La Dame blanche nous entend
Fra le opere “bicentenarie” nell’anno appena concluso è certamente da annoverare La Dame blanche di Adrien Boïeldieu su libretto del giovane Eugène Scribe, popolarissima nell’Ottocento in tutta Europa, anche se poi progressivamente sempre più misconosciuta. L’Opéra-comique di Parigi ne ha fatto il tema di un ricco convegno, che ci offre il pretesto per un piccolo invito all’ascolto.
«Che meraviglia! Che spirito! Nessuno ha mai scritto nulla di simile dai tempi delleNozze di Figaro». Parola di Carl Maria von Weber, che assistette alla Dame blanche di Boïeldieu nel febbraio 1826, di passaggio in quella Parigi che da poco più di un anno aveva ben accolto il suo Robin des Bois, ossia Der Freischütz adattato in francese da Castil-Blaze. Eppure Weber non era compositore di facili entusiasmi (basti ricordare la sufficienza con cui trattò lo Schubert operista), al pari di Richard Wagner, che per il lavoro di Boïeldieu nutrì una sincera predilezione: con il titolo di Die Weiße Dame nella traduzione di Igaz Franz Castelli l’opera sulle misteriose apparizioni di una dama di bianco velata ebbe la sua prima all’Opera di Vienna nel luglio 1826, a sette mesi dalla creazione parigina, divenendo poi cavallo di battaglia del tenore Albert Wagner, fratello maggiore di Richard. Lo scontroso compositore, conosciutala per circostanze che diremmo familiari, la portò in scena come direttore innumerevoli volte, a partire da alcune recite a Magdeburgo nel 1836.
Il clamore di cui essa godette, giungendo nella sola Parigi alla 777-esima recita nel 1854 (ce lo attesta una recensione di Franz Liszt) e alla millesima nel 1862, si riverbera anche nelle citazioni letterarie o memorialistiche (basti pensare a Le carnet d’un ténor di Gustave Hippolyte Roger), nonché nelle parodie musicali: Mark Everist ha rintracciato vere e proprie citazioni o riferimenti ad essa in ben nove diverse operette di Offenbach.
In occasione del duecentesimo della prima assoluta, il 10 dicembre scorso, il Théâtre National de l'Opéra-Comique vi ha dedicato un ricchissimo convegno in due giorni che ci offre l’occasione per un piccolo invito all’ascolto. Abbiamo approntato il libretto dell’opera in versione bilingue francese/italiano scaricabile qui.
Indicazioni di ascolto
Si tratta con tutta evidenza di un’opera “per tenori”, giacché il personaggio di Georges Brown (alias Julien d’Avenel, ma l’agnizione si verificherà solamente ad un passo dal discioglimento conclusivo) è il protagonista indiscusso dei tre atti, che in ognuno di essi entra con un numero solistico, per poi rimanere in scena fino al calar del sipario. Di questi tre numeri la Cavatine del secondo atto “Viens gentille dame” ha goduto di fortuna autonoma come pezzo da recital, ed è facilmente reperibile anche su youtube cantata da gradi tenori. Nella sua interezza il titolo gode invece in tempi moderni di ben minore fortuna, purtroppo, sebbene possa contare in un'incisione in studio praticamente di riferimento, ossia nell’edizione EMI del 1996 con un superbo Rockwell Blake diretto da un altrettanto brillante prova di Marc Minkowski. Quanto alle attestazioni live risultano difficilmente reperibili il cd Accord con un Michel Sénéchal privo di smalto diretto da Stoll del 1961 (edizione pesantemente mutilata) o la testimonianza dell’apprezzabilissimo approccio di Nicolai Gedda del 1964 (in un contesto più rispettoso dell’integralità testuale). Sulle tavole del palcoscenico l’opera è tornata a circolare in tempi moderni in Francia negli anni ’60 fra Marseille e la Rouen nativa di Boieldieu, approdando al festival di Wexford nel 1990. Nel 1992 in forma di concerto ha fatto capolino nella stagione della OONY con la pregevolissima direzione di Eve Queler (e una giovane Renée Fleming quale Anna), prima dell’edizione di Minkowski. Questi ha voluto misurarsi con l'opera non solo in sala di incisione, ma ha portato successivamente in scena la Dame all’Opéra-comique di Parigi nell’aprile 1997 ricorrendo – oltre che a scelte agogiche ancora più brillanti – anche ad luminosissimo Gregory Kunde nei panni di Georges Brown. La testimonianza audio “in house”, con tutti i limiti tecnici di una presa del suono un poco precaria (e qualche buco nel No. 9), è però tanto meritevole ascolto che abbiamo voluto renderla disponibile qui. Il tenore americano è stato successivamente protagonista di una ripresa nel 1999, con la direzione affidata a Claire Gibault e un cast riveduto, nel medesimo allestimento firmato da Jean-Louis Pichon a cui fanno riferimento anche le foto che riportiamo (di Pierre Richard).
