Il nome delle donne
Qualche anno fa, dopo una breve intervista nel corso di un evento pubblico, una collega mi disse “se avessimo avuto più tempo ti avrei chiesto come ti sei fatta strada in un mondo prevalentemente maschile”, “Meno male – ribattei – perché non avrei saputo che rispondere”. Già, non ho mai fatto particolarmente caso al genere dei miei colleghi, non ho mai ritenuto che il mio potesse essere in qualche modo una discriminante. Negli anni, tuttavia, non ho potuto non notare segnali, piccoli e grandi, soprattutto nel linguaggio e nella comunicazione. I segnali di un mondo che sta cambiando, sta superando la fase in cui potevano rendersi comprensibili le "quote rosa" (odiose finché si vuole, ma è pur vero che per raggiungere la parità non si possono all'inizio "far parti eguali fra diseguali", vale a dire, bisogna dare una spinta per colmare svantaggi iniqui) e le donne non sono più dei panda da tutelare, ma soggetti con una propria responsabilità. Un momento in cui il genere sta diventando sempre meno significativo, ma in cui ancor più si fa sentire il peso di mentalità dure a morire e che combattono una battaglia anche ideologica per mantenere la loro pervasività, addirittura per farsi strumento strategico.
L'importanza della parola
Non siamo signore
Ancora molto, troppo spesso nei contesti ufficiali e professionali si avverte una disparità di trattamento. Non è troppo lontano nel tempo (siamo già nel post-covid) il convegno al termine del quale la responsabile della sede che ci ospitava salutò e ringraziò tutti gli intervenuti sciorinando una serie di “dottor, professor, maestro” fra cui “la signora Pedrotti”. Perché l'unica donna fra i relatori è stata anche l'unica persona a non essere citata con la sua qualifica professionale e di studi? E non è l'unico caso che io o tante colleghe, amiche, conoscenti (che operano in vari campi) potremmo testimoniare, rischiando sempre di essere additate con sufficienza come spocchiosette che pretendono pompose formalità. Tutt'altro: si vorrebbe solo che non ci fosse differenza di trattamento fra i generi e, nel caso, i titoli si usassero in modo corretto. “Signor/Signora” vanno benissimo nelle comunicazioni “anonime”, se si ferma uno sconosciuto per un'informazione, se ci si rivolge a un generico cliente; altrimenti bastano semplicemente il nome e il cognome, ricorrendo al titolo in maniera omogenea ove il contesto lo richieda. Difficile? Eppure (e, no, non parliamo dell'uso folkloristico del “dotto'”) il trattamento opposto è ancora spesso evidente: nel dubbio, un uomo sarà facilmente dottore o maestro (a volte quasi fuso al nome a mo' di epiteto omerico), anche se magari non si è mai nemmeno iscritto a un'Università o a un Conservatorio, anche se non è andato oltre un paio di esami. Viceversa, di fronte a un viso e un nome femminile, troppo spesso parte in automatico “signora” e “signorina”.
Una cosa da poco. Appunto: basterebbe davvero poco per trattare allo stesso modo le persone a prescindere dal genere, il fatto che ancora non avvenga in automatico fa riflettere.
Il nome delle donne
La questione delle concordanze dovrebbe essere relativamente semplice, quando si parla di persone che si identificano in una sessualità binaria, in una lingua come la nostra che prevede due generi. Ci si potrebbe interrogare sulle evoluzioni della lingua per gli individui non binari, per le sfumature dell'identità e della sessualità che oggi stanno sempre più trovando voce e dignità. E, invece, ci si ferma anche di fronte a casi già previsti dalla nostra grammatica e dal nostro lessico, negando di fatto il nome alle donne, là dove dovremmo pensare di darlo a chi non ce l'ha. Avere un nome, poter essere chiamati, significa esistere nel linguaggio e quindi nel pensiero. E il pensiero si ripercuote nelle azioni, nella società, nella mentalità.
Sembra banale la lezioncina da scuole elementari, ma quando il discorso si butta via con battute cretine (quanti si credono simpatici blaterando di “giornalisto” o “pediatro”!) forse non è del tutto inutile ricordare che in italiano esistono sostantivi e aggettivi con quattro, tre o due desinenze.
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Maschile |
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Il maestro |
La maestra |
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I maestri |
Le maestre |
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L'artista |
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Gli artisti |
Le artiste |
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Maschile |
Femminile |
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Il/La cantante |
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I/Le cantanti |
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E poi ci sono termini di genere promiscuo, che mantengono il maschile o il femminile a prescindere dal soggetto a cui fanno riferimento: la guida, la spia, la vittima, la persona, il fantasma, il membro della giuria. Fra questi ci sono molti termini dell'ambito musicale, perché si riferiscono allo strumento, al ruolo che la persona ricopre nell'esecuzione. Si dirà dunque “il primo violino” o “il primo flauto”, “la prima viola” o “la prima arpa” in relazione allo strumento, si dirà “il soprano”, “il contralto”, “il tenore”, “il basso” in relazione al registro vocale.
Richiamo stucchevole e pedante? Certo, eppure sembra che tanti si dimentichino che queste parole (e concordanze) esistono. Semplice, no? Non c'è dubbio, eppure, a quanto pare, non basta.
Una delle obiezioni più frequenti che si sente in merito a femminili professionali poco usati è “suona male”. In musica dovremmo essere abituati a valutare assai poco l'empirico, momentaneo “suona male”, ricordando almeno gli scandali della Seconda Prattica monteverdiana, o Rossini e Beethoven giudicati alla stregua di rumore, per non parlare dei cromatismi wagneriani e via via fino alle avanguardie... Quel che “suona male” è semplicemente ciò a cui non siamo abituati e a cui potremmo non esserlo solo per una questione culturale e sociale.
“Ministra al tempio di questo dio di sangue”, “Dalle incognite posse udire lo vuoi, cui ministre obbediam”, “Del tuo destino arbitra sono”... Crediamo davvero che Pollione parlando di Adalgisa, le streghe interloquendo con Macbeth o Amneris minacciando Radames stiano lanciando proclami sovversivi femministi? O, più semplicemente, stiano parlando in italiano di chi riveste un ruolo in una gerarchia di potere e di chi potrà prendere una decisione fondamentale? Il fatto che “ministra” e “arbitra” (o “avvocata”) siano poco familiari nell'uso comune non dipende dalla loro correttezza, ma solo dal fatto che in politica la presenza femminile è consolidata come assidua in epoca relativamente recente, nello sport le arbitre sono ancora piuttosto rare (ma sempre meno) così come le donne che esercitano l'avvocatura, oggi moltissime, fino a non troppi anni fa erano assai meno, ragion per cui “avvocata” restava (nel medesimo ruolo di intercessione) per eccellenza la Madonna e le ministre, non avendo il cattolicesimo sacerdozio femminile, solo figure pagane o stregonesche. Esiste una ragione per rinnegarle in italiano? No, non esiste.
Tanto più che l'altra, frequente obiezione è insieme ridicola e offensiva. “Maestra ricorda la maestra elementare”, “Segretaria sembra quella dell'ufficio”. Ora, al di là del fatto che non c'è nulla di male o di poco dignitoso nell'insegnare nelle scuole primarie e dell'infanzia o nel gestire le agende e le attività di uno studio professionale, non sono forse mestieri che svolgono anche gli uomini? Un maschio potrà essere maestro per dei bambini, ma anche maestro d'arte; un maschio può benissimo rispondere al telefono e smistare gli appuntamenti di un medici o avvocati, così come può assumere la segreteria di un partito politico o delle nazioni unite. Una donna no? E non può farlo con il suo nome, al femminile? Negarlo significa implicitamente suggerire che il ruolo più elevato è maschile, che il femminile “vale” meno.
Il latino Magister ha il suo regolare femminile Magistra e indica colui o colei che sa di più e quindi può portare la sua esperienza e competenza nell'educazione e nell'insegnamento. Già, almeno, nel XVII secolo abbiamo l'esempio della compositrice, e religiosa, Isabella Leonarda definita “Magistra Musicae”. Sovversivi, femministi, woke pure nel clero secentesco? Oppure siamo noi a creare problemi sul nulla, montando un caso su una semplice evidenza: stiamo raggiungendo la parità per cui le donne a conseguire determinati studi, ad assumere determinati ruoli, a meritare determinati riconoscimenti sono sempre di più. E meritano di esistere anche con il loro nome.
Tempo addietro, si può comprendere che non fosse così. Parlando con una pioniera della direzione corale nelle Fondazioni liriche (allora Enti) italiane, mi raccontava di aver scelto di farsi chiamare “maestro” e “direttore” per combattere la diffidenza di un mondo maschile e affermare di essere uguale ai colleghi. Ammiro il suo percorso professionale e posso capire il senso, in quel contesto, di una forzatura grammaticale. Oggi, però, le cose stanno diversamente, anzi, è proprio il contrario: sono forme che in italiano esistono e le donne non devono più avere la necessità di “mascherarsi”, devono rivendicare il proprio nome, la propria presenza, la pari dignità dei generi. La dignità di un maschio insegnante come di una femmina direttrice.
Oggi, peraltro, basta parlare con delle classi delle scuole superiori per rendersi conto di come gli adolescenti di oggi, i nati intorno al 2010, ormai non percepiscano più le differenze di genere e vivano serenamente un mondo pieno di sfumature. Sembra che il dibattito sul riconoscimento del ruolo (e del nome) delle donne sia roba da boomer su temi che ormai si danno per scontati. Vogliamo, dunque, rimanere indietro? Possiamo testimoniare ai ragazzi una storia di consapevolezza, non dovremmo più porre davanti ai loro occhi un dibattito stantìo su ciò che dovrebbe esser logico: il genere non determina una differenza di valore, ciascuno deve essere chiamato nel modo in cui la lingua afferma la sua identità e la sua esistenza.
Evoluzioni e strumentalizzazioni
Fra tanti disastri, almeno da questo punto di vista si può dire che il mondo si stia evolvendo verso una sempre maggiore parità e libertà nella percezione del genere. Compilare una lista delle direttrici d'orchestra in carriera nel mondo (o delle registe, o delle dirigenti) rischia di diventare esercizio ozioso, quando basta scorrere i cartelloni internazionali per rendersi conto che ogni tentativo di elenco sia, alla fine, una collezione di omissioni da integrare. Se in Italia possiamo essere un po' più indietro, i numeri nelle classi di conservatorio e l'evoluzione di programmi e organigrammi ci dicono che è solo questione di tempo.
Basta, allora, sedersi a guardare? Certo che no. Non possiamo lasciar fare tutto ai nostri posteri senza impegnarci per consegnar loro un mondo più giusto, non possiamo non impegnarci per rendere migliore questo nostro tempo, per ragionare sulla nostra mentalità. L'attuale reticenza verso l'uso di femminili che non sono neologismi ma forme standard della lingua presenti anche nei libri di testo delle scuole elementari, la polarizzazione politica, la demonizzazione addirittura di queste forme come se fossero distorsioni strumentali e non normalità sono indice di una recrudescenza di mentalità stereotipate e discriminatorie da superare. In sintesi: perché una donna può dirigere un plesso scolastico definendosi al femminile ma se dirige un'azienda, un'istituzione o un'orchestra deve assumere un nome maschile? Perché un ruolo viene percepito come ammissibile anche "da donna" e altri, per essere credibili, devono essere "da uomo"? L'Accademia della Crusca lascia al singolo la libertà di scegliere la concordanza per sé, ma c'è una bella differenza fra una scelta effettuata per rispecchiare la propria identità e una effettuata perché - consapevolmente o meno - un genere è percepito più autorevole e adeguato.
Peggio ancora, l'altra faccia della medaglia: strumentalizzare il genere o usarlo come alibi. Mentre si enfatizza la narrazione del passato (chi ci dice che Nannerl Mozart sia stata infelice? Chi che le sia stato proibito di scrivere capolavori? Perché non valorizzare musiciste di cui abbiamo vera consapevolezza senza farne necessariamente delle vittime in prospettiva moderna?), oggi persistono degli stereotipi che sembravano in via di archiviazione almeno dai tempi di Casa di bambola (1879): la donna come principessa, come delicata creatura da proteggere, non come individuo con una propria personalità e professionalità, con le proprie qualità e i propri limiti. Difatti, a questo atteggiamento si accompagna la retorica di una protezione che non è difesa della dignità, ma ancora una volta negazione dell'indipendenza e del merito: rispondere a una critica non argomentando, bensì accusando la controparte di sessismo (se maschi) o di mancanza di "solidarietà femminile" o invidia (se femmine) significa negare il diritto a essere considerate (e anche criticate) per ciò che sappiamo fare. Lo vediamo spesso in vari ambiti ed è, ancora una volta, un modo di negare autonomia e dignità.
Rispetto alla società, la musica (e il teatro, e tutte le arti) non è un mondo chiuso e isolato, non è impermeabile alle contraddizioni e alle convenzioni di ogni tempo, tuttavia per le donne è sempre stata un'opportunità di indipendenza, uno spazio di maggiore libertà, come raccontano, per esempio, le biografie di tante cantanti d'opera dal Seicento a oggi. Non un'anacronistica emancipazione intesa con i parametri odierni, ma senz'altro, per chi riusciva ad affermarsi, una condizione migliore rispetto a tante altre donne coeve. Anche oggi, con tutti i limiti di una società in cui le statistiche (dagli stereotipi, alla retribuzione, ai femminicidi) parlano purtroppo chiaro, sul palco, con lo strumento, con la bacchetta non parla il genere, parla la capacità.
Finché ancora discuteremo se dare un nome alle donne e nel contempo a trattarle come bei soprammobili rimarremo indietro di fronte alla storia, alla realtà che a prescindere dal genere ci vorrà individui con una nostra identità e dignità, con diritti, doveri e responsabilità.
