I cilindri fantasma

di Gina Guandalini

 Prosegue il ciclo dedicato da Gina Guandalini a cantanti che hanno fatto la storia ma che, per varie ragioni, non hanno mai calcato il palcoscenico della Scala. Dopo Pauline Viardot, il tenore Angelo Masini.

Non cantarono alla Scala: Angelo Masini I

Non cantarono alla Scala: Pauline Viardot I

Non cantarono alla Scala: Pauline Viardot II

Nel 1880 Angelo Masini fu tra i tenori presi in considerazione per il rifacimento del Simon Boccanegra su libretto di Boito. Se la scelta fosse caduta su di lui c’è da credere che il nostro tenore sarebbe passato sopra al suo famoso “gran rifiuto” di cantare alla Scala. Ma nel teatro milanese fu Francesco Tamagno a cantare Gabriele Adorno. Due anni dopo era già nell’aria il progetto Otello; Emanuele Muzio, protegé e confidente di Verdi, scrisse a Giulio Ricordi, che era coinvolto nella scelta del protagonista: «Verdi non è del parere per Masini quantunque Egli stesso m’abbia detto che è diventato attore. Tamagno sarà il preferito». Ricordi a sua volta scrisse a Verdi che nel caso di Masini era meglio non fargli affrontare i rischi di un debutto doppio: nel personaggio e alla Scala. Il tenore forlivese aveva fatto progressi nella stima di Verdi, ma c’è da pensare che l’atmosfera scaligera continuasse a irritarlo.

Con la sua voce estesa e flessibile, il timbro al quale una personale velatura conferiva una struggente dolcezza, Masini vantava ampiezza di fiati, capacità di improvvisazione e una mezza voce così ricca di armonici che interpretava il personaggio senza bisogno di ricorrere a una elaborata tecnica di recitazione. Nel 1886 era una strana scelta per il ruolo di Otello; ruolo che infatti fu assegnato anch’esso a Tamagno, nonostante chiare perplessità da parte di Verdi. Il «martellatore piemontese» definì Angelo «Un usignolo, un violino! Non si ha idea della dolcezza, della morbidezza angelica di quella voce. Mai nella mia vita ho udito qualcuno che entri nel cuore così profondamente e strappi le lacrime come lui». Sempre a Tamagno vedo attribuito il seguente giudizio che in realtà è di Edmondo De Amicis in Nuovi ritratti letterari ed artistici: «Non ho mai inteso un altro tenore in vita mia che entri così profondamente nel cuore e che strappi le lacrime come fa lui con quella voce di paradiso, che non gli si vede uscire di bocca, e par che venga dall’aria». Si cita anche l’ammirazione del soprano torinese Anna Maria Pettigiani, un “coloratura” di breve carriera che cantò con il nostro tenore Rigoletto e Ugonotti a Pietroburgo e ha lasciato un libriccino di memorie molto interessante. «Masini non prova mai...strumento meraviglioso posto al servizio d'un temperamento d'artista squisito e d'un calore romagnolo... artista al di fuori, al di sopra delle regole, un po' zingaro, forse un po' pazzo...l’idolo delle folle russe».
Mentre Verdi, Boito e Tamagno trionfavano alla Scala in Otello, Masini aggiungeva al suo repertorio Fra Diavolo a Barcellona. I guadagni favolosi accumulati in Spagna gli permisero di acquistare proprietà e poderi in gran numero, in Romagna e altrove. L’anno seguente, nell’88, tornò in Russia, che finì per diventare la sua vera patria artistica. A Pietroburgo e Mosca, dove fu nominato cantante di corte, presentava un repertorio molto vario e in continuo ampliamento. A Pietroburgo esordì nei Pescatori di Perle; un periodico specializzato scrisse: «la romanza del tenore “Mi par d’udir ancora” fu sospirata da Masini in modo da decidere il successo della serata. L’uditorio era come elettrizzato. Il Masini fraseggia questa romanza con somma poesia, mettendovi tutta la soavità della sua voce incomparabile: la bella pagina musicale deve essere posta nel repertorio del grande tenore allo stesso livello dello“Spirto gentil” della Favorita o della romanza non meno famosa del Faust. Il prodigioso tenore ha superato se stesso e le aspettative dei suoi più appassionati ammiratori». E nella Favorita, nel ’92 inaugurò la stagione del Teatro Alexandrinsky. Non rimaneva però strettamente associato ai ruoli della prima metà dell’800: le stagioni russe che conclusero il secolo lo videroesordire in Cavalleria rusticana e in Lohengrin. Del suo eroe wagneriano la Russkaja Muzikalnaja Gazjeta scrisse: «Contrariamente alle aspettative si è truccato, ma ha sconfitto Telramund senza sollevare la spada, e ha espresso la sua tenerezza verso Elsa, l’ira verso i malfattori, la tristezza e in generale tutti i sentimenti con un solo immancabile gesto pieno di grazia, la mano aperta rivolta al pubblico».

