L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Cosa ne pensate della nostra industria?

di Valentina Anzani

D'alto livello la prova di Zubin Mehta a capo dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, graditi ospiti all'ombra delle due torri per un concerto straordinario del Bologna Festival. Peccato per l'acustica del Paladozza, non decisamente l'ideale per la musica sinfonica, e per l'eccesso di autopromozione da parte degli sponsor: l'iniziativa artistica, già di per se benemerita, non necessitava di tante parole.

Bologna, 11 dicembre 2014 – Vi sono state quasi più parole che musica durante la serata organizzata lo scorso 11 dicembre dall’Unione industriali di Bologna e Ancebologna, che vedeva ospiti al Paladozza del capoluogo emiliano l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e il suo direttore principale Zubin Mehta. Doveva essere un incontro dedicato agli “auguri di Natale” per i soci, per dirla con le parole del fin troppo lungo (e fin troppo infarcito di retorica) discorso di apertura. Il discorso era tenuto da Alberto Vecchi, presidente di Unindustria ed era accompagnato da proiezioni video emozionali di stampo elogiativo e mitizzante. Certo è buona cosa sapere a chi si devono l’organizzazione di una serata e il sostegno di numerose altre attività culturali sul territorio e non solo, ma non è necessario esagerare nell’autopromozione, soprattutto se questa va a detrimento della fruizione della stessa arte che si sbandiera di sostenere. Solo dopo più di 25 minuti di attesa si è permesso all’orchestra di ascendere al palcoscenico e di attaccare con la verdiana Ouverture da I Vespri siciliani: brano dallo spirito rivoluzionario e appassionato, senza dubbio utile a scaldare i cuori e corrobrare le parole del discorso d’apertura, ma che ha reso immediatamente evidenti le falle di un’organizzazione che ha voluto scegliere la sede del concerto sulla base della quantità di posti disponibili più che tenendo conto della qualità dell’ascolto. Il palazzetto sportivo del centro di Bologna è un luogo si adatta facilmente ad auditorium, con esiti acustici di buona qualità per concerti di musica pop, musical o spettacoli teatrali in cui il suono è gestito e diffuso dall’amplificazione microfonica. Così non è stato però per il concerto sinfonico dello scorso 11 dicembre, durante il quale una delle più importanti orchestre italiane e il suo direttore hanno dovuto subire uno spazio inospitale, dalle dimensioni dispersive e il continuo disturbo di cicalecci e viavai. Eppure, nonostante l’ammutolimento dei violini nello spazio sordo e i fiati e le percussioni esageratemente in risalto, si è assistito alla maestria di un bravo direttore e della sua orchestra, che non hanno deluso nell’esecuzione del wagneriano Preludio e morte di Isotta. Il pezzo è costituito dal primo e dall’ultimo brano dell’opera Tristano e Isotta e la sua esecuzione come tale è stata autorizzata dallo stesso Wagner, che lo ha ritenuto la sintesi sinfonica dell’intera opera. Il pensiero non ha potuto che correre malinconico alle rappresentazioni in cartellone nella scorsa stagione del Teatro Comunale di Firenze, tra cui vi è stato, eseguito dai medesimi, l’intero Tristano. Il suono, sotto la bacchetta di Mehta, si è ancora una volta teso e disteso, nel flusso continuo della melodia infinita che è alla base dello stile compositivo wagneriano.

Sinfonia n. 6 in si minore op. 74 di Čajkovskij (detta “Patetica” per la giustapposizione di opposti sentimenti), Mehta non ha esagerato nel rigore degli strappi asseverati del primo movimento, respirando con la sua orchestra ed esalando fiati desolati nell’Allegro non troppo, per poi passare al tono saltellante e lieve – nonostante l’aurea lugubre – dell’Allegro con grazia. Il terzo movimento, Allegro molto vivace, si è imposto per la grinta e le sferzanti carezze e guizzi, prima di richiudersi su sè stesso nel sommesso Finale contemplativo.

L'Intermezzo tratto dalla Cavalleria Rusticana di Mascagni come bis struggente e severo a conclusione di un concerto goduto a metà non certo a causa degli interpreti, ma per una volontà di strumentalizzare l’evento musicale per fini altri da quelli artistici.

Alle soglie della fine del concerto, Mehta si era rivolto al pubblico, interrompendo – dopo l’animato terzo movimento – la continuità della Sinfonia del compositore russo: approfittando del momento di massima grinta del programma si era espresso in un ammiccante “Cosa ne pensate della nostra industria?”. Voluta ironia oppure no, la frase non può non aver colpito nel segno.


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