L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Elektra quotidiana in filigrana d’oro

di Francesco Lora

Nel centocinquantesimo anniversario della nascita di Strauss, la Semperoper di Dresda dedica otto spettacoli al compositore che lo predilesse. L’Elektra varata in gennaio è ora rideclinata da nuovi interpreti, senza perdere l’aura dello spettacolo privilegiato.

DRESDA, 15 dicembre 2014 – Sono diverse le città austro-tedesche che si spartiscono l’eredità culturale di Richard Strauss: Berlino e Monaco, Salisburgo e Vienna. Nessuna ha tuttavia, nell’affaire, i vanti di Dresda. Tra le quindici opere teatrali straussiane, ben nove furono eseguite per la prima volta nel Semperoper della capitale sàssone. La tradizione esecutiva prosegue exaltato capite: per continuità storica, qualità tecnica ed entusiasmo artistico, solo i Wiener Philharmoniker possono oggi contendere il primato alla Sächsische Staatskapelle; da quelle parti, si sa, l’anima è nelle orchestre. In questo 2014 che volge al termine, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Strauss non è passato inosservato. A Vienna, per la verità, si sono mantenuti i ritmi produttivi consueti: nessun nuovo allestimento operistico dedicato, né l’auspicabile ripresa della Frau ohne Schatten (l’unico capolavoro straussiano espressamente composto per lo Staatsoper viennese); tuttalpiù, ci si è aggiudicati la bacchetta d’oro di Christian Thielemann per le recite di ottobre di Ariadne auf Naxos [leggi la recensione]. A Salisburgo è avvenuto il miracoloso incrocio della Staatskapelle e dei Wiener: l’una è residente al Festival di Pasqua ed è stata diretta da Thielemann nell’Arabella [leggi la recensione], gli altri sono residenti al Festival estivo e sono stati diretti da Franz Welser-Möst nel Rosenkavalier, entrambi nuovi allestimenti con gran scialo di divi del canto. A Dresda, con un’esposizione mediatica della quale in Italia giungono solo eco lontane, ha invece avuto luogo una serie di rappresentazioni che, in autunno, si sono concentrate in un effettivo festival straussiano con alcune opere lì create: Guntram e Salome, Elektra e Der Rosenkavalier, Ariadne auf Naxos e Arabella, Daphne e Capriccio; locandine ora con promesse di insuperabile arcilusso, ora con dichiarazioni di ammirevole onestà.

La serena transizione dal primo al secondo caso, lungo le recite da gennaio a dicembre di questo stesso anno, si è vista nel nuovo allestimento di Elektra, con regìa di Barbara Frey, scene di Muriel Gerstner e costumi di Bettina Walter. In gennaio, sotto la direzione di Thielemann cantavano Waltraud Meier, Evelyn Herlitzius, Anne Schwanewilms e René Pape, e quella superba lettura musicale può già ora essere riascoltata in una tempestiva pubblicazione discografica per Deutsche Grammophon. In dicembre, sotto la direzione di Peter Schneider hanno invece cantato Jane Henschel, Elena Pankratova, Manuela Uhl e Markus Marquardt, e di questa nuova lettura, meno commovente nell’espressione ma non meno teatralmente vigorosa e musicalmente straripante, si va ora a dire come bilancio di un’operazione nata sotto stelle provvide.

La visione registica ha il pregio della chiarezza, così da poter essere restituita in poche righe: sempre fedele alla sostanza del dramