L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Bellezza e tempesta

di Antonino Trotta

Una panoramica sull'anno appena trascorso, ricco di soddisfazioni (con un focus particolare su Torino e sui teatri del Nord Ovest), ma anche segnato da pagine oscure, come la nomina di Beatrice Venezi alla Fenice, che hanno tuttavia dimostrato la luce di una risposta dignitosa e compatta nel mondo musicale.

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Ogni fine anno è un ritorno in platea: ci si risiede al proprio posto, in silenzio, e si riguardano uno a uno gli spettacoli vissuti. Alcuni brillano come se fossero stati ieri, altri si nascondono con timidezza allo sguardo inquisitorio della memoria. È stato un anno, come sempre, fatto di alti e bassi, di stupori autentici e di improvvisi rovesci, di serate in cui si esce dal teatro convinti che l’arte salverà il mondo e di altre in cui ci si chiede, senza malizia ma con un filo di scoramento, se non avessimo avuto davvero niente di meglio da fare. Eppure, anche nei secondi casi, la risposta è sempre la stessa: no.

No perché il Teatro ci obbliga sempre ad ascoltare, a reagire, a mettere in discussione quanto appena visto o sentito, a non essere indifferenti dinanzi a ciò che prende forma di fronte ai nostri occhi per poi svanire all’improvviso, senza lasciare altro che un ricordo più o meno vivido e una manciata di domande, risposte o meno, che poi son la ragione per cui ogni volta ci si sottopone a quel sublime rituale. Nel bene o nel male, esso ci tiene svegli, a volte ci provoca, ogni tanto ci delude, spesso ci sorprende. Sempre, però, ci rammenta che la vita è un esercizio di presenza e che quelle tavole sacre rimangono l’ultimo luogo in cui le verità possono indossare una maschera senza perdere mai autenticità.

Vogliamo allora ripercorrere brevemente l’anno appena trascorso, senza alcuna pretesa di esaustività, ma con il desiderio sincero di ricordare quelle serate in cui il Teatro ha saputo parlare forte, sorprendere, emozionare, anche solo per un istante.

Il Teatro Regio di Torino, anche quest’anno, ci ha regalato momenti magnifici, confermando quella vocazione al grande respiro produttivo che negli ultimi anni ne ha contraddistinto l’identità. Ai piedi della Mole, infatti, si è avuto modo di assistere a progetti nati con il passo sicuro delle grandi ambizioni, capaci di far vibrare all’unisono buca e palcoscenico. Non sono mancate riletture ardite dei classici, direzioni d’orchestra che hanno saputo incendiare il colore delle partiture e regie in cui il gesto non si è semplicemente adagiato sulla tradizione, ma ha cercato nuove prospettive, anche quando rischiose. L’Hamlet di Ambroise Thomas, andato in scena a maggio e disponibile ora sul canale YouTube di OperaVision, si rivela lo spettacolo migliore a cui lo scrivente abbia preso parte: la straordinaria messinscena di Jacopo Spirei, l’autorevolezza di Jérémie Rhorer e le prove maiuscole dei due protagonisti, John Osborn e Sara Blanch, hanno dato vita a un’esperienza teatrale di rara completezza, in cui la forza drammatica del testo e la scintillante eleganza della partitura si sono fuse in un equilibrio difficile da dimenticare. Un teatro che pensa, che osa e che soprattutto coinvolge senza mai strizzare l’occhio al facile consenso. Non sono mancate, comunque, nel corso di un anno che ha visto anche il battesimo del nuovo direttore musicale Andrea Battistoni, altre serate di alto profilo: torna in mente il nuovo allestimento di Rigoletto firmato Leo Muscato/Nicola Luisotti, o ancora la Francesca da Rimini inaugurale che Battistoni e Andrea Bernard hanno scolpito con ardore visionario, restituendo a Zandonai una teatralità pulsante, sensuale, mai compiaciuta.

