dei sette minuti di applausi per l'inaugurazione di stagione, spesso con commenti che davano per sconfitti i contestatori. L'intento, chiarissimo, sembra quello di far credere che fosse Venezi a dirigere La clemenza di Tito (concertata da Ivor Bolton) e che a lei fosse dunque ascrivibile il successo della serata, che peraltro, invece, ha registrato anche un'ovazione particolarmente significativa proprio per l'orchestra, segno di solidarietà compatta oltre che di stima artistica. Nell'articolo della testata già organo missino il nome di Bolton non può essere omesso, ma i fatti sono ancora una volta interpretati in maniera surreale, manipolati per essere rimodellati su un preconcetto: il lancio finale di volantini di solidarietà con la lotta dei musicisti (gesto emblematico, come almeno una visione di Senso dovrebbe insegnare) viene raccontata come lo sprezzante sbarazzarsi dei fogli distribuiti all'ingresso del teatro (diversi da quello fasullo mostrato nell'articolo, che tuttavia, con il presunto invito al lancio, contraddice la narrazione della giornalista... una bufala fatta proprio male). Come se tutti i depliant sgraditi che ci sono messi in mano all'ingresso del teatro, invece di essere distrattamente appallottolati in attesa del primo cestino, venissero normalmente lanciati in sala a fine spettacolo... Ci vuole della fantasia - e del gran pelo sullo stomaco - per ribaltare l'evidenza nel suo contrario. Che il pubblico veneziano appoggi incondizionatamente il movimento dei musicisti è confermato, oltre che dalla pertecipazione e dagli ardenti interventi nella manifestazione del 10 novembre, dalla patetica scenetta allestita per la recita del Wozzeck del 23 ottobre, quando un esponente politico locale, perfettamente riconoscibile, si è ripreso nel palco della sovrintendenza mentre contestava la lettura del comunicato sindacale, sortendo peraltro l'effetto contrario di venir subissato dalla reazione della sala in difesa dei musicisti. Anche qui, le testate di parte (Il Giornale) hanno annunciato una presunta rivolta del pubblico contro l'orchestra, mentre tutti i video (anche, se non soprattutto, quello stesso del disturbatore!) hanno raccontato il contrario. Ma, se si hanno argomenti solidi in cui si crede, è necessario alterare i fatti? Non è un'ammissione di inconsistenza di ragioni?

Ma basterà? Questa storia è anche una storia di continua, pervicace manipolazione mediatica dei fatti. E speriamo che dai motti «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza» non si arrivi anche al finale senza speranza di 1984, in cui anche Winston Smith «amava il Grande Fratello».


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