L’Ape musicale

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La voce pura: Platone e il canto

Diversamente da Aristotele e Maffei, secondo Platone tutta la musica, quindi compresa anche quella pessima e diseducativa, produce piacere. Rispetto a quello platonico, poi, gli approcci aristotelico, e, conseguentemente, maffeiano, al mondo sonoro sono più empirici: Platone, al contrario di Maffei e Aristotele, non antepone le orecchie alla mente. Tuttavia, anche Platone è conscio che, oltre alla musica udita dall’orecchio corporeo, ve n’è un’altra, ineffabile, che tocca altre corde. Inoltre, è vero che Platone ammette la gradevolezza del brutto, ma concorda col suo discepolo sul fatto che il bello sia sinonimo di virtù, per questa ragione la bella musica raggiunge l’uomo nel profondo (ed è anche un ottimo mezzo didattico).

Interessante è il mito delle cicale nel Fedro di Platone: inizialmente, le cicale erano uomini, nati prima ancora delle arti. Quando nacquero le Muse, e con loro la poesia e la musica, questi uomini rimasero talmente inebriati da esse che passavano la loro vita a cantare e morivano perché dimenticavano persino di bere e mangiare. Per pietà, le dee li tramutarono in cicale, animali che potevano cantare fino alla fine dei loro giorni senza doversi nutrire, e li resero loro ministri: le cicale avevano il compito di riferire alle Muse chi era loro devoto e chi no. Il canto della cicala, voce pura, ispira gli uomini, e può addirittura agire su di essi inducendoli al sonno e incantandoli. Anche in questo mito, Platone sottolinea la centralità del “logos”, della ragione, ergo auspicando che la musica sia temperata dalla mente, ma la purezza del canto della cicala non è forse paragonabile alla voce pura di Maffei? Ed è questa similitudine che deve interessarci (considerando, poi, che né Aristotele né Maffei escludono la razionalità e la parola, semplicemente le vivono come momenti successivi al fenomeno dell’udito; essi lasciano che la musica penetri, senza riserve e timori, poiché se riesce a raggiungere l’anima significa che è virtuosa).

Un altro mito avvicina Platone al vocalizzare significativo di Maffei: nel Fedone, leggiamo del canto dei cigni, erroneamente interpretato dall’uomo. Quando erano vicini alla morte, questi splendidi uccelli levavano un canto alto e bello, scambiato dagli uomini per un lamento; Platone afferma che nessun uccello canta per dolore, e i cigni, che hanno il dono, concessogli da Apollo cui sono consacrati, della preveggenza, cantano felici quando vedono nel loro futuro l’appropinquarsi della fine e il ricongiungimento col divino. In questo passo, è celebrato non solo un canto significativo, ma anche l’immagine che lo provoca: la voce del cigno si trasfigura diventando più aulica quando l’uccello prevede il suo mortifero fato, quando, cioè, si para dinnanzi agli occhi della sua mente un’immagine di morte. Anche in tali aspetti Platone è, quindi, facilmente accostabile a Maffei.


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