Torino, d’altro canto, è piazza musicale sempre viva. Oltre all’opera, che continua a custodire il suo ruolo centrale nel tessuto culturale cittadino, la musica sinfonica e da camera contribuisce con forza quotidiana a quella fitta trama di appuntamenti che rende la vita musicale subalpina così ricca e partecipata. A ricordarcelo sono istituzioni che, con identità differenti ma complementari, tengono acceso il fuoco dell’ascolto.

Lingotto Musica richiama in città sempre le compagini più blasonate del panorama musicale internazionale. Ne sono prova due appuntamenti che ancora riverberano nella memoria e nel cuore: Marc Minkowski, alla guida dei suoi Musiciens du Louvre e impegnato nelle ultime tre sinfonie di Mozart, ha scolpito, con gesto energico e lucidissimo, un Mozart vivo, respirato, elettrico, restituendo all’ascolto quella miscela di perfezione formale e vitalità teatrale che solo i grandi interpreti sanno evocare. Ancora più carico di emozione è stato il concerto con Martha Argerich, Charles Dutoit e l’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo: una serata di quelle che, a teatro, ti fanno venire la pelle d’oca al solo pensarci. Non solamente per la qualità strabordante dei protagonisti, quanto per il gesto umano e delicato con cui la Argerich ha voluto dedicare il bis a Maria Tipo, appena scomparsa. Un momento raro di intima condivisione, in cui il pubblico ha percepito senza filtri la gratitudine e l’ammirazione autentica di un’artista verso un’altra.

Non da meno l’Unione Musicale, che alterna con sapienza grandissimi nomi e giovani di straordinario talento, costruendo stagione dopo stagione un programma articolato capace di esaltare la musica in tutte le sue sfaccettature. Qui l’ascolto si fa scoperta e dialogo, incontro tra maestri affermati e nuove voci da sostenere, in un continuo scambio di energie che ricorda come la musica sia, al tempo stesso, ponte tra culture e cuore pulsante di una comunità. I ricordi dell’anno passato son tantissimi, e tutti diversi l’uno dall’altro. Dall’indimenticabile concerto schubertiano di Elisabeth Leonskaja al debutto dell’eccezionale Sophia Liu, passando per serate come quelle che ci hanno regalato artisti unici come Abel Selaocoe, Giovanni Sollima – incontrato più volte – o Jordi Savall con le musiciste dell’Ospedale della Pietà, capaci di restituire alla storia una voce che continua a vibrare nel presente.

Come sempre, non ci siamo negati le gite fuori porta che da Torino ci hanno portato a Genova, Milano, Pavia, Piacenza, Novara: un piccolo Grand Tour che ogni appassionato conosce fin troppo bene, fatto di treni presi al volo, impaginati di sala conservati come reliquie e cene consumate in fretta nel bar del teatro, con ancora nelle orecchie l’eco dell’ultimo acuto e le mani arrossate dagli applausi tributati ai propri idoli.

Tanti i souvenir di questi luoghi. Tra i più dolci, v’è il duetto tra Sesto e Cornelia che Federico Fiorio e Delphine Galou hanno cantato in chiusura del primo atto del Giulio Cesare di Händel, che il Teatro Municipale di Piacenza ha proposto nel mezzo di una stagione al solito interessante e variegata, confermando ancora una volta quanto questa realtà sappia modellare un’identità forte e riconoscibile attraverso scelte coraggiose e un lavoro sempre attento.

Anche dalla Scala sono arrivati ricordi che meritano di essere compresi nella nostra personale antologia dell’anno, nonostante l’agitazione inevitabile che coglie chiunque osi prendere la parola su quel tempio della lirica – figurarsi poi chi si trova a dover sostituire, sia pure solo per qualche riga, il nostro Francesco Lora! –. In ogni caso, la regina delle serate milanesi è stata Jessica Pratt, che con la sua Norma e la sua Aspasia – ovviamente diversissime ma in egual misura elettrizzanti – scala ulteriormente le vette del nostro cuore e conferma una statura artistica sempre più preziosa: quella di chi sa dominare il virtuosismo non per stupire, ma per dire qualcosa, per scolpire una parola, un sentimento, un destino.

