Prosegue il ciclo dedicato da Gina Guandalini a cantanti che hanno fatto la storia ma che, per varie ragioni, non hanno mai calcato il palcoscenico della Scala. Dopo Pauline Viardot, il tenore Angelo Masini.
Non cantarono alla Scala: Pauline Viardot I
Non cantarono alla Scala: Pauline Viardot II
Uno dei più grandi tenori della storia è rimasto legato ai trionfi ottenuti ai suoi tempi e può dirsi quasi interamente dimenticato, se si escludono alcune zone del suo culto e la consapevolezza di pochi storici della vocalità. Angelo Masini nacque a Forlì, in Romagna, nel 1844 e a Forlì morì nel 1926, nel sontuoso palazzo che aveva saputo erigere con i guadagni della sua carriera. I genitori, di ceto molto modesto, non erano coniugati quando nacque, e per la legge dello Stato Pontificio fu iscritto in parrocchia come “esposto”. Affidato a una balia per quasi sei anni, andò a vivere con loro solo alla fine del 1850. Fin da bambino aiutò il padre nel suo mestiere di calzolaio, rivelando subito una passione per il canto e una voce molto bella. A diciannove anni Angelo si recò a Bologna per farsi ascoltare dal soprano Virginia Boccabadati (nata a Modena come Virginia Gazzuoli). La Boccabadati era eccellente interprete, figlia di un soprano apprezzato da Rossini e Berlioz, e cognata del baritono Felice Varesi, storico interprete verdiano. Virginia disse ad Angelo che la sua era una voce che valeva la pena di coltivare. Però lui, non potendo trasferirsi a Bologna, studiò a Forlì con una buona docente, Gilda Minguzzi Zoli (1817-1902), che lo preparò con grande competenza; in cinque anni sviluppò la sua voce di tenore angelico e gli fornì una solida preparazione belcantistica. Masini la considerò sempre una madre, la aiutò per tutta la vita e la ospitò nella sua tomba di famiglia nel Cimitero Monumentale di Forlì.
Nel 1864 Masini sposò una certa Annunziata Clabacchi, da cui ebbe due figli maschi. Nell’estate di quell’anno cantò nel coro di una solenne celebrazione rossiniana. Il programma da me rinvenuto non lascia dubbi: nell’imponente elenco dei coristi figura anche «Angelo Masini di Forlì».
Il debutto ebbe luogo a ventitré anni come Pollione a Finale Emilia. Fu ascoltato dal potentissimo impresario Luigi Scalaberni, che gli offrì un contratto triennale. Al Lirico di Cagliari Masini potè così debuttare in diversi titoli, come L’ebreo di Apolloni, La favorita, La traviata, Ernani, La contessa d’Amalfi di Petrella. A Bologna nella Favorita non piacque e il direttore Angelo Mariani lo protestò; ma si riprese presto e aggiunse a Fernando il ruolo di Riccardo di Chalais nella Maria di Rohan. La carriera proseguì in patria con la Saffo di G. Pacini e poi Lucrezia Borgia, Don Sebastiano, Poliuto, Faust, Ruy Blas di Marchetti.
La voce del nuovo tenore era bellissima: dolce, intensa, fluida. Un titolo di questa “fase di espansione” può sorprendere, ed è La forza del destino: è evidente che nel 1872 il Verdi della maturità non veniva ancora percepito come vocalmente più pesante di Donizetti e del Verdi giovane. Ed è lo stesso Verdi a non differenziare con precisione tra tenore di grazia e tenore di forza; preferiva la seconda categoria, ma a condizione che il tenore di forza sapesse anche cantare a mezzavoce e dominasse sia l’accento teso e imperioso che quello estatico.
Ma è anche probabile che Masini fosse sicuro della propria voce e della propria preparazione tecnica. Nel 1873 debuttò come Duca di Mantova al S.Carlos di Lisbona: il ruolo, grazie anche al fisico aitante, entrò subito tra i suoi cavalli di battaglia e Angelo fu immediatamente riconfermato per I puritani di Bellini. Nel ’74 ci furono un paio di incidenti: nella Forza del destino a Roma il nostro tenore annullò alcune recite per mal di gola e cancellò la “piazza” di Roma dalla sua carriera, a causa di un pubblico che sentì ipercritico e ostile. Verdi, che teneva d’occhio questo nuovo interprete, ebbe probabilmente l’idea di un esecutore inaffidabile. Tuttavia, sempre con Verdi spettatore, ci fu un debutto felice in un altro suo titolo “spinto”: Aida a Firenze. Infine fu convocato per un’audizione alla Scala alla quale assistette Giulio Ricordi. L’illustre teatro reagì con cautela o mancanza di entusiasmo: la personalità ombrosa di Angelo Masini lo portò ad offendersi e giurò che non avrebbe mai cantato alla Scala. Mantenne ampiamente la promessa. In seguito alcuni cronisti fecero di questa impuntatura la chiave per comprendere il personaggio Masini: suscettibile, insofferente di contrasti, facile all’ira.
