L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Esa-Pekka Salonen dirige il Concerto di fine anno


30 dicembre, ore 20
31 dicembre, ore 17, con brindisi offerto al pubblico

Il  Teatro del Maggio saluta il 2018 con un doppio appuntamento che vede protagonista il maestro Esa-Pekka Salonen (domenica 30 alle 20 e lunedì 31 alle 17).

Salonen, direttore d’orchestra finlandese tra i più grandi della contemporaneità, guiderà l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in un programma non convenzionale, emblema di una stagione sinfonica di altissimo profilo. Il fascino dell’antichità con i suoi miti e i suoi rituali è il filo rosso che collega le composizioni in programma nei due concerti di fine anno: dalla Grecia dei sogni di Daphnis et Chloé di Ravel, alla Russia primitiva e pagana di Le Sacre du printemps di Stravinskij, fino alla rivisitazione contemporanea del mito dei Dioscuri operata da Salonen in Pollux.

Si comincia con Daphins et Chloé, symphonie chorégraphique in tre quadri per coro e orchestra di Maurice Ravel, balletto che mette in risalto la scrittura, l’eleganza e la chiarezza del suono tipiche delle pagine scritte dal compositore francese. Una composizione dalle tinte forti che richiama un’idea di classicismo e perfezione. Commissionato da Sergej Djagilev per i Balletti Russi, Daphnis et Chloé impegnò Maurice Ravel per quattro lunghi anni, spingendolo alla continua ricerca di un assetto musicale che potesse soddisfare le richieste dell’impresario russo. La mancata affinità di vedute tra compositore e impresario si risolse tuttavia in un debutto accolto senza clamori che segnò la fine di ogni ulteriore rapporto collaborativo tra Ravel e la compagnia di Djagilev. Se da un lato vi erano infatti le esigenze sceniche del coreografo Fokine, desideroso di una pagina che mettesse in risalto la dimensione fisica e marcatamente erotica della vicenda, dall’altro vi erano invece le esigenze artistiche di Ravel, preoccupato piuttosto di rimanere fedele alla propria idea della Grecia quale luogo ideale di bellezza composta ed elegante. Ispirato a un romanzo di Longo Sofista, il balletto in tre quadri narra la storia dell’amore di due giovani pastori che vivono nell’isola di Lesbo, Dafni e Cloe, secondo l’inveterato cliché della separazione forzata e del ricongiungimento finale che giunge solo dopo aver superato numerose peripezie, il tutto immerso in uno scenario pastorale di languida sensualità. Ma Ravel, il cui modello di riferimento era l’Arcadia idealizzata nei dipinti di Fragonard e Watteau, concesse ben poco spazio all’erotismo mediterraneo insito nella trama e creò un balletto dalle sonorità carezzevoli e dalle atmosfere vaporose, sottolineate da impasti timbrici amalgamati con eleganza e leggerezza, un affresco di indiscutibile bellezza musicale che diverrà in seguito una delle sue opere orchestrali più apprezzate.

A fare da contraltare alle atmosfere rarefatte di Ravel ci pensa  Le Sacre du printemps, tableaux de la Russie païenne en deux parties di Igor Stravinskij. Il balletto, incalzante e turbinoso, scritto dal compositore russo nel 1913, sconvolse l’Europa dei primi del Novecento perché rappresentava un genere musicale mai ascoltato prima in Occidente. Una musica vibrante dai ritmi percussivi incessanti che, dopo aver fatto gridare allo scandalo, avrebbe fatto da apripista a tutte le composizioni del XX secolo. Le Sacre du printemps debutta a Parigi al Théâtre des Champs-Élysées il 29 maggio 1913, un anno dopo Daphnis et Chloé di Ravel. La storia del suo debutto la dice lunga sul potere profetico ed esplosivo di quest’opera, considerata simbolo e pilastro della musica moderna. Terza fatica del giovane e talentuoso Igor Stravinkij per i Balletti Russi di Djagilev, Le Sacre du printemps scardinò senza mezze misure i canoni di bellezza musicale descrivendo un barbaro rituale della Russia pagana con una violenza sonora inaudita. L’impatto con il linguaggio aggressivo e brutale di quella pagina fu così sconvolgente che la sera della première degenerò in bagarre, tra fischi e urla di dissenso. Sullo sfondo inquietante e misterioso della Russia primitiva si compie un antico rituale propiziatorio: una fanciulla scelta come vittima scarificale dovrà danzare fino alla morte per ottenere il favore delle divinità della Primavera. Nelle due parti in cui è suddivisa la composizione, L’adorazione della terra e il Sacrificio, l’esplosione violenta e improvvisa della primavera russa e le immutabili leggi di Natura di morte e rinascita sono tradotte in una scrittura musicale dalla forza dirompente fatta di effetti timbrici stridenti, accentazioni irregolari, pulsazioni ritmiche ossessive ed esasperate. Nonostante l’insuccesso iniziale, Le Sacre du printemps sarà destinato a far risuonare l’eco della sua originalità e della sua complessità ritmica nella musica dell’avvenire e Igor Stravinskij, il giovane selvaggio che alle volte mette le dita nel naso della musica, secondo una celebre definizione di Claude Debussy, si confermerà geniale esponente di punta del modernismo musicale.

Da una parte dunque la quintessenza della raffinatezza francese di Ravel, dall’altra i fuochi d’artificio delle note di Stravinskij, nel mezzo una composizione dello stesso Esa-Pekka Salonen, intitolata Pollux, mai eseguita in Italia prima d’ora, chiamata a chiudere il cerchio della proposta del Teatro del Maggio di fine anno. Come descritto dallo stesso autore, Pollux era stato inizialmente concepito come brano unitario, ma in fase di composizione i materiali musicali messi in campo risultarono così eterogenei da spingere Salonen a riconsiderare l’idea originaria e a fare di Pollux la prima di due opere orchestrali indipendenti. Il collegamento con il mito dei Dioscuri Castore e Polluce, i figli gemelli generati da Leda con padri diversi, risulta ulteriormente rafforzato dalla scelta di realizzare due pagine dal clima espressivo opposto: lento e scuro Pollux, estroverso e più veloce il venturo Castor. Come nella vicenda mitologica, in cui il concepimento di Polluce, figlio di Zeus, avviene mentre Leda porta in grembo già Castore, figlio del marito Tindaro, anche nella creazione di Pollux si stratificano ispirazioni e suggestioni provenienti da fonti differenti: il ritmo mantra derivato da un brano ascoltato da Salonen in un ristorante parigino, i primi versi del Sonetto a Orfeo di Rilke, su cui il compositore costruisce un corale strumentale, e il modo eolico, esplicito richiamo alle scale in uso nell’antica Grecia.

Una proposta che, in linea con la filosofia del teatro e con la programmazione della stagione sinfonica, abbina partiture sublimi a pagine meno rappresentate o inedite, dando la possibilità al pubblico di festeggiare l’arrivo del nuovo anno con un concerto non convenzionale e molto ricercato.

Il 31 dicembre, alla fine del concerto, il Teatro del Maggio ha organizzato un brindisi di auguri offerto a tutti gli spettatori.


 

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