A una settimana dall'annullamento della collaborazione fra Beatrice Venezi e il Teatro La Fenice, ripercorriamo i fatti degli ultimi mesi con alcune considerazioni su argomenti, comunicazione e prospettive future.
Il volo di Icaro, la rivoluzione di Orfeo
“Grazie, ci fate tornare orgogliosi della nostra città”. Così una giovane donna veneziana, al ponte di Rialto, ha salutato il corteo della manifestazione nazionale del 10 novembre 2025 per chiedere la revoca della nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Gran Teatro La Fenice e la difesa di qualità, dignità e trasparenza.
Domenica 26 aprile è giunta la notizia che si attendeva da sette mesi. La collaborazione fra la Fondazione Gran Teatro La Fenice e Beatrice Venezi è stata annullata, anche se la questione non è certo conclusa: chi ha effettuato e difeso la nomina resta al suo posto, i commenti e le interviste dei giorni seguenti si sono succedute a ritmo frenetico e senza esclusione di colpi. Pare, comunque, che dal punto di vista legale non vi sia molto da dire e che il contratto non fosse ancora valido perché non controfirmato dal sovrintendente – e giusto il giorno prima dell'annullamento era stata diffusa la notizia dell'accesso agli atti non concesso a un consigliere comunale che desiderava visionare il contratto fra Venezi e la Fondazione. Fondazione che, da parte sua, ha limitato al massimo le comunicazioni ufficiali (nulla in merito, dal 23 settembre, è stato pubblicato nell'area stampa del sito web, nemmeno la notizia della cancellazione). La linea del riserbo istituzionale è stata un po' l'altra faccia della medaglia di un autentico ciclone mediatico, fra commenti, susseguirsi di notizie, analisi, dichiarazioni più o meno competenti e – sui social – orde di profili falsi e troll impegnati in un attacco sistematico a chiunque mettesse in discussione la nomina.
Ma, in sostanza, cosa è successo? I fatti di per sé sono abbastanza lineari e, lungi dall'immaginare chiusa la vicenda, si possono oggi riassumere con una certa chiarezza. Da una decina d'anni il teatro non aveva ufficializzato una figura di direttore musicale o direttore stabile, pur avendo individuato de facto in Myung-Whun Chung la macchetta di riferimento, impegnato nelle inaugurazioni di stagione e in molti dei più importanti appuntamenti. Con la nomina a sovrintendente e direttore artistico (discussa sia sul piano politico sia per la precedente esperienza cagliaritana salutata in maniera non esattamente trionfale) di Nicola Colabianchi, nella primavera del 2025, cominciano a serpeggiare voci su un possibile incarico a Beatrice Venezi. Molti accolgono l'idea come una boutade: Venezi non ha mai collaborato con la Fondazione e non viene considerata una musicista del livello richiesto per un ruolo stabile in un teatro di questo tipo. Sembra a tutta prima un'iperbole sulle ingerenze governative, ma poco plausibile, anche perché questo – si pensa – vorrebbe dire inventare a tempo di record delle date in stagione per far instaurare un rapporto prima di un eventuale contratto. Invece le voci prendono corpo, benché la sovrintendenza annunci una rosa di nomi papabili (alcuni davvero poco credibili, per esempio Daniel Harding appena entrato in carica a Santa Cecilia!), finché il 22 settembre 2025, nel pomeriggio, la notizia è ufficiale. Il membro del Consiglio d'Indirizzo Alessandro Tortato dichiara pubblicamente che «in riferimento alla nomina del maestro Beatrice Venezi a direttore musicale del Teatro La Fenice […] non c’è stata alcuna votazione in seno al Consiglio d'indirizzo così come riportato dai mezzi d’informazione. Si tratta di una scelta ponderata compiuta in piena autonomia dal sovrintendente Nicola Colabianchi, come peraltro previsto dalla legge. A Beatrice Venezi gli auguri di buon lavoro.»
I lavoratori del teatro erano stati parimenti tenuti all'oscuro e, anzi, riferiscono di aver avuto da Colabianchi rassicurazioni sul fatto che la scelta non fosse stata effettuata e che ci sarebbe stato un incontro preventivo: la notizia, diffusa pubblicamente senza una precedente comunicazione interna, scatena un'immediata protesta, con la richiesta di revoca della nomina. Viene indetto un sciopero per la prima di Wozzeck, poi una manifestazione nazionale il 10 novembre. Nel frattempo da tutte le fondazioni lirico sinfoniche, dalle ICO e da alcuni teatri di tradizione piovono lettere di solidarietà, a cui si uniscono gli abbonati della Fenice, docenti di conservatorio, privati ed esponenti della società civile. La lettura del comunicato sindacale prima di opere e concerti, sempre accolto da tonanti applausi, è infine proibita dalla direzione del teatro, non prima del tentativo di sabotaggio da parte di un esponente politico locale che si era filmato mentre dal palco della sovrintendenza contestava (rimbeccato dal pubblico) il comunicato dell'Orchestra.
