Novità e libertà, storia e simbolo
Al di là delle piccole polemiche nostrane, i concerti di Capodanno di Vienna e Venezia hanno respirato quest'anno aria nuova caricandosi di importanti significati simbolici, fra l'amore per un patrimonio storico e uno sguardo al futuro pieno di forza, dignità e libertà. E, intanto, la versione integrale del concerto dalla Fenice viene trasmessa dalla Rai quasi di nascosto.
L'annosa diatriba nostrana del “derby di Capodanno” Vienna vs Venezia non avrebbe ragion d'essere, se non fosse stata innescata ab ovo dalla decisione di creare un concerto da trasmettere esattamente in concomitanza con un altro (quasi secolare e che tutto il mondo segue). E sì che un'offerta musicale più varia e vasta dovrebbe essere solo fonte di gioia per tutti, senza stolide contrapposizioni o concorrenze. Insomma, sarebbe bastato pensare (per bene) a un galà da trasmettere la sera di San Silvestro o del primo gennaio e si sarebbe disarmata una battaglia che è, alla fine, principalmente di gusto, quando non di bandiera. Quali siano i punti critici emersi in questi oltre vent'anni di brindisi alla Fenice si è già ripetuto più volte e possono essere ricondotti alle storture della matrice televisiva, che impone la ripetizione di una rosa ristretta di pezzi nazional popolari con tempistiche ridottissime (e quindi, sovente, tagli imbarazzanti). Questo senza contare che il repertorio viennese è costituito da brani di durata breve o contenuta nati con lo scopo di far festa, mentre quello eletto per il concerto veneziano viene estrapolato dal suo contesto naturale (spesso tragico).
Con queste premesse, l'aria nuova che si è respirata quest'anno in sintonia fra la Laguna e le rive del Danubio è parsa davvero un toccasana, come a dire che nell'arte c'è speranza di fronte a conflitti e prevaricazioni.
A Vienna il programma è ancor più inconsueto del solito. Ogni anno vengono presentati brani mai previsti prima nel Neujharskonzert dei Wiener Philharmoniker, tale e tanta è la ricchezza di un repertorio che par “tutto uguale” a chi usa guardarlo con superficiale sufficienza. Certo, ha caratteristiche formali e stilistiche ricorrenti che lo definiscono, ma ciò riguarda ciascun genere e lamentarsi se in un concerto di danze viennesi son quasi tutti walzer e polke sarebbe come lamentarsi della quantità di arie e duetti in un'opera dell'Ottocento italiano, o di soggetti sacri, paesaggi e nature morte in una pinacoteca. Per l'apertura del 2026, non solo si sono scovati cinque pezzi inediti a Capodanno e assai particolari (su tutti, ovviamente, spicca la presenza di Florence Price, donna e afroamericana capace di farsi strada come compositrice negli Stati Uniti degli anni Trenta del Novecento), ma si è assortito un impaginato nel suo complesso poco consueto. Dopo un 2025 in cui, almeno a Vienna, si è celebrato il bicentenario della nascita di Johann Strauss Sohn, si è guardato al mondo che circondava la sua famiglia, fra colleghi, rivali, epigoni. Sono mancati alcuni grandi capolavori (inutile dire che Johann II era compositore di classe superiore), ma si è raccontato un mondo, si sono raccontate delle storie, per un genere che incarna, difatti, una società e una cultura. Fra i walzer Frauenwürde (Dignità delle donne) e Friedenspalmen (Palme di pace) di Josef Strauss, si ascoltano anche lo “Strauss danese” Hans Christian Lumbye o la pioniera della direzione d'orchestra e delle orchestre femminili Josephine Weinlich: tutto ci dice che la musica è libertà, dignità, riflette il mondo attraverso le lenti della collaborazione e della gentilezza, come sottolinea Yannick Nézet-Séguin nel suo breve discorso augurale. Il maestro canadese ha conquistato un po' tutti, perché, oltre a essere bravo, è empatico. Si percepiscono la sua gioia, la sua emozione, il profondo rispetto per il Neujahrskonzert e quello che rappresenta, ma anche la capacità di dare una propria impronta vitale, di stare al gioco e inventare. La discesa in platea, dopotutto, per quanto inedita, fa parte di una lunga tradizione di invenzioni teatrali connaturate al Capodanno al Musikverein, e pure il bacino al marito violista intrufolato in orchestra nella Radetzky Marsch si allinea allo spirito romantico di una città dove anche le luci dei semafori pedonali sono una carrellata di coppiette d'ogni genere ed età con annessi cuoricini.
L'energia emotiva di Nézet-Séguin e la scelta di un programma simbolico sono partecipi di quel senso di rinnovamento che a Vienna è tradizione. Dopotutto, la stessa nascita del Concerto di Capodanno fu un atto sottilmente ideologico: subito dopo l'Anschluss del 1938 il dissenso aperto era impossibile e quindi, anzi, si festeggiò il nuovo anno, ma con un programma leggiadro che proclamava “Ci avete annessi, ma noi noi siamo voi, noi siamo questo!”.
L'importanza del Neujahrskonzert si continua a vedere anche negli impareggiabili balletti, che sono sempre una meraviglia di ricerca iconografica (il walzer Rosen aus dem Süden legato alle porcellane del MAK – Museum für angewandte Kunst, Museo delle arti applicate) e rigore tecnico stilistico, anche quando (come nella gustosissima Diplomaten-Polka) le ballerine lasciano il tutù per il tailleur. Grandissima classe, come del resto nel consueto cortometraggio musicale non trasmesso in Italia e girato per l'intervallo, quest'anno dedicato ai duecentociquant'anni del museo dell'Albertina, con una scelta musicale, una cura estetica e una delicatezza narrativa sopraffine. Da questo punto di vista, l'Italia ha tanto, tanto da imparare: i balletti registrati per il Capodanno veneziano negli anni sono sempre rimasti indietro di varie lunghezze, senza contare che il più delle volte si sono svolti su musiche che non sono nate per la danza. La differenza si vede anche nella progettazione: Vienna annuncia il direttore dell'anno successivo sulle ultime note del concerto del primo gennaio (ad aprire il 2027 salirà sul podio Tugan Sokhiev), mentre se lo scorso anno Venezia aveva reso pubblico il nome di Mariotti il 3 gennaio, a oggi per il prossimo Capodanno ancora tutto tace.
Eppure, anche a Venezia quest'anno si è respirata una positiva aria nuova, di libertà e impegno. Innanzitutto, finalmente il programma diretto da Michele Mariotti ha avuto coerenza dall'inizio alla fine. Dev'essere un programma centrato sull'opera? E allora basta con il solito rimbalzare fra una sinfonia Dal nuovo mondo, una Settima di Beethoven o un'Italiana di Mendelssohn nella prima parte solo strumentale: spazio, invece, a sinfonie e intermezzi di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini e Mascagni, partendo giustamente da quella Semiramide che non è solo uno dei massimi monumenti della letteratura operistica, ma anche il congedo dalle scene italiane che il Pesarese celebrò proprio alla Fenice. E poi, evviva, se per le parti cantate non si è andato troppo sull'esotico, da una parte abbiamo avuto almeno un “Sombre forêt” mai eseguito prima in questo contesto, dall'altra abbiamo finalmente scampato l'osceno torsolo di finale alfaniano di Turandot che costringeva ogni soprano a intonare “Conosco il nome dello straniero...”. Già queste sono gran belle notizie. Rosa Feola, come sempre, canta bene, un po' meno bene Jonathan Tetelman, e nemmeno questa è una sorpresona. Michele Mariotti dirige splendidamente un repertorio che gli è familiare e che non prende mai alla leggera, con un'attenzione al dettaglio che mette benissimo in luce un'orchestra e un coro in gran forma, più motivati che mai.
E mai come quest'anno il concerto veneziano si è caricato di un vero significato simbolico di rinascita, dignità e resistenza. Forse solo il Capodanno del 2021, ancora in lockdown, può avvicinarsi a quest'anno in tema di contenuto che supera la forma. Anche la scelta – pur sottostando alle limitazioni televisive – di non contrapporre una parte “seria” sinfonica a una nazional popolare con spezzatino lirico, ma di puntare a un galà d'opera coerente e ben fatto si allinea al principio di virtù rappresentato dalle spille indossate da coro, orchestra, Mariotti (alcune foto ufficiali la cancellano dal bavero del maestro, ma il video parla chiaro e smentisce photoshop) e buona parte del pubblico (anche dal presidente della commissione cultura della Camera Mollicone: “che vuol dir ciò?”). Spille dal significato ben preciso: l'arte non si vende e non si compra, l'arte non è un poltronificio per affermare un potere politico, l'arte si fa insieme con il merito. Se qualcosa di buono ci ha lasciato il 2025 è la reazione di tutti i musicisti e amanti della musica italiani a un'imposizione autoritaria e inammissibile, uno scatto di dignità che per qualcuno sembrerà inconcepibile, ma che è lì, nel gesto di far musica al meglio con una spilla appuntata in petto. E a confermare che si è nel giusto nel resistere senza cedimenti all'hybris ubriaca di sé stessa e di voluttà del soglio troviamo la reazione isterica e illogica (un vero festival dell'aporia e della contraddizione) delle masnade di troll, bot automatici, commentatori prezzolati (forse qualche ignorante spontaneo ci sarà anche, ma essendo arrivati anche auguri di morte ci auguriamo sempre che l'umanità non scenda così in basso) liberate per l'occasione. Se si riaccende con tanta solerzia la macchina del fango significa che la battaglia dei musicisti sta colpendo nel segno, che davvero l'unione sta facendo la forza e si può sperare sia un'occasione di vero rinnovamento, come conferma anche il caldo e prolungato applauso che scatta quando Mariotti saluta orchestra, coro e lavoratori della Fenice. Anche il fatto che la diretta Rai eviti l'argomento (ma non manca di sbagliare clamorosamente la trama di Turandot...) e che la trasmissione televisiva integrale del concerto, fino allo scorso anno annunciata con largo anticipo per una prima serata a metà febbraio, avvenga alla chetichella una domenica mattina come semplice “replica” del primo gennaio (tant'è vero che anche l'ottimo Oreste Bossini, dai microfoni di Radio3 ammette di non avere notizia del concerto nella sua interezza in tv) dà da pensare. E sì che, appunto, quando tutto il concerto veneziano va in onda la sera del primo gennaio 2026 su Radio3 la conduzione di Bossini è esemplare nell'esplicare in modo chiaro e pacato la situazione, nell'interagire con i messaggi degli ascoltatori e commentare le scelte e gli esiti musicali. Ci sarebbe voluto un Bossini anche in TV, ma sarebbe forse chiedere troppo. Intanto, risuonano in mente solo i versi del veneziano Piave musicati da Verdi, che dedichiamo al 2026, da Vienna a Venezia:
Ma dall'alghe di questi marosi,
qual risorta fenice novella,
rivivrai più superba, più bella
della terra, dell'onde stupor!
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