L'evento non basta
Il 2025 ha segnato una preoccupante involuzione delle politiche culturali della Rai, con eventi isolati e Rai5 ridotta a un guscio vuoto.
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Non è da quest'anno che le logiche che regolano il Concerto di Natale in Senato sfuggono alle mere ragioni della musica, inanellando nomi delle più disparate qualità, eccellenti o spiazzanti. In questo caso, però, è soprattutto il programma a lasciare attoniti: si coinvolgono coro e orchestra del Teatro di San Carlo per celebrare i 2.500 anni di Napoli e non si riesce a imbastire un impaginato che sia in qualche modo connesso alla storia musicale partenopea. Nessun autore di scuola napoletana, nessun titolo che abbia debuttato al San Carlo: per Rossini, che all'ombra del Vesuvio visse una straordinaria stagione creativa, si ricorre alle farse veneziane, per Verdi abbiamo pure due opere legate alla Serenissima e scritte per Roma e Milano. Unico accenno partenopeo è dato dal canto natalizio “Quanno nascette Ninno”, ma è troppo, troppo poco per una tale Betlemme di cultura musicale in ogni genere. Poi, per la maggior parte del programma i complessi del San Carlo sono messi ad accompagnare Claudio Baglioni. Insomma, per il concerto ufficiale di una delle massime istituzioni della nostra Repubblica, il Senato, nessuno sembra essersi preso la briga di consultare Wikipedia sulla storia musicale di Napoli (il 2025 sarebbe stato anche il trecentesimo dalla morte di Alessandro Scarlatti…). Peggio ancora: forse nessuno ha ritenuto che importasse farlo.
Questa mancanza di cura ha la stessa matrice dei programmi-fotocopia con arie sforbiciate per presunti tempi televisivi che hanno afflitto l'impronta data dalla Rai a molte edizioni del concerto di Capodanno alla Fenice, da cui traspare evidente come ai solerti funzionari di Viale Mazzini, oltre alla retorica del "Dio-Patria-Famiglia-Pizza-Spaghetti-Mandolino-Mamma-Opera", in realtà “la classica” e “la lirica” paiano degli impicci da sbrigare in fretta. Va fatto, sì, ma veloce, raffazzonato e trasformandolo quando possibile in altro più pop (missione evidente della mostruosità andata in onda un anno fa in prima serata con il titolo Viva Puccini!, fra strafalcioni, manipolazioni e travisamenti). Si dimentica che se si ama qualcosa, se la si ritiene importante, si crede che possa essere apprezzata per ciò che è, si crede che - anche a parità di costi e tempi - valga la pena farla per bene, con persone serie e competenti che sappiano comunicare senza banalizzare.
Invece, eccoci ancora a ghettizzare il famigerato “classico” (in questo caso barocco) nel timore che se si esagera con le dosi non sia più “rilassante” e faccia del male all'audience. Lo vediamo nel concerto natalizio dell’Orchestra Rai ad Assisi, che va in onda su Rai1 in una versione ridotta in cui, fra un canto di Natale tradizionale e uno d’autore, il controtenore Carlo Vistoli e la flautista Lucie Horsch fanno giusto una comparsata addomesticata (Minuit chrétienne di Adam lui, il Concerto per flautino in do maggiore RV 443 di Vivaldi lei), riservando poi le arie di Handel, le pagine di Alessandro Marcello e Arcangelo Corelli alla nicchia del pubblico di Rai5. Non sia mai che uno spettatore “generalista”, dopo lo choc del raffinatissimo Concerto di Natale dalla Scala su Rai2, incappi in troppa musica strana o, peggio!, faccia calare gli ascolti.
Già, gli ascolti. Qualche analisi sbrigativa o in malafede, per esempio, potrebbe aver bollato il risultato della Lady Macbeth nel distretto di Mcensk alla Scala in diretta Rai1 come un flop, basandosi unicamente sui numeri (effettivamente più bassi rispetto agli ultimi anni) senza considerare che oltre tre ore fra preserale e prima serata con un’opera russa non proprio popolare possono non equivalere, nella stessa fascia oraria, all'attrattiva di un Verdi o un Puccini.