Per non creare disagio ai colleghi freelance (i cantanti solisti sono i più penalizzati in caso di sciopero), colpire il pubblico e il teatro stesso, i musicisti optano per forme di protesta che non pregiudichino la programmazione. A partire dal Concerto di Capodanno in diretta tv la manifestazione prende la forma di una spilla dorata con una chiave di violino, indossata sul palco, distribuita al pubblico e poi resa disponibile a chi ne facesse richiesta. In realtà, ogni tiratura va letteralmente a ruba in poche ore, migliaia di spille arrivano anche all'estero e molti non riescono ad accaparrarsene una.
I punti chiave della protesta sono semplici: difesa della qualità, merito, della collaborazione e della trasparenza, rifiuto di imposizioni politiche.
Dall'altra parte, Venezi si è astenuta da ogni commento nei primi mesi, lasciando di fatto a Colabianchi e al sindaco Brugnaro l'onore e l'onere di una serie di dichiarazioni pubbliche – un confronto diretto, più volte invocato dai lavoratori, non è mai arrivato – che non ammettevano margini di dialogo e ribadivano accuse nei confronti dei musicisti. Il congelamento dell'erogazione del welfare è stata vista come una forma di ricatto e così pure il rifiuto del sovrintendente a prendere in considerazione alcune istanze sull'organico. L'11 marzo il consigliere Tortato, unico musicista nel Consiglio d'Indirizzo, ha rassegnato le proprie dimissioni affermando che le sue competenze non erano coerenti con una linea dirigenziale che sulla questione della nomina dalla direttrice musicale si era rivelata «meramente politica». Di fatto, di progetti artistici non si parla: sappiamo che il Concerto di Capodanno sarà diretto da Gianandrea Noseda (pur con un annuncio arrivato con cospicuo ritardo rispetto agli anni precedenti e con la paradossale motivazione, quasi un insulto per un direttore come Noseda trattato da ripiego, che Venezi non avrebbe potuto dirigere perché “impegnata altrove”), sappiamo che anche la possibile Fedora inaugurale dovrebbe andare ad altra bacchetta (un direttore musicale che non dirige l'apertura di stagione? Per di più proprio nel momento del suo insediamento?). Alla fine, da più dichiarazioni di Colabianchi sappiamo che Venezi “dirigerà pochissimo” il che è in aperta contraddizione con il ruolo che avrebbe dovuto assumere, ma in compenso rappresenterà un misterioso “nuovo” che nessuno spiega mai cosa debba significare. Semmai si fanno dichiarazioni fumose che sanno più di strategia da influencer che di progettazione culturale, con paradossi come la volontà di “intercettare flussi turistici” (a Venezia... città notoriamente snobbata dai visitatori...).
Nel frattempo, nel gennaio 2026, Venezi rilascia le prime dichiarazioni, fa dell'ironia sulle spille (la famosa battuta sullo Swarovski), sorride compiaciuta fra abbracci e selfie con Andrea Ruggiero mentre questi la presenta insultando nel modo più becero i musicisti della Fenice e non solo (continuiamo a ritenere che qualificare una professionista come “f**a bestiale” non sia esattamente l'espressione più dignitosa possibile). Accusa a più riprese il teatro (quindi lo stesso Colabianchi) di anarchia, l'orchestra di pregiudizi, politicizzazione, maschilismo, il pubblico di essere troppo anziano e limitato nei suoi orizzonti, e chi più ne ha più ne metta, senza che dai vertici del teatro nessuno provi ad alzare un sopracciglio. Fino al 25 aprile, a un mese esatto dalle elezioni comunali in Laguna, quando Colabianchi deve ribattere a un'intervista di Venezi al quotidiano argentino La Nación in cui taccia, fra le altre cose, l'orchestra di nepotismo e raccomandazioni: il sovrintendente ammette di non essere d'accordo e di aver constatato la qualità dei complessi della Fenice, confermata con soddisfazione anche da molti direttori avvicendatisi sul podio. Nemmeno ventiquattro ore e giunge la notizia della cancellazione della nomina di Venezi.