La sventata, tradottoanche La cicala (Poprygunja), è un racconto di Anton Čechov pubblicato nel 1892. Parla di una giovane sposa, che, dopo aver abbandonato il marito e la propria casa per un’avventura con l’amico del cuore, in un ambiente rustico e scomodo, rimpiange la vita civile con tutte le sue comodità e attrattive, quando poteva «sedere la sera a teatro ascoltando Masini».

Nel repertorio del nostro tenore confluirono anche titoli russi e slavi tradotti in italiano come Ruslan e Ljudmila di Glinka, Eugenio Onieghin, Rusalka di Dvořák. Il demone di Rubinstein. Masini fu avvisato che quest’ultimo era un titolo che non dava successo ai suoi cantanti. «Vuol dire che non la sapevano cantare!» obiettò lui tranquillamente. Con lui l’aria orientale del principe georgiano Sinodal – personaggio che appare appena per un quarto d’ora nel secondo atto - divenne un tale gioiello vocale che il pubblico accorreva ad ascoltare l’opera solo per quella.

In un saggio russo del 1934 si legge: «L'arte del virtuosissimo canto italiano si incarnava per il nostro pubblico in Masini: la natura stessa gli aveva dato un'impostazione vocale che il più grande professore non avrebbe saputo dargli; per non parlare del suo gusto meraviglioso e della bellezza del suono. Era un poeta, un usignolo ispirato, un uomo che sentiva egli stesso la felicità del suono, che godeva egli stesso di questo dono divino della natura e trasmetteva la sua felicità agli altri. Quando questa felicità di godere, come l'usignolo, dell’espandersi in dolcissime onde sonore s'impadroniva della voce di Masini e della sua anima, in teatro regnava un incantesimo. A Masini tutto era permesso. Masini era quasi un nome comune, era quasi un nome leggendario. Di ogni nuovo buon tenore si diceva: “Ha qualche cosa che ricorda Masini.” I tenori russi lo imitavano non soltanto nel canto ma anche nei modi, nell'aspetto esteriore, portavano la barba alla Masini, si mettevano il berretto sull'orecchio destro, come Masini». Lo zar Nicola II lo colmò di onorificenze e regali preziosi.

Seguì per anni il nostro tenore come segretario il fratello del direttore Manlio Bavagnoli, Virginio, pazientissimo nell’attenuare ogni scatto di divismo del suo datore di lavoro. Pur essendo stato preso almeno teoricamente in considerazione per la parte di Otello, Masini vide il suo nome tra i possibili primi interpreti di Fenton nel Falstaff; fu poi scartato da Verdi, che manifestò timore di qualche «malumore» quando Angelo si fosse accorto che «le parti di Falstaff, Alice, Quickly e Ford sono molto più importanti della sua.»

Rodolfo Celletti partecipò a un convegno su Masini nel 1976. Non poteva basarsi su registrazioni; spiegò che il nostro tenore «non ebbe la fortuna di legare il proprio nome a prime esecuzioni di opere celeberrime e, inoltre, svolse la propria attività soprattutto a Madrid, Barcellona e Pietroburgo, città un poco defilate sotto il profilo culturale e mondano». Io qui aggiungo che, oltre a non cantare alla Scala, non cantò né a New York né, come già detto, a Londra. Celletti faceva notare che «cifra di Masini era la sensazione di essere lievemente velato»: cantava con una «lievissima velatura» che dava «un senso di commozione, di raccoglimento estatico, di suono che viene dal cielo. Fu considerato il tenore paradisiaco per eccellenza. Non vantò acuti eccezionali per potenza e squillo, la sua peculiarità era la capacità di usare continuativamente la mezza voce, pratica anch’essa oggi estinta, che pone l’accento sulla intensità intermedia. Ma si ricordano scatti e impeti caldi e vigorosi... Fu il più affascinante tenore di grazia della sua epoca e, probabilmente, il maggiore dell’Ottocento dopo Rubini». Celletti a ragione lo colloca lungo la linea Giovanni Battista Rubini - Mario de Candia - Napoleone Moriani; e dopo di lui Fernando De Lucia».