Nemmeno quest’anno il Carlo Felice ha fatto male – al netto del dispiacere che la cancellazione, appena annunciata, dell’opera di Filidei prevista per aprile ’26 ha recato. Tra i carrugi, l’aria di rinnovato equilibrio e di intraprendenza che negli ultimi anni aveva rinfrancato lo spirito del teatro genovese s’è leggermente affievolita; tuttavia, non sono mancati i pomeriggi in cui l’ingranaggio si è rimesso a girare con vigore, restituendo al pubblico quella sensazione inconfondibile di trovarsi dinanzi a un progetto vivo. Al di là di Michieletto, che con piacere nostro è ritornato ben due volte su quell’enorme palcoscenico – Falstaff e Don Giovanni –, lo spettacolo di riferimento rimane Die Liebe der Danae. Il pubblico, non solo genovese in queste ghiotte circostanze, ha potuto immergersi in una pagina straussiana di rara presenza nei cartelloni italiani, riscoprendone la travolgente opulenza sonora e quel suo modo unico di intrecciare ironia e malinconia, mito e umanità concreta. Una scommessa non certo banale, portata a compimento grazie a una compagnia di assoluto valore, in cui si sono imposti il super-soprano Angela Meade e il suo principe, ignoto almeno in Italia, John Matthew Myers, che ha rapito la platea con un canto solido e ammirevole.

E se è vero che quest’anno ci ha regalato lampi di bellezza da conservare con gratitudine, è altrettanto vero che non sono mancati momenti in cui il sipario si è fatto pesante, rivelando crepe profonde. La nomina di Beatrice Venezi alla guida musicale della Fenice ha scatenato una burrasca che nessuno avrebbe voluto vedere abbattersi su un luogo tanto prezioso. Una tempesta fatta di domande, di dissenso, di voci che si alzavano non per capriccio ma per amore. Ed è forse proprio qui, in questa pagina oscura, che si è manifestato un paradossale segno di luce: la reazione compatta e orgogliosa delle fondazioni che si sono strette attorno ai lavoratori e alle maestranze veneziane. Una protesta non chiusa nel perimetro dei retropalchi, ma capace di valicare distanze geografiche ed emotive per ricordare a tutti che il Teatro è patrimonio e risorsa comune, e non una scacchiera sulla quale azzardare mosse insensate. Perché il Teatro vive soltanto quando una comunità lo custodisce: una comunità fatta di professionisti appassionati, certo, ma alimentata dal respiro caldo del suo pubblico, dalla folla che, sera dopo sera, varca il portone non per abitudine, ma per sete di bellezza. È questa la verità che la protesta ha rimesso al centro: senza ascolto, senza rispetto, senza la cura di chi lo abita e lo ama, nessun teatro può davvero dirsi vivo.

La musica è il dono più prezioso che i nostri avi ci abbiano lasciato, l’eredità di chi ha creduto che l’umano possa elevarsi attraverso l’arte, che una melodia possa guarire una ferita, che una voce possa fendere il buio. E noi abbiamo il dovere di proteggerla, di difenderla da chi la considera un trofeo o un ornamento, perché essa è ciò che più ci somiglia: fragile, irripetibile, necessaria. Ed è con questa consapevolezza che salutiamo l’anno trascorso, portando con noi la gratitudine per ciò che abbiamo vissuto e la responsabilità di custodire ciò che amiamo.

Auguri, allora, a chi siede in platea con il cuore in gola, a chi accorda gli strumenti nel silenzio della buca, a chi si nasconde dietro una quinta e a chi si mette a nudo sotto la luce dei riflettori.

Leggi anche:

Genova, Don Giovanni, 12/10/2025

Torino, Francesca da Rimini, 10/10/2025

Milano, Norma, 17/07/2025

Milano, Mitridate, re di Ponto, 18/05/2025

Torino, Hamlet, 15/05/2025

Genova, Falstaff, 10/03/2025

Piacenza, Giulio Cesare, 02/02/2025

Genova, Die Liebe der Danae, 16/04/2025


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