È finita qui? Non di certo, perché, come si diceva, si è sospeso solo il sintomo, una nomina sproporzionata al percorso professionale e meriti artistici, oltre che improvvida nel metodo, mentre le cause, il sistema, sono ancora lì. Ancor più, le dichiarazioni degli ultimi giorni hanno dato molto da riflettere, delineando un panorama ancora da chiarire.
Archiviamo la letterina di spiazzante ingenuità dei tre consiglieri comunali baresi che invocano l'arrivo di Venezi al Petruzzelli o la proposta del ministro Giuli di creare ad hoc un “teatro sinfonico” a Roma, con sede al Teatro delle Vittorie apposta per la direttrice lucchese (al di là della definizione inedita che forse vuol semplicemente indicare un'orchestra con una stagione concertistica, sfugge il motivo di investire denaro pubblico per “risarcire” una singola persona per un incarico dal quale è stata destituita dopo aver denigrato l'istituzione). Prendiamo in esame alcune affermazioni della stessa Venezi degli ultimi giorni. Innanzitutto è curioso che il giornalista argentino Sergio Sosa Battaglia riporti una dichiarazione della maestra secondo la quale sarebbe stata lei a rinunciare l'incarico, ribadendo anche in seguito di aver trascritto le parole della diretta interessata, la quale immaginiamo possa adire a vie legali per smentirlo, dato che alle testate italiane ha riferito tutt'altro. Tralasciamo, poi, gli attacchi politici o quelli diretti personalmente ad alcuni musicisti, materia quest'ultima più per avvocati, la ripetuta svista “la Berliner Philharmoniker” invece di “i Berliner Philharmoniker” (un errore di trascrizione da parte dell'intervistatrice Hoara Borselli?) o l'idea bisclacca di un Alberto Mattioli che non saprà che fare senza potersi occupare dell'affaire veneziano (sì, con le sue migliaia di serate all'opera e la sua penna feconda di nuove pubblicazioni lo immaginiamo proprio a starsene con le mani in mano a fissare il soffitto...). È invece interessante notare come Venezi attacchi proprio Colabianchi per aver “concesso” ai musicisti di protestare – diritto che si pensava scontato in un paese democratico, anche se a onor del vero la concessione non c'è stata, essendo stata proibita la lettura del comunicato sindacale prima delle recite – e per aver, lui e Giuli, usato nei suoi confronti espressioni poco rispettose. Su questo siamo d'accordo e ci stupisce che una presa di distanza sia arrivata solo ora. Definire una professionista adulta “principessa che farà innamorare” o “ragazza da tutelare” non è certo dignitoso, né tantomeno lo è stata la proposta avanzata nei primi tempi dagli stessi sostenitori della sua nomina di affiancarle un direttore più esperto che la guidasse e la aiutasse a inserirsi nell'incarico. Sì, siamo perfettamente d'accordo: i peggiori nemici di Venezi sono stati coloro i quali le hanno fatto spiccare un “folle volo” senza nemmeno tentare un percorso e un obiettivo più ragionevoli, coloro i quali l'hanno trattata da bambolina decorativa e non da professionista. Addirittura c'è chi ha pensato di difenderla proclamando "c'è di peggio" o "non è l'unica raccomandata", frasi davvero infelici e controproducenti alle quali si potrebbe poi facilmente ribattere "ma perché non cercare di meglio, invece?" o "se ammettete una raccomandazione, ammettere quindi che sia giusto farlo? Perché? per ripicca?". Molto più rispettosa è stata la contestazione, che entrando sempre nel merito artistico, delle esperienze e del metodo l'ha invece considerata una persona adulta e responsabile. Non esiste un solo comunicato dei lavoratori, dei musicisti o dei comitati a loro sostegno che non si rivolga a Venezi con rispetto umano e come professionista, pur contestandone la nomina, né è stato pronunciato un intervento offensivo durante le manifestazioni. Certo, non si può garantire la continenza di tutti i commenti online fra le migliaia di questi mesi, ma si tratterebbe dell'iniziativa di un singolo. O dovremmo incolpare Venezi e Colabianchi delle minacce e degli insulti violenti rivolti ai musicisti e a chi li appoggia? Certo che no.