In sostanza, tenori estatici contrapposti a tenori stentorei. Da Celletti ci viene un’altra constatazione: l’esempio dell’artista romagnolo fu essenziale nel creare una scuola di canto tenorile russo di alta classe nella prima metà del ‘900. Scuola che annovera Leonid Sobinov (1872-1934), che nelle sue prime stagioni russe fu messo a confronto con Masini; Dmitri Smirnov (1882-1944, molto amato dalla madre di chi scrive), Ivan Kozlovsky (1900-1993), Sergei Lemeshev (1902-1977). Tutti tecnicamente impeccabili, morbidi, dolcissimi. Dapprima «imitatori» poi «continuatori» di Masini, sono ascoltabili su YouTube da chiunque voglia farsi un’idea del grande canto tenorile «di grazia»

Il periodico Teatro e Arte ricapitolava il fenomeno Masini con queste parole: «La sua capacità di tenere la scena lasciava a desiderare. Ebbene sì, grazie alla voce divina dal timbro d’incredibile bellezza ed alla maestria vocale, gli ascoltatori scusavano al cantante l’inadeguatezza dell’immagine scenica, il banale gesticolare, la riluttanza nel truccarsi. Masini stesso diceva che una volta che il pubblico avesse ascoltato il suo canto, lo guardasse pure così com’era».

Nel marzo 1901 egli non riuscì più a tollerare l’inverno russo e le fatiche dell’Opera Imperiale e fu costretto a ritornare in Italia. Le sue belle ammiratrici, che avevano costituito un’associazione chiamatala Masinitska e che gli erano talora morbosamente affezionate, come scrisse Il Menestrel. rimasero molto deluse ed amareggiate per l’anticipato rientro, nonostante il tenore avesse ormai cinquantasette anni..

Nel 1901 Fëdor Šaljapin ed Enrico Caruso si presentarono alla Scala nel Mefistofele e Masini era nel pubblico; scrisse un biglietto di congratulazioni all’artista russo; poi si improvvisò cronista musicale per il principale quotidiano di Pietroburgo: «Vi scrivo mosso dall’effetto lasciatomi dallo spettacolo nel quale ha preso parte il vostro Scialjapin, questa sera è stato un vero e proprio trionfo per l’artista russo, che ha suscitato negli spettatori un enorme entusiasmo e fragorose ovazioni. Si tratta sia di un ottimo cantante sia di un eccellente attore, che esibisce, per giunta, una pronuncia italiana degna di Dante, un fatto sorprendente, questo, per un artista la cui lingua madre non è l’italiano». Il grande basso andò a far visita a Masini, che lo ricevette con molta cordialità. Abbiamo i ricordi di Šaljapin: «L'uomo che vidi non era un arcangelo, ma il più comune dei mortali, vestito come un operaio italiano con pantaloni logori, una camicia strappata e una cravatta dall'aspetto molto strano. Calzava un vecchio paio di pantofole logore. Guardandomi con i suoi piccoli occhi penetranti, mi disse con eleganza che era contento di assistere al successo di un artista russo in Italia, che amava la Russia come una seconda patria, dove aveva ottenuto un successo che lo aveva materialmente beneficiato e dove aveva sperimentato quella profonda soddisfazione spirituale che considerava la cosa migliore della vita. “In Russia”, proseguiva Mazzini [sic: ortografia incerta dei non italiani!], “mi amano così tanto che mi sento un re quando ci vado! Può immaginare quanto mi faccia piacere vedere i suoi meritati successi. Nell'applaudirla, l'ho fatto con tutto il cuore, come ringraziando la Russia attraverso di lei per quello che ha fatto per me”». L’artista russo era commosso: «Bisogna essere un virtuoso come Masini, Gayarre o Caruso per fermare l’attenzione dell’amatore di musica ed eccitare l’entusiasmo del pubblico con la sola bellezza della voce.» Shaljapin contesta poi l’opinione che il tenore italiano come attore sia inguardabile. «Cantava davvero come un arcangelo inviato dal cielo allo scopo di nobilitare gli uomini: non ho mai più sentito un canto del genere. Ma sapeva recitare altrettanto magnificamente! L’ho visto nella Favorita. All’inizio era come se non volesse recitare. In abito trasandato, con una brutta calzamaglia e un vecchio e strano abito, faceva il monello sulla scena, un ragazzino precisamente, ma all’improvviso, nell’ultimo atto, quando, par morire di dolore, ha cominciato a recitare così stupendamente che siamo rimasti sbalorditi e commossi nel profondo dell’anima dalla sua interpretazione».

