L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La bohème dei bombaroli

di Roberta Pedrotti

Il festival di Wexford riscopre, in un'esecuzione del tutto convincente, l'opera di Camille Erlanger che debuttò a Rouen nel 1911 raccontando una storia di amour fou e lotta anarchica. 

Wexford, Zoraida di Granata, 31/10/2023

Wexford, La Ciociara, 02/11/2023

Wexford, Lunchtime recital e Pocket Opera, 01-02/11/2023

WEXFORD 1 novembre 2023 - Camille Erlanger, chi era costui? Nato a Parigi nel 1863, vi morì nel 1919, fu allievo di Leo Délibes e di certo non lo aiutò essere ebreo di origini alsaziane al pari di Dreyfus negli anni dell'affaire. La sua opera è di fatto dimenticata e si ricorda appena, come mero aneddoto, l'interesse di Mahler per il suo Juif polonais, poco appezzato dai viennesi. La proposta di L'aube rouge (1911) da parte del festival di Wexford ha dunque il sapore appetitoso della primizia, dell'occasione più unica che rara. Effettivamente, non è facile pronosticare chissà quali fortune per quest'opera, sebbene di buona fattura e non priva di motivi d'interesse. Erlanger sapeva scrivere e il suo stile si colloca perfettamente nel clima del suo tempo, sulla traccia di Massenet o Messager per gusto e cura nella strumentazione, nel canto di conversazione e nello slancio patetico, per lo spirito naturalista, ma non verista, della sua drammaturgia. Gli manca una scintilla d'originalità e ispirazione superiore che lo distingua, ma con L'auge rouge confeziona un degnissimo romanzone musicale, che, anzi, colpisce con il suo soggetto più di altri feuilleton coevi che mescolano passioni, politica e storia (o attualità). Protagonisti sono un Romeo e una Giulietta russi, Serge e Olga, che fuggono in Francia a far vita di bohème finché la tragedia non li travolgerà. Infatti, a ostacolarli non è tanto una faida familiare o una differenza di ceto, ma la posizione politica: lui è un leader del movimento nichilista, lei la figlia di uno spietato generale zarista e, pur abbracciando totalmente lo stile di vita dell'amato, continuerà a disinteressarsi di questioni ideologiche subordinandole alle leggi della passione. Lui proverà a fare altrettanto, ma alla fine l'ideale avrà la meglio nell'estrema conseguenza di un attentato suicida (e alla conseguente morte di dolore di Olga). La dicotomia fra sentimenti e idee, fra pulsioni irrazionali e imperativi categorici è, dunque, il cardine dell'opera, il principale motivo d'interesse del testo, rappresentato anche dalla figura di Pierre de Ruys, promesso sposo abbandonato sull'altare da Olga e ritrovato come chirurgo a Parigi, l'unico in grado di guarire Serge da una grave ferita. Non sono le suppliche dell'antica fidanzata a smuovere l'innamorato ferito e umiliato, anzi, il desiderio di vendetta sarebbe forte, ma più forte è il richiamo al suo dovere di medico e il rivale è salvo. Degna di attenzione è anche l'altro rivoluzionario Kouraguine, integerrimo nel perseguire i suoi obiettivi e nel sostenere Serge nell'estremo proposito, pur empatico e solidale con gli innamorati.

Con una narrazione chiara e pulita, la regista Ella Marchment (scene e costumi di Holly Piggott, luci di Daniele Naldi) tende a privilegiare l'intreccio sentimentale, le ragioni dell'amour fou con cui Olga si ribella a ogni costrizione familiare e politica travolgendo sé stessa e Serge. L'impressione è quella di una sorta di Bohème in salsa nichilista, quando forse il soggetto potrebbe andare oltre, ma lo spettacolo è assai ben realizzato e permette di apprezzare l'opera di Erlanger su libretto di Arthur Bernède e Paul de Choudens, se non come un capolavoro, di certo come creazione non banale.

Dopo la prima affidata a Guillaume Tourniaire, il podio spetta ora Christophe Mainen, che garantisce non solo una buona coesione dell'insieme, ma anche la giusta tensione e varietà espressiva, sostenendo la prova convincente dei complessi del festival e del cast. Ed è senz'altro ben assortita la coppia protagonista, con Andreea Soare a dare tutta sé stessa nel trasporto totalizzante di Olga ed Andrew Morstein a sostenere il peso tenorile dei tormenti di Serge. L'onere delle rispettive parti non impedisce loro di essere anche interpreti di grande, sincera intensità. La qualità vocale e la cura dell'emissione in funzione del testo rendono ancora una volta Giorgi Manoschvili già un artista d'alta classe nei panni di Kouraguine; Philippe-Nicolas Martin, col suo ben studiato riserbo, rende toccante il dolore e il senso del dovere di Pierre de Ruys. Tutto il folto cast merita, però, una lode collettiva per l'ottima caratterizzazione di ciascun personaggio, anche nelle parti minime: Emma Jüngling, Ava Dodd, Dominica Williams, Rory Musgrave, Thomas Birch, Ami Hewitt, Leah Redmond, Corina Ignat, Judith Le Breuilly, Conor Baiano, Hannah O'Brien, Andrii Kharlamov, Rory Lynch, Gabriel Seawright, Vladimir Sima. Nella coreografia di Luisa Baldinetti, per la festa primaverile che fa da contraltare al tragico epilogo, danzano Andrea Bassi, Roberto Capone, Yaimara Gomez Fabre e Andrea Zanforlin. 

Il pubblico è come sempre attento e pronto a premiare meritatamente il cast. Chissà se rivedremo ancora in teatro L'aube rouge? Anche senza scommetterci o illuderci di riscoprire sempre e solo capolavori irrinunciabili, non si vive di sole Bohème e val la pena di conoscere un'opera che parla così apertamente di politica e lotta armata (quella anarchica di cento, centocinquant'anni fa, vicinissima agli autori e al loro pubblico), ricordandoci il legame indissolubile fra l'arte e il mondo che ci circonda.


 

 

 
 
 

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