Proprio il problema della "principessa" e della critica si può estendere in un discorso più generale, se si pensa a generazioni cresciute senza mai accedere veramente all'età adulta, eterni ragazzi per i quali un brutto voto o un'osservazione non è una constatazione dei risultati ottenuti o di un comportamento più o meno corretto, non uno stimolo all'autocritica e alla crescita, bensì un traumatico affronto personale. Per fortuna il discorso generico è zeppo di eccezioni, ma resta un punto: una critica che presuppone un interlocutore maturo e senziente non è un insulto, mentre può esserlo una difesa che presuppone un soggetto imbelle e non ribatte con argomentazioni specifiche.
Maldestra, per di più, è stata questa difesa, che invece di proporre solidi argomenti, ha preteso far leva su una diffusa ignoranza rispetto alla realtà delle istituzioni e della pratica musicale. Infatti, come vediamo già dalla ridda di commenti, in questi mesi abbiamo avuto la misura di quanto (in buona o cattiva fede) molti commentatori, giornalisti e cittadini non avessero gli strumenti tecnici per comprendere la dinamica della questione. In primo luogo si è letta un'impropria equiparazione fra il sovrintendente e il proprietario di un'azienda: si tratta senz'altro di una figura con compiti manageriali, ma questo non ne fa il padrone di istituzioni che, a vario titolo (allarghiamo il discorso dalle Fondazioni lirico sinfoniche a Teatri di tradizione, Festival, ICO, Teatri stabili), presentano in statuto una componente pubblica, spesso rappresentata dalla presidenza assunta dal sindaco. Il teatro è un bene comune, ne siamo tutti “padroni”; la dirigenza non lo possiede, ha il compito di gestirlo.
Una grandissima confusione, all'insegna del “lasciatela provare”, è stata diffusa proprio sul ruolo di direttrice musicale per il quale era stata designata Venezi. La direzione musicale di un teatro comporta un lavoro assiduo con l'orchestra, la concertazione delle opere e dei concerti fra i più importanti del cartellone, la costruzione di un percorso artistico pluriennale comune in una ricerca di qualità sonora specifica e di un fil rouge nel repertorio. La direzione musicale di un teatro è, quindi, un punto d'arrivo, non uno stage di prova: chi si sposerebbe senza aver prima conosciuto e frequentato il futuro coniuge? Chi accenderebbe un mutuo e si trasferirebbe in una casa che non ha mai visitato? La “prova” si fa prima, nel caso dei direttori d'orchestra con inviti singoli per singole produzioni: se poi si crea un buon rapporto reciproco e si individuano i presupposti per un progetto costruttivo, allora si può stabilizzare la presenza nell'istituzione. Ciò può avvenire a diversi livelli: il direttore principale ospite, per esempio, è un direttore con cui si stabilisce una presenza ricorrente (spesso perché specializzato in un repertorio specifico, o perché considerato un nuovo talento da tenersi stretti); il direttore principale è un punto di riferimento stabile a cui possono essere affidati gli eventi più significativi del cartellone, pur senza avere la voce in capitolo sull'intera programmazione di un direttore musicale. Questo in linea generale, considerando poi le dinamiche determinate dalle diverse personalità. Non è nemmeno obbligatorio che un teatro metta sotto contratto un direttore ospite, principale o musicale, semmai è consigliabile, quando si incontra la persona giusta, per poter mettere meglio a frutto un lavoro comune e continuativo. Di certo, prima di ogni contratto, bisogna conoscersi: ogni buon direttore artistico e sovrintendente sa che le imposizioni muro contro muro non servono a nulla e che le collaborazioni si costruiscono gradualmente sul campo.
Mentre il motto del movimento dei musicisti è stato fin da subito “La musica non ha colore, non ha genere, non ha età”, ecco che la propaganda in difesa della scelta di Colabianchi ha fatto leva proprio su questi aspetti.
Il terreno fertile che tali pseudoargomenti hanno trovato anche grazie a un massiccio intervento di profili fasulli è sintomo di una fragilità di fondo evidente anche in altri settori: la libertà di pensiero è fraintesa come possibilità di chiunque di dire qualunque cosa su qualunque argomento, senza la coscienza di una corretta informazione e competenza per poter maturare idee sensate e coerenti. Essere stati ospiti a Sanremo e aver conseguito un diploma diventano allora per molti titoli di merito sufficienti a definire un grande direttore per il repertorio lirico-sinfonico. Sappiamo benissimo che non è così, sebbene la logica dell'influencer sia oggi un elemento imprescindibile nella comunicazione. Ricordiamo il caso di Chiara Ferragni, la quale, finché il suo fenomeno è durato, ha mostrato un unico fondamentale talento: vendere sé stessa. In questo, bisogna dirlo, è stata geniale, giacché sarebbe difficilissimo dire cosa in effetti sapesse fare oltre a promuoversi e monetizzare la propria immagine. Anche nel suo caso, il successo è stato effimero, forse per aver esagerato con operazioni troppo disinvolte, forse perché quella bolla di nulla era destinata a esplodere comunque. Il principio, però, resta, ed è quello di vendere un'immagine, un personaggio, una suggestione più che una sostanza. È esattamente quello che ha fatto, in fin dei conti, Colabianchi quando intervistato da Simonetta Sciandivasci per La Stampa sosteneva semplicemente che «Dobbiamo andare avanti con una figura nuova e fresca […] La novità [di Venezi è] di essere donna, giovane, brava e attrattiva. […] La vedrà in azione e capirà.» Proclami, slogan, ma nessun elemento concreto, nessun vero progetto, solo una serie di parole chiave. E non è certo questo l'unico caso in cui la comunicazione e l'esposizione mediatica si basano in primo luogo su acconciatura, atteggiamento, giovanilismo (non importa se l'anagrafe incalza), anticonformismo di facciata. Però, qui alla fine non ha funzionato.
Intendiamoci, non è di per sé un male se un artista sa anche essere personaggio che intercetta un'attenzione mediatica. Ma, appunto, deve essere anche artista, non si deve mettere in evidenza una sproporzione fra sostanza e immagine, fra fama generica e merito, notorietà e stima. Altrimenti, il sistema può essere controproducente e spietato.
Il movimento nato a Venezia lo scorso settembre e poi rappresentato dalle spille con la chiave di violino marca una differenza fondamentale rispetto alla logica dell'influencer e mostra il suo potenziale rivoluzionario. Ha finalmente unito musicisti professionisti, addetti ai lavori e appassionati di ogni età, genere, orientamento politico in un fronte comune in difesa della sostanza, del merito. Nei social media hanno saputo fare rete e hanno resistito con dignità all'attacco delle macchine del fango. Si è dimostrato che si può sostenere una causa con solidi argomenti, mentre l'imposizione d'immagine si è sfaldata da sé, con passi indietro troppo tardivi: Venezi ha atteso mesi prima di dichiarare che il trattamento da pupattola riservatole da alcuni suoi sostenitori era offensivo, ha atteso mesi Colabianchi prima di prendere una posizione netta e decisa in difesa dei complessi artistici dell'istituzione che dovrebbe rappresentare, e nella quale aveva attuato una politica di muro contro muro.
Ora, forse, si dovrebbe ripartire da qui: dalla dimostrazione che la sostanza può vincere. Il caso Venezi è (o è stato) un volo di Icaro, un episodio eclatante di imposizione e sproporzione. Qualcosa di mai visto, anche perché cresciuto grazie ai nuovi media, grazie a essi portato in evidenza e al collasso. Tuttavia è un sintomo e c'è tutto un sistema di poteri – intesi anche come capacità di indirizzare l'opinione pubblica, come logica di marketing – su cui riflettere.
In un mondo dominato dalla superficie, il tipo di lavoro quotidiano di studio, perfezionamento e confronto del musicista (e di chi lavora, in generale, nelle arti e nella cultura) è un antidoto di profondità e concretezza. In un mondo annegato dalle cose, dall'ansia di produzione materiale, minacciato dalla crisi ambientale, produrre pensiero, produrre suono, teatro, arte, con la sua componente di studio, collaborazione e artigianato, può essere una formula di salvezza. Un sistema virtuoso, sostenibile, proficuo, per coltivare l'umanità e non oggetti che bruciano risorse. Di fronte al becero denigrare del lavoro del musicista (e in generale dei diritti di ogni lavoratore) si può opporre un'economia salutare basata sul valore di una creatività dalle radici profonde.
Naturalmente, il mondo della musica non è perfetto, non viviamo un'utopia assediata da malvagi. Viviamo un mondo reale fatto di persone reali, diverse e imperfette, alcune ricche di talento, dedizione, onestà, altre meno, è inevitabile. Tuttavia, è proprio l'imperfezione che ci rende umani e ci permette di fare arte. Ci permette di migliorare, di metterci in discussione, di tendere il più possibile all'ideale. Il movimento delle Spille di Capodanno ha mostrato questo: che un nuovo spettro può aggirarsi per l'Europa e per il mondo, quello delle arti e della cultura, e può essere lo spirito di una Fenice che rinasce.