I primi segni del declino vocale di Angelo Masini iniziarono intorno al 1895. Si esibì ancora per un decennio, fino al ritiro il 30 maggio 1905, quando chiuse gloriosamente al Teatro Sara Bernhardt di Parigi la sua attività artistica dopo 37 anni di continui successi. Gli furono a fianco, nel Barbiere di Siviglia, Titta Ruffo e Regina Pacini non ancora De Alvear. La recensione che si legge sulla Rivista teatrale melodrammatica è trionfale: «Almaviva è Masini: con ciò è detto tutto, ma io aggiungerò che gli spettatori furono, più che sorpresi, ammiratidell’arte spiegata dal celebre tenore nell’aria “Se il mio nome saper voi bramate”». A Titta Ruffo spetta la definizione «il più grande tenore della generazione passata».

Nel 1902 morì di malattia a 37 anni, il suo primogenito Francesco, lasciando Angelo prostrato dal dolore, e un nipotino invalido per poliomielite, che il nonno protesse e aiutò con devozione. Autoritario e severo, Masini ruppe ogni rapporto con il secondogenito Edgardo per questioni amministrative. Nel 1904 era il cittadino più celebre di Forlì e fu uno dei primi in quella città ad acquistare un’automobile. Possedeva casa anche a Milano e nel 1911 ne acquistò una immensa al Vomero a Napoli, come contraltare agli inverni russi. Si dice che in quella città avesse anche una figlia, nata da una cantante napoletana.. Nella sua città natale – che oggi è instancabile nel commemorarlo - visse gli ultimi anni nell’agiatezza e facendo beneficenza. Tra le altre iniziative, il Liceo Musicale di Forlì fu fondato grazie a una sua cospicua donazione. Morì nel settembre 1926.

E infine il «giallo» di possibili registrazioni di Angelo Masini. Varie fonti affermano che avrebbe registrato la sua voce in Russia, quasi sicuramente per insistenza del compositore e amico Anton Rubinstein. Certo appena la tecnologia lo rese concepibile, e cioè intorno al 1900, il nostro tenore ricevette lusinghiere offerte da varie neonate compagnie discografiche, tra le quali la Gramophone Company di Emile Berliner. Ma lui era un divo, con tutta la diffidenza dei divi: di quegli ordigni e dei loro risultati sonori non si fidava. E così Fred Gaisberg, che allora era dirigente della Gramophone e pure aveva convinto Caruso, ha scritto che Angelo«respinse tutte le nostre lusinghe».

Per venire a qualche affermazione più circostanziata, lo slavista Giuseppe Ghini ha recentemente segnalato la scoperta su un giornale, di Kiev del settembre 1900, dell’inserzione di un negozio di apparecchi musicali e dischi nel centro di quella città: «Abbiamo ricevuto i famosi cilindri di...’». Seguono una serie di nomi di cantanti lirici del tempo, tra i quali quello di Angelo Masini. Tuttavia, l'agente milanese della Gramophone Company, Alfred Michaëlis, scriveva a un corrispondente«Questa mattina alle 11 Masini verrà qui» tre anni dopo.Il 6 aprile 1903 Masini fu a Milano alla sede della compagnia ma la sua richiesta di diritti d'autore fu considerata eccessiva e inaccettabile e le trattative si fermarono. È possibile però che qualche prova di registrazione venisse effettuata

