I veri privilegi sono quelli di chi parla senza conoscere la musica
Cara Direttrice,
abbiamo letto con stupore e amarezza l’articolo a firma di Enrico Stinchelli, pubblicato su Libero il 21 ottobre, dal titolo Quanti privilegi per i professori d’orchestra. Un titolo che, già di per sé, tradisce un intento più polemico che informativo e che finisce per gettare discredito su un intero settore che rappresenta una parte essenziale della cultura e della vita civile di questo Paese.
Nel testo si rincorrono affermazioni imprecise, quando non del tutto false, sui presunti “privilegi” di chi lavora nelle orchestre italiane. Tra queste, quella secondo cui i professori d’orchestra percepirebbero stipendi da 2.500 a 3.500 euro netti al mese, fino a 4.000 per le prime parti: un dato completamente privo di fondamento. La realtà, ben diversa, è che un musicista di fila non arriva neppure ai 2.000 euro netti mensili, mentre una prima parte – cioè un professionista con anni di esperienza e responsabilità artistiche enormi – percepisce poco più di 2.000 euro. Numeri che parlano da soli e che rendono grottesca l’idea stessa di “privilegio”.
Non meno singolare è la descrizione di “benefici” come tredicesima, quattordicesima, contratto a tempo indeterminato, ferie pagate, tutele sanitarie e contributive, e permessi. Definire questi elementi “privilegi” significa ignorare che si tratta di diritti basilari di qualsiasi lavoratore assunto regolarmente a seguito di un concorso pubblico. È davvero paradossale dover ricordare, nel 2025, che la stabilità contrattuale non è un privilegio ma il frutto di anni di impegno, selezione e servizio.
Ancora più infondata è l’affermazione secondo cui i professori d’orchestra italiani sarebbero “i più pagati e protetti d’Europa”. Basta un semplice confronto per smentirla: una prima parte in un teatro tedesco di medio livello guadagna tra i 4.000 e i 5.000 euro netti al mese, con condizioni di lavoro e riconoscimento sociale ben superiori a quelle italiane.
Sarebbe bastato un minimo di conoscenza diretta della vita dei teatri lirici per scoprire che i professori d’orchestra non godono di alcun privilegio, ma affrontano da anni tagli, precarietà e una crescente svalutazione del proprio lavoro. Dietro ogni concerto, ogni produzione, ogni nota suonata, ci sono ore di prove, sacrifici, studio e dedizione — una professionalità costruita con anni di formazione e sostenuta solo dalla passione per la musica e per il pubblico.
Definire “privilegiati” professionisti che tengono viva una delle tradizioni più alte della cultura italiana significa confondere la dedizione con il privilegio e la competenza con la rendita. Se davvero si vuole parlare di privilegi, forse bisognerebbe guardare altrove: magari verso chi può permettersi di scrivere articoli pieni di inesattezze senza preoccuparsi delle conseguenze sul lavoro e sulla reputazione degli altri.
I professori d’orchestra non chiedono privilegi, ma rispetto — lo stesso rispetto che si deve a chiunque dedichi la propria vita a un mestiere che, pur non arricchendo economicamente, arricchisce la società tutta.
E se qualcuno ancora dubita dei loro “privilegi”, basti ricordare che questi stessi professionisti, dopo 20 anni di mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale, hanno visto riconosciuti ben 69 euro lordi di aumento: un vero lusso, quasi da far invidia a chi li considera “privilegiati”.
I Professori d’Orchestra della Fondazione Teatro Lirico di Cagliari
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