In realtà Giulio Ricordi sostenne fortemente la sua candidatura presso Verdi quando ci fu da organizzare la tournée internazionale della Messa di Requiem nella sua stesura definitiva. Nel 1875 il compositore lo accettò, a condizione di prepararlo personalmente nella parte. Come a Milano, il direttore era Verdi stesso. Il Requiem ebbe trionfi straordinari alla Salle Favart di Parigi e al Hofoperntheater di Vienna, un po’ meno alla Royal Albert Hall di Londra, per resistenze anticattoliche. Per Masini fu la consacrazione: appena trentenne, poteva dirsi il primo tenore italiano. Ma non legò la sua carriera a Verdi, come altri avrebbero fatto. Giuseppe Piroli, un avvocato e politico nato a Busseto due anni dopo Verdi, fu di Verdi carissimo amico; si scambiarono più di seicento lettere. A proposito della tournée del Requiem, il compositore scrisse a Piroli «La Messa va proprio bene in tutto e per tutto. Il quartetto dei cantanti ha guadagnato di molto, perché quest’anno abbiamo un tenore che ha una voce deliziosa. Oh, se fosse un’artista!»
È un forte limite, di cui bisogna tentare una spiegazione. Come ha segnalato Rodolfo Celletti, «Verdi non amava i cantanti “col cuore in mano”, i cosiddetti generosi e istintivi. I suoi prediletti, come Gaetano Fraschini fra i tenori e la Patti fra i soprani, avevano la professionalità della grande tecnica ed erano esecutori impeccabili. Il resto veniva dopo. Il primo requisito era: professionalità». La grande Adelina Patti era interprete equilibrata, organizzata, calcolatrice: caratteristiche negative per impresari, direttori di teatri e colleghi, ma non per il genio di Busseto. Ma quando a Pietroburgo la Diva fu Violetta accanto all’Alfredo di Masini, i russi divisero equamente urla, acclamazioni e lanci di fiori tra i due protagonisti: la scuola vocale di Angelo Masini era, per consenso quasi unanime, del tutto all’altezza di quella della Patti. Ancora nel 1928 lo scrittore e giornalista russo Alexander Amfiteatroff ricordava: «Masini fu un miracolo della natura. Sola voce. Ma appunto quella - voce, voce e voce - che esigeva Rossini, quando gli fu chiesto che cosa ci voleva per cantare l’opera. Durante il mezzo secolo che ho frequentato l’opera, ho sentito pressappoco tutti i famosi vocalisti d’Europa. Ma di voci imparagonabili, indimenticabili, accanto alle quali si offuscavano tutte le altre, per quanto belle che fossero, vi erano due sole: Adelina Patti ed Angelo Masini. Questi due esaurivano col loro suono tutto l’insieme delle nostre esigenze estetiche per il canto».
Va citata l’intervista che la corrispondente americana Blanche Roosevelt ottenne da Verdi a Parigi, ai primi di maggio 1875. La Roosevelt, all’epoca ventiduenne, figlia di un senatore del Wisconsin, aveva studiato da soprano con Pauline Viardot e ripreso la Patti in Traviata al Covent Garden per qualche recita col nome di Blanche Rosavella, ma con scarso successo; aveva problemi di intonazione e la Viardot non amava parlare di lei come sua allieva. La Roosevelt passò così alla carriera di romanziera e giornalista; incontrò Verdi nel 1875 e nel 1887. Scrisse studi sul poeta Longfellow e sul disegnatore Gustave Doré; ebbe una relazione con lo scrittore Guy de Maupassant. Nel 1887 pubblicò il volume Verdi: Milan and Othello, poi uno studio sul drammaturgo Victorien Sardou e alcuni romanzi. A 45 anni morì per le conseguenze dell’incidente per cui si rovesciò la sua carrozza. Nel giugno 1875, dunque a stretto giro di posta, comparve sul Chicago Times l’intervista di Blanche Roosevelt a Giuseppe Verdi, in cui si legge:
VERDI «Ogni giorno che passa sono sempre più riconoscente, che la mia partitura sia in simili mani. Ma come trovate gli interpreti maschili... il nuovo tenore Masini per esempio».
ROOSEVELT «Trovo che mi piace più del tenore che cantò lo scorso anno.»
VERDI «Oh, sì, penso che possieda la voce più divina che abbia mai sentito: è proprio come un velluto. E pensare che è ancora molto giovane, e non si trova dei tutto a proprio agio: è alla sua prima apparizione in pubblico e penso che se la cavi egregiamente, tutto sommato; trovo che questo tenore, dalla nota più acuta alla più grave, è semplicemente perfetto, e ha un grande talento».
Nella stagione seguente compositore e tenore si ritrovarono a Parigi per un’Aida al Théâtre des Italiens che i francesi presero d’assalto, con incassi senza precedenti. La stessa opera segnò il debutto di Masini a San Pietroburgo. Aida era Teresina Stolz, il soprano di quei Requiem internazionali. Subito dopo venne la La traviata con la Patti di cui si è detto, e con Antonio Cotogni nel ruolo di Germont padre. Iniziava il mito russo di Angelo Masini. A Mosca, dove il debutto fu in Lucia di Lammermoor, il rivale era Roberto Stagno, tenore leggendario e marito di Gemma Bellincioni. Nel ’77 ci furono altre Traviate accanto a baritoni storici, a Parigi con Jean de Reszke e in Spagna con Leone Giraldoni. A Vienna un critico scrisse: «Il suono della sua voce è dolce e vigoroso a un tempo, d’una freschezza giovanile che incanta a primo ascolto».
Tra il 1878 e il 1881 a Pietroburgo Masini allargò il repertorio, aggiungendo Il barbiere di Siviglia, Il Guarany di Gomes, Mefistofele, Dinorah e L’africana di Meyerbeer. A Mosca una sua Violetta fu la bellissima e celebre svedese Christine Nilsson, che è citata in Anna Karenina e in L’età dell’innocenza di Edith Wharton e probabilmente ha suggerito a Gaston Leroux il personaggio di Christine Daaé nel romanzo Le Fantôme de l'Opéra; i moscoviti impazzirono per soprano e tenore con intensità uguale. Un Faust previsto al Covent Garden di Londra sempre con la Nilsson fu da Masini abbandonato in due giorni. Nessuno era venuto ad accoglierlo alla stazione e il direttore – il celebre Michael Costa, napoletano naturalizzato britannico – voleva la sua presenza alle prove, quando era sufficiente che andasse a trovarlo in albergo e si facesse indicare i tempi ai quali il tenore era abituato. Impresario del teatro era il famoso colonnello Mapleson (quello degli storici cilindri di cera registrati tra il 1900 e il 1904), che rimase esterrefatto da una tale mancanza di disciplina, ma dovette riflettere che certi grandi divi dell’opera italiana si comportavano così. E in soli quattro anni Angelo Masini era diventato, da scoperta di Verdi, un osannatissimo divo.
Nel 1881 Masini acquistò un sontuoso palazzo nel centro di Forlì, che sarebbe stato la sua residenza italiana fino alla morte. Lo stesso anno ebbe un tale successo a Barcellona che il Teatro Real di Madrid gli offrì un contratto di sette anni, con cachet così elevati che il nostro tenore abbandonò la Russia per diversi anni. Tra il 1881 e il 1887 debuttò in Spagna in Fra’ Diavolo, Gioconda, L’elisir d’amore, DerFreischütz in italiano. Furono trionfi di canto talmente travolgenti che il re di Spagna Alfonso XII gli conferì l’onorificenza di commendatore.