Nel 1935 uscirono le memorie dell'attrice russa Vera Michurina-Samojlova, morta a Pietroburgo nel 1948. Scriveva: «accendo la radio... mi aiutano molto le incisioni al grammofono di Sobinov, della Nezhdànova, di Masini, di Battistini». Sarà vero? Esistevano veramente dischi di Angelo Masini, in seguito finiti in qualche archivio russo o ucraino? Ancora: lo storico forlivese Antonio Mambelli afferma nel suo diario: «Pur avendo cantato per il fonografo al fine di compiacere il maestro Rubinstein, i dischi a cilindro [per volontà di Masini] non avevano da essere riprodotti mai, ma conservati presso il Conservatorio di Pietroburgo, ove dovrebbero tuttora trovarsi». Un'altra testimonianza non prova nulla: nel 1958 l’attore e regista ucraino Vlad Strevy (nome d’arte di Vladimir F. Striževskij) scriveva da Hollywood alla traduttrice Olga Signorelli, chiedendo per la propria vasta collezione di dischi due nomi mancanti: la Duse e Masini. «Ho saputo da persone che hanno ascoltato i loro dischi, che esistono registrazioni delle loro voci, ma qui [negli Stati Uniti, nda] non riesco a trovarle». Della Duse, che, per accontentare Edison, nel marzo 1896 acconsentì a dire qualche frase in un ordigno ancora più antico dei cilindri di cera, non è rimasto nulla.

Ma ecco che l’anno seguente Edward J. Smith, il primo grande discografico “pirata”, pubblica per la sua etichetta The Golden Age of Opera un’antica registrazione di «Niun mi tema» dell’Otello. attribuendola allo spagnolo Antonio Aràmburo (che Masini aveva sentito e apprezzato). Questo interessante tenore spagnolo, ritiratosi a Montevideo, aveva fondato una piccola compagnia di registrazione per immortalare il proprio nome e guadagnare qualcosa. Il monologo finale del Moro pubblicato da Smith, accompagnato ovviamente da un pianoforte, salta la frase «Ma ho un’arma ancor!», perché richiederebbe due comprimari, e si interrompe su «nell’ombra in cui mi giaccio, un bacio ancora, ah!». È pertanto incompleto e Smith lo definì «unpublished stage test». Circolò tra i collezionisti e fu ristampato in CD in Italia negli anni ’90. Ma da subito l’attribuzione fu contestata da alcuni esperti: non è Aràmburo che era un tenore di forza, questo è un tenore di grazia. Tenore di grazia: per chi pensa a certi «Contini Almaviva» degli ultimi decenni, sbiancati, flebili, leziosi, bisogna ricordare sempre che «forza» e «grazia» erano gli approcci e gli stili dei più grandi tenori da Mozart a Puccini.

Ai primi del nostro millennio sono state ritrovate tutte le 49 registrazioni di Aràmburo, che questo tenore realizzò per la propria etichetta nel 1901 e certificò con la propria firma cilindro per cilindro. Otello non c’era; ma fu possibile fare il confronto tra la voce che interpretava quelle arie operistiche, romanze e canzoni – molte ascoltabili su YouTube - e a confronto il «Niun mi tema» attribuito a lui da mezzo secolo. La voce è un’altra. Questo arcaico «Niun mi tema» è stato postato quattro volte – finora – su YouTube. Nel 2012 e nel 2018 è attribuito ad Aràmburo. Nel 2024 e nel ’25 svariati commentatori sono sicuri: oggi conosciamo la voce di Aràmburo, questo è Masini. Il finale di Otello testimonia di una voce dolce, non sempre ferma, come può essere quella di un quasi sessantenne, di un fraseggio sicuro da grande interprete. L’interruzione prima della fine può essere l’indecisione della prima prova in questo ostico medium, il disagio delle modalità e dei tempi delle prime registrazioni, lo scatto di orgoglio del professionista deluso. Nel 2018 un collezionista inglese ha scritto all’autorevole periodico The Record Collector che un commerciante ucraino – strana coincidenza – gli aveva comunicato di avere avuto «una volta» in offerta una registrazione di Angelo Masini, ma l’informazione non aveva avuto seguito.

Oltre al dubbio che questi cimelii scricchiolanti possano dare un’idea completa di un grandissimo cantante, nella fattispecie non c’è ovviamente certezza che il «Niun mi tema» non cantato da Antonio Aràmburo sia stato davvero intonato da Angelo Masini. E poi, perché effettuare la prima prova di registrazione proprio con quel ruolo in cui Verdi lo aveva rifiutato? Una piccola vendetta postuma? La tecnologia, a conti fatti, potrebbe essere stata per il celeberrimo tenore uno specchio impietoso: nel 1903 una delle più belle voci del secolo precedente, e forse anche LA più bella, non era più come negli anni 1870 – 1890. Il professionista, l’interprete queste cose le sente e le sa.

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