Inquadramento storico
Nella Parigi del 1825 François Adrien Boïeldieu, nato a Rouen nel 1775, è un affermato compositore cinquantenne, docente del Conservatoire de Paris, la cui fama si era già consolidata con Le Calife de Bagdad e un Concerto per arpa e orchestra nel 1800, prima di una decennale parentesi russa come maestro di cappella. Ritornato in Francia in epoca di Restaurazione, nello stesso 1825 della Dame partecipa ai festeggiamenti per l’incoronazione di Carlo X a Re di Francia con l’opera a tre mani Pharamond (assieme a Henri Berton e Rodolphe Kreutzer, in tre atti, uno per ogni compositore), eseguita nove giorni prima della cantata Il viaggio a Reims di Gioachino Rossini. Fra i primi atti ufficiali di Carlo X c’è la promulgazione della Loi du 27 avril 1825, con la quale tutti i nobili francesi esuli dopo la Rivoluzione Francese sono ristorati con un indennizzo pari a venti volte il valore dei beni confiscati. La Dame blanche si sintonizza perfettamente in questo clima culturale portando in scena un uomo di buon cuore che, a sua insaputa, altri non è che l’ultimo dei comtes d’Avenel, il quale alla fine dell’opera riacquisisce tanto il titolo quanto i possedimenti. Ma l’uomo di buon cuore è anche un militare, che entra in scena cantando “Ah! Quel plaisir d'être soldat!” e anche questa circostanza non è casuale giacché, dopo il discredito della fase imperiale, il corpo militare si era riguadagnato una reputazione unificante quando l’armata di Luigi XVIII, Borbone di Francia, era andata in soccorso di quelli di Spagna, risultando decisiva nella presa del Trocadero nel 1823.
L’aristocrazia parigina poteva permettersi gli spettacoli nel più esoso Théâtre des Italiens (presso la Salle Favart), mentre l’Opéra-comique, presso la più piccola Salle Feydeau (che sorgeva all’angolo fra le attuali rue Feydeau e rue des colonnes) aveva un pubblico più trasversale fra i ceti sociali. Ecco che, a ben vedere, nella Dame blanche non si celebrano solamente nobili defraudati e il valore militare, ma c’è spazio anche per una coppia di fittaiuoli, Dikson e Jenny, un poco creduloni, seppur risoluti a capitanare una sorta di cooperativa agricola (i borghesi virtuosi), pronta a rilevare all’asta i beni degli amati illuminati comtes d’Avenel, ostacolando lo spregiudicato Gaveston, esempio (minoritario) della borghesia arrampicatrice pronta a corrompere chi amministra la giustizia (Mac-Irton). È in questa cornice che l’opera, con i suoi non casuali paralleli fra Scozia e Francia, fra gli Stuart e Borbone di Francia, e con la celebrazione di alcuni valori ben precisi (l’operosità borghese purché non si arrampichi troppo in alto, l’attaccamento “feudale” alla terra e al “feudatario”, il valore del battesimo) è latrice di un messaggio pedagogico e conciliatore di chiaro stampo restauratore. Non è un caso che la partitura sia dedicata alla Maria Carolina duchesse de Berry, moglie del già assassinato duca di Berry, figlio del neo incoronato monarca Carlo X.

Sinossi
ATTO I – In una fattoria scozzese nel feudo dei conti d’Avenel ci si prepara a celebrare il battesimo del figlio del fittavolo Dikson e della moglie Jenny, se non fosse che l’improvvisa malattia del padrino, lo sceriffo del distretto, precipita la famiglia nel più nero sconforto. Giunge un giovane ufficiale inglese in congedo, Georges Brown, in cerca di albergo e Jenny gli chiede disponibilità a partecipare al battesimo come padrino. L’estroverso Georges accetta, per poi raccontare a Dikson la sua vita avventurosa: parte dal recondito ricordo infantile di un castello, poi narra l'apprendistato come marinaio agli ordini del cattivo capitano Duncan (verso cui poi diede prova di clemenza), poi ancora la vita militare, narrando di una misteriosa fanciulla che si prese cura di lui ferito, per poi sparire. Esauriti gli antefatti, chiede di visitare i dintorni e Dikson a sua volta racconta le vicende del castello d'Avenel abbandonato dai conti; l’intendente Gaveston ha fatto andare in rovina il feudo al fine di poterlo acquistare all’asta la prezzo più basso ma Dikson e gli altri fittavoli, opportunamente organizzati, parteciperanno all’asta dell’indomani rilanciando fino somma che sono riusciti a mettere insieme. Jenny racconta la storia della Dama bianca d'Avenel, protettrice del castello, che impedirà il paventato esito dell’asta. Dikson racconta quindi un fatto finora non noto neanche a Jenny: ossia che la sua fortuna personale gli deriva da un patto stretto con la Dama Bianca, tredici anni prima, quando era vicino alla rovina. Adesso però la Dama bianca lo convoca per chiedergli di ricambiare il patto. È terrorizzato e Georges, dopo aver galantemente corteggiato Jenny, si offre di incontrare il misterioso spettro in sua vece.
ATTO II – Nel castello l’anziana Marguerite, domestica dei conti d'Avenel, ricorda con amarezza gli anni in cui il piccolo Julien, il figlio degli Avenel da lei allevato, giocava con l’orfanella Anna, divenuta pupilla di Gaveston dopo la morte dei coniugi Avenel. Anna confida a Marguerite di aver soccorso alcuni mesi prima prima un giovane soldato ferito, nel quale ha creduto di riconoscere Julien.
Gaveston arriva e alla porta del castello bussa lo straniero Georges che entra e candidamente spiega di avere un appuntamento con la Dama bianca, destando il dileggio dell’intendente. Il soldato inglese resta in attesa vicino al fuoco, finché lo spettro, ossia la dama di bianco velata si palesa, riscontrando subito lo scambio con il convocato Dikson, e chiedendogli obbedienza assoluta. La memoria di Georges, al cospetto della Dama, va alla ragazza che lo salvò ferito.
All'alba giungono i fittavoli, il giudice di pace Mac-Irton e torna in scena Gaveston per prendere parte all’asta. Dikson rilancia finché può fronteggiando Gaveston; ma quest'ultimo offre la somma di centomila scudi, alla quale Dickson non può che rinunciare. Allora Anna, sotto mentite spoglie della Dama, esorta Georges al rilancio, finché non è Gaveston a rinunciare, raggiunto il prezzo esorbitante di cinquecentomila franchi.
ATTO III – Nello storico castello d’Avenel, rimossi i sigilli, Anna con l'aiuto di Marguerite, si mette alla ricerca di un cofanetto d'ebano contenente la fortuna degli Avenel che servirà a pagare i cinquecentomila franchi, ma esso è purtroppo sparito. Georges intanto prende possesso delle sue nuove acquisizioni e il castello induce nella sua memoria dei ricordi che si fanno sempre più nitidi quando viene intonato il canto della tribù d'Avenel, che egli è inspiegabilmente in grado di proseguire.
Mac-Irton riferisce a Gaveston che, prima di morire, il capitano Duncan avrebbe confessato l’identità di Julien d'Avenel nel militare Georges Brown. Anna, che ha appena ritrovato il cofanetto d'ebano, sprofondata nella disperazione nel captare accidentalmente la notizia: lei, umile orfanella, non potrà mai ambire ad un matrimonio con l’ultimo erede dei conti d’Avenel e medita quindi di fuggire disperata. Georges, che ancora non ha corrisposto i cinquecentomila franchi, rischia l’arresto, scongiurato dall’intervento salvifico della Dama, pronta a rivelare la notizia occultata da Gaveston a dal corrotto Mac-Irton. In preda alla rabbia Gaveston strappa il velo alla Dama: tutto è chiaro, Georges, ossia Julian d’Avenel, riconosce in Anna la sua compagna di infanzia, nonché colei che lo soccorse e lo curò da militare, e ne loda il coraggio nell’aver risolutivamente inscenato la misteriosa Dama bianca, fatto di per sé degno della concessione del titolo di contessa e del promessa di matrimonio.
Struttura musicale
In quanto appartenenti al genere dell’opéra-comique, i tre atti in cui è articolata l’opera prevedono l’alternanza di numeri e dialoghi parlati. Occorre precisare che è scorretto identificare l’opéra-comique con l’opera buffa italiana (anzi, lavori tragici come la Médée di Cherubini appartengono al genere); la Dame potrebbe accostarsi come tinta al genere semiserio in quanto, pur essendo presenti numeri improntati ad una leggerezza di fondo, non mancano i momenti di tensione drammatica (il recitativo accompagnato di Anna che apre il No. 13, ad esempio), o i momenti di accumulazione (il No. 10, ossia la scena dell’asta a conclusione del secondo atto, che dura poco meno di venti minuti e per proporzioni potrebbe richiamare l’altrettanto articolato No. 14 della Gazza ladra). Di seguito si riporta la scansione dei numeri musicali:
Ouverture
|
Acte I |
No. 1 – Introduction (Chœur, Air de Georges, Couplets de Jenny et Georges) No. 2 – Morceau d’ensemble No. 3 – Ballade de Jenny No. 4 – Duo Jenny et Georges No. 5 – Trio Jenny, Dikson et Georges |
|
Acte II |
No. 6 – Entr’acte et Couplets de Marguerite No. 7 – Trio Marguerite, Anna, Gaveston No. 8 – Cavatine de Georges No. 9 – Duo Anna et Georges No. 10 – Final: Scène de la vente |
|
Acte III |
No. 11 – Entr’acte et Air de Anna No. 12 – Chœur et Air écossais de Georges No. 13 – Récitatif et Duo Anna et Marguerite No. 14 – Final |
L’ouverture è un potpourri assemblato in gran fretta da un giovane allievo di Boïeldieu destinato a futuri successi quale Adolphe-Charles Adam a quattro mani con Théodore Labarre. La prima, posticipata più volte (adducendo come scuse anche la gotta del direttore del teatro Pixérécourt), era oggetto di un pesante battage da parte della stampa dell’epoca, quindi si decise la data del debutto per il 10 dicembre 2025 a ridosso della prova generale, quando ancora non era pronta un’ouverture, per cui Boïeldieu si affidò ai suoi collaboratori. Il potpourri si apre con il tema d’attacco del grande terzetto che conclude il primo atto, uno dei numeri più riusciti dell’opera, dalla tornitura praticamente perfetta. Segue poi il refrain della ballata di Jenny, la citazione dell’aria scozzese e ancora una citazione del trio, inframezzando un crescendo di stampo rossiniano.
Sebbene la stampa dell’epoca avesse alimentato la contrapposizione fra Boïeldieu e Rossini, in realtà molte cifre distintive del linguaggio del pesarese sono pienamente metabolizzate in un contesto culturalmente differente. Si ritrova il gusto per l’iterazione, per la ripetizione, una certa affinità nell’ornamentazione, la ricorrenza di tòpoi rossiniani quali il temporale che si dissolve a conclusione del primo atto (ed è curioso notare che il libretto di Scribe non lo preveda, neanche a livello di didascalie: si tratta di un’invenzione puramente musicale) o il ricorso al concertato “di stupore”. Rossini, che trasferitosi a Parigi prese casa al n. 10 del Bouleverd Montmartre, divenendo così vicino d’abitazione del collega di Rouen, ebbe modo di replicare all’omaggio stilistico della Dame blanche con Le comte Ory che deve gli deve molto, almeno secondo Damien Colas (che dell’Ory è profondo conoscitore, avendone curato l’edizione critica). Ma anche gli ostinati ritmati dei cori e l’uso di corni rendono la Scozia della Dame geograficamente non troppo lontana dalla Svizzera del Tell. Lo stesso pesarese in veste di tenore si trovò si ritrovò a prendere parte ad un’esecuzione privata cantando alla presenza di Boïeldieu la parte di Dikson nel Trio del temporale, assieme a Louis-Antoine Ponchard, il creatore di Georges.
Nonostante l’apprezzamento di Weber, la cifra estetica del titolo si mantiene ben al riparo dai romantici trasporti rimanendo (anche in questo) parallela a quella rossiniana. In una storia popolata da uno spettro, al pari che nella Sonnambula (pur sempre derivata di Scribe), l’ingenua credulità è smentita nello scioglimento conclusivo della vicenda.
Fortuna italiana
Oltre alla circolazione dei paesi di lingua tedesca, l’opera giunse abbastanza presto a Napoli in versione ritmica italiana al Teatro del Fondo, nella stagione di carnevale del 1827, con Giovan Battista Rubini (Giorgio), Carolina Unger (Anna) e Almerinda Manzocchi (Jenny). Il successo diede luogo a varie repliche. Rubini, fra Fondo e San Carlo, alternava Otello di Rossini, Boïeldieu, la Nina di Paisiello e Osiride nel Mosè in Egitto, spesso senza neanche giorni di riposo fra un titolo e l’altro. L’opera fu poi ripresa nella stagione seguente, quando Rubini la inframezzava fra Il pirata e Gianni di Calais di Donizetti. Nel 1829 oltre ad approdare al Carolino di Palermo (con Georges en travesti), a Napoli fu inframezzata sempre grazie a Rubini fra Il pirata e L’esule di Roma di Donizetti. Boïeldieu scrisse al tenore bergamasco una lettera di deferente ringraziamento per i successi mietuti in Italia. A Parigi, nel novembre del 1834, Rubini gli rese omaggio prendendo parte ad un concerto privato alla memoria, all’indomani della scomparsa. Al pianoforte sedeva un Gioachino Rossini già preda delle nevrosi che lo terranno ai margini dall’agone teatrale, ma non in occasione di uno stimato collega. La Dama bianca, che tutto vede e tutto sente – come la ballata di Jenny stroficamente rammenta – avrà visto e sentito anche questo. Se l’intendesse anche il festival monografico rossiniano (ultimamente un poco a corto di idee, che si gioverebbe non poco da un allargamento del repertorio) sarebbe una gran cosa!
Bozzetti dalla prima italiana con Giovan Battista Rubini