Le stagioni spagnole sono state raccontate – con serenità e spirito - dal soprano Gemma Bellincioni nelle sue memorie. «Tre grandi tenori si disputavano a quell'epoca il primato, tre vere glorie dell’arte, meraviglioso assieme di qualità riunite che davano sincero diletto allo spirito, udendoli e vedendoli sulla scena: Roberto Stagno [marito della Bellincioni, ricordiamo], Giuliano Gayarre e Angelo Masini. Quantunque cantassero lo stesso repertorio, permettendosi di affrontare i generi più disparati, andando dagli Ugonotti al Barbiere di Siviglia, pure ognuno conservava nell’interpretazione la propria personalità e la propria natura di artista, in modo che le opere acquistavano attraverso l’anima e il sentire di ognuno un carattere proprio, e una propria natura. Si diceva allora “Andiamo a sentire gli Ugonotti di Stagno... gli Ugonotti di Gayarre... gli Ugonotti di Masini!” e non di Meyerbeer. Ciò prova come allora gli artisti avevano. l’autorità che permetteva loro la propria posizione acquistata col talento, elevandoli al di sopra di semplice istrumento, come i moderni autocratici direttori d'orchestra riducono i poveri giovani artisti che cominciano, soffocando in loro ogni germe di creazione e di forza espressiva e ogni personalità artistica. Il vero campo di battaglia, dove il pugilato artistico aveva il suo culmine, era la Spagna. ll Reale di Madrid e il Liceo di Barcellona basavano ogni anno la loro stagione invernale sulle recite dei tre grandi tenori che si alternavano a vicenda nel repertorio che si svolgeva durante sei mesi. Quale pugilato di entusiasmo fra le fazioni combattenti! Gli Ugonotti era l’opera nella quale si accendevano accanite le lotte per i tre grandi artisti; ognuno di essi nell’interpretazione offriva qualità da opporre all'avversario.. Ognuno aveva il suo gruppo di ammiratori: gli Stagnisti, i Masinisti e i Gayarristi.. In una stagione a Barcellona io cantai con tutti e tre i Divi. Che epoca meravigliosa era quella!» Gemma ricorda poi con malizia lo strapotere delle claques - lei li chiama «parassiti» – che affrontavano per esempio suo marito con minacce neanche troppo velate: «”Sai, Roberto, mi hanno raccontato che quel Tizio, tirapiedi di Masini, ha giurato che non farai il bis della romanza questa sera... ma puoi star tranquillo... ci sono io e tutta la mia squadra... bisogna che siamo tutti in teatro.” Quella squadra costava biglietti da mille al povero artista, che malgrado tutta la più tenace volontà, e la sicurezza che dovrebbe dare l’abitudine del successo, è sempre un povero malato di paura ad ogni prima rappresentazione...»
Di Masini la Bellincioni ricordava questo: «voce dolce e duttile che poteva rivaleggiare nel gorgheggio con le Dive più famose, anima rude di artista, con degli scatti meravigliosi, una figura forte e maschia, sempre spettinato, irrequieto, portava sulla scena il fascino strano di una personalità indomabile, restio a seguire qualsiasi tradizione o stile». Che Angelo Masini trascurasse l’abbigliamento, presentandosi in scena scarmigliato e vestito in modo inadeguato, fu ricordato anche da Šaljapin, attore organizzatissimo e travolgente. Ancora dall’autobiografia di Gemma Bellincioni: «il povero direttore di orchestra bestemmiava come un turco, essendo molto difficile poter seguirlo quando, animandosi nelle grandi frasi di passione, dimenticava tempo e battuta, ma suscitava grida di entusiasmo nelle folle in delirio!» E molti anni dopo, in un’intervista del 1934, il suo ricordo del collega romagnolo era vivissimo: «Quando cantava Ugonotti o Barbiere di Siviglia, il povero direttore d’orchestra si raccomandava a tutti i santi del Paradiso, perché il seguirlo musicalmente, trascinandosi dietro la massa orchestrale, era davvero un ben difficile problema. Quando il divo si animava nelle grandi frasi di passione, dimenticava orchestra, battuta, maestro e anche il pubblico dandosi senza restrizione al personaggio che interpretava, sbiancando veramente in viso, e tremando nervoso, come, per esempio, nella famosa frase del duetto del 4° atto degli Ugonotti “Oh terribil momento!”che suscitava urla d’entusiasmo».
È ancora Amfiteatroff a ricordare molti anni dopo il raffronto con Julian Gayarre: «Ho fatto in tempo a sentire il rivale più anziano di Masini, Gayarre. Lo sentii nel suo capolavoro:Edgardo nella Lucia. Fu meraviglioso, una perfezione! Eppure mancava anche a Gayarre quell’incanto sonoro di Masini, quella patina preziosa che avviluppava la sua meravigliosa sonorità e la chiarezza della sua voce».
Un particolare che si rivelerà molto interessante: nel 1923 il direttore d’orchestra Carlo Sabajno si recò a Forlì insieme ad alcuni veterani del canto, per fare gli auguri di compleanno ad Angelo Masini. Saltò fuori la questione di chi dovesse essere considerato il più grande tenore spagnolo tra Gayarre, Francisco Viñas, Hipòlito Làzaro e Miguel Fleta. Masini disse di essere stato profondammente colpito da Antonio Aràmburo, nome sconosciuto a quasi tutti i presenti. Nato vicino a Saragozza, attivo tra il 1871 e il 1892 nello stesso repertorio di Masini, Aràmburo ebbe una carriera internazionale che si concluse abbastanza presto, anche per l’inaffidabilità del suo equilibrio psichico, e lasciò scarsi ricordi,. Forse, quarant’anni prima, con la sua voce e il suo temperamento aveva preoccupato Angelo? È un fatto che di lui, nel tratteggiare la personalità di Masini, si dovrà riparlare.
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