Ma, anche ammettendo che abbia ancora un qualche senso oggi, tra canali tematici e streaming on demand, ragionare sui numeri dell'auditel, se si chiama “servizio pubblico” deve contare più il freddo calcolo di mercato o la possibilità democratica di fruire di uno spettacolo importante (mentre nei palchi ci protendevamo in intrecci laocoontici per vedere la scena…), il fatto che molti più appassionati di quanti il teatro possa contenere hanno avuto accesso a questa prima e con loro anche curiosi occasionali, che non è detto (le testimonianze ci sono pervenute) che non siamo stati catturati dalle vicende di Katerina Izmajlova? Purtroppo, anche in questo caso le decisioni sembrano prese presupponendo che sia un dovere proporre "l'evento" in quanto tale, ma che l'opera di per sé non possa funzionare e che il pubblico sia passivo e inebetito davanti allo schermo vecchio stile, in attesa solo di venir rassicurato dall'eterno ritorno di un Vespa e di una Carlucci. Ma siamo proprio sicuro che sia così? Chi i teatri un tantino li frequenta in genere avrebbe un'idea un po' più ottimista e dinamica della comunicazione. Che manchi la fiducia nella materia sembra raccontarlo anche un'altra trasmissione centrata sull'"evento", il Nabucco dall'Arena di Verona, in cui agli impacciatissimi Preziosi e Capotondi sono stati imposti testi anche per coprire lo spazio degli applausi, elencando i numeri della partitura (cosa snervante e superflua per l'esperto, del tutto inutile e criptica per il neofica, che semmai si sarebbe giovato di un riepilogo della trama).
Questi atteggiamenti si prestano a critiche per quanto riguarda la presenza della musica (e la sua divulgazione) sui canali generalisti, ma la situazione si fa molto più grave se si pensa che la Rai ha di fatto cancellato il suo canale tematico dedicato allo spettacolo d’arte dal vivo: opera, danza, concerti e prosa. Rai5 è stata ridotta dalla nuova dirigenza a un guscio vuoto di repliche di documentari storici e naturalistici, in cui musica e teatro di accontentano di briciolo e in orario sempre più improbabili.
Le dichiarazioni alla presentazione del nuovo palinsesto avevano messo in sospetto per l'accento posto su singoli eventi invece che su una progettualità regolare. La cultura come eccezione, insomma, non come bene quotidiano. E anche fra gli “eventi”, rispetto agli annunci, si sono tirati i remi in barca, cancellando per esempio la registrazione del balletto Marco Spada dall'Opera di Roma. Qualcuno fa spallucce e ricorda che esistono molti altri servizi e piattaforme per soddisfare i nostri desideri. È vero, ma il problema non cambia. Innanzitutto, se la questione degli orari (la musica torna in esilio a beneficio degli insonni) non tiene conto di fasce di pubblico non così scafate nell'utilizzo delle nuove tecnologie, ma anche del fatto che se cala la proposta televisiva tout court, a qualsiasi orario, calerà anche la scelta sulla piattaforma Raiplay. In secondo luogo, la Rai è definita servizio pubblico ed è finanziata (anche) da fondi pubblici, dalle tasse, dal canone: sarebbe nella sua natura offrire il meglio per la comunità e non scimmiottare le politiche delle aziende private abbassando il livello o pretendendo di valutare con la stessa logica numerica il gioco "dei pacchi", un film d'autore, un'opera. Ben venga l'intrattenimento (magari di qualità, le compiante gemelle Kessler ci ricordavano un'epoca di alta professionalità anche nella leggerezza), ma non si cancelli l'arte, non la si trasformi solo in un evento da confezionare di tanto in tanto fra i lustrini. No, deve proporlo come pane quotidiano e non limitarsi alla questione delle trasmissioni di spettacoli, ma anche a contenuti nuovi, a format come Prima della prima, o i vari cicli firmati da Berio, Zaccagnini, Dall'Ongaro... Non è questione di soldi: le idee non costano e con lo stesso budget si possono avere sprechi o grandi risultati. La questione è aver fiducia nella necessità della cultura e di un prodotto di qualità, dare fiducia alle vere competenze che in rai non mancano ma sono troppo spesso sottoutilizzate e subordinate ad altre logiche.
Il risultato? Chiudiamo il 2025 senza un San Silvestro musicale su Rai5, con tutto il palinsesto inaridito e un canale nato come un'isola felice trasformato in un relitto. All'orizzonte non si vede grandi speranze, ma la riflessione e l'intervento sulla natura e lo scopo del servizio pubblico radiotelevisivo dovranno diventare un obbligo.
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