Una questione critica, una questione morale
Il dibattito intorno alla nomina di Beatrice Venezi alla Fenice e al movimento di protesta dei musicisti solleva una questione morale sull'informazione e la competenza.
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Del caso Venezi/Fenice si è scritto tanto, di tutto, e in certi casi perfino troppo. Quanto appare palese che tale nomina sia un'irricevibile imposizione di potere, sconcertante per metodo e merito, tanto la comunicazione verso un pubblico (soprattutto non specializzato) ha confuso molto le acque.
Sebbene le dichiarazioni in difesa della nomina siano maldestre al limite del paradosso (non è il massimo per una musicista di cui si vuole sostenere la professionalità trattarla costantemente da “ragazza” e “principessa” da “tutelare” o a cui affiancare una figura guida... l'ultima uscita del sindaco Brugnaro su un concerto “in campo neutro” da pagare con soldi pubblici fa impallidire Maurizio Crozza), esiste una narrazione che tira in ballo temi mai minimamente sfiorati dalle proteste compatte dei musicisti, vale a dire il genere, l'età, l'appartenenza politica. E chi, in buona fede, frequenta un po' l'ambiente musicale non potrebbe che riderne: le raccomandazioni, piccole e grandi sono sempre esistite, le carriere influenzate da fortune e fattori extramusicali pure, ma che non vi siano in carriera professionisti di ogni genere, età e tendenza politica è insostenibile. Semmai, è legittimo chiedersi il contrario, se questa nomina sarebbe potuta avvenire senza l'affinità fra Venezi e il governo. Se non altro, favorita o meno, sarebbe stato logico per tutti proporla prima come direttrice scritturata per singole produzioni, come avviene normalmente nell'interesse di tutti: un direttore che assuma una carica stabile deve avere una sintonia con l'orchestra che non può essere unilaterale e automatica. La stima, la fiducia, il comune sentire devono essere reciproci e non è detto che scattino; gli esempi di direttori, anche grandissimi, che lavorano splendidamente con alcune orchestre e non ottengono gli stessi risultati con altre. Che un direttore o una direttrice voglia assumere una carica stabile senza aver mai lavorato in un'istituzione suona quantomeno bizzarro.
E quanto a cariche, abbiamo visto come un giornalismo anche di livello ma non specializzato sia incorso in approssimazioni abbastanza marchiane, confondendo assai le idee a chi non conosce bene i meccanismi di teatri e orchestre. Si sono spesso confuse le cariche di sovrintendente (chi sovrintende, appunto, alla gestione generale della Fondazione), direttore artistico (chi progetta le attività), direttore musicale (la figura di riferimento per l'orchestra, che dirige di norma le inaugurazioni e le produzioni di punta e collabora alla stesura dei cartelloni) o direttore principale (sempre figura di riferimento presente nei cartelloni soprattutto per inaugurazioni e produzioni di punta, ma con minore influenza sulla programmazione complessiva), direttore ospite (con cui si ufficializza un rapporto regolare con alcune presenze ogni anno) o direttore invitato per una singola produzione. Si è fatta confusione quando non disinformazione sul lavoro delle orchestre, che non sono composte da meri e intercambiabili esecutori di ordini, ma da musicisti specializzati, con una precisa gerarchia interna e un rapporto consolidato nell'ascolto reciproco. Tant'è vero che, per quanto vi si ricorra raramente, è prevista anche per le orchestre la possibilità di protestare un direttore, esattamente come un direttore può protestare un cantante inadeguato. Quando un gruppo strumentale funziona, ha consuetudine con una partitura e non si tratta di pezzi troppo complessi, può avere un margine di autogestione che supplisce a eventuali carenze della bacchetta: insomma, un direttore scarso può essere salvato da un'orchestra, almeno entro certi limiti, se scatta un istinto di sopravvivenza e tutela del risultato finale. Ma proprio per questo il direttore capace con l'orchestra (ché per i gruppi più piccoli non serve e, anzi, di fronte al quartetto è un controsenso fastidioso) fa la differenza e costruisce con i musicisti una lettura che vada oltre la semplice compitazione delle note.
Chiarire queste dinamiche è fra i compiti che la critica musicale, come analisi dell'interpretazione in tutti i suoi aspetti anche storici, può e anzi deve assumersi in un momento chiave come questo, per fornire gli strumenti atti a decifrare situazioni inquinate da informazioni tendenziose o approssimative.
Capire chi fa cosa e in che misura è importante, come lo è saper leggere un curriculum, altro tema che in questi ultimi mesi ha tenuto banco, non senza mistificazioni degradanti o amplificazioni fuori luogo. Dovrebbe essere chiaro che non è la quantità di elementi, ma la loro qualità a contare, altrimenti tutti potremmo ricordare i saggi della scuola materna e il concorso studentesco comunale pavoneggiandoci come divi. Ammesso di trovarsi di fronte a biografie reali (smascherare il falso curriculum volto a denigrare Diego Matheuz è facilissimo, ma la calunnia non ha smesso di serpeggiare...), è necessario possedere gli strumenti per valutarle correttamente e purtroppo abbiamo visto anche molti giornalisti, attraverso media potenti, trattare un'ospitata a Sanremo, un concorso locale per pianisti adolescenti o un diploma al pari o più di un'opera alla Scala, un premio al Malko, al Mahler o allo Solti, un incarico stabile in una ICO o in una Fondazione.
La lotta contro la disinformazione è impari, ma non è una buona ragione per desistere e venir meno all'imperativo etico dell'esercizio critico.
Nessun essere umano, sia sovrintendente, direttore o professore d'orchestra, pubblico o critico, potrà mai aver sempre ragione. Proprio per questo ci si confronta e non ci si impone, normalmente, in un teatro sano. Proprio per questo i musicisti hanno ragione oggi: sono uniti, tutti, in tutta Italia, uomini e donne diversi, con esperienze e idee diverse condividono questa battaglia che è una battaglia contro le imposizioni, per il dialogo e il confronto che superano i limiti di ciascuno e costruiscono qualcosa di condiviso. Dire che la musica si può fare solo insieme può essere un aforisma da cioccolatino o può essere una realtà concreta: per questo tutti, con spirito critico dobbiamo essere uniti e portare il nostro contributo in favore del merito e della trasparenza. Non solo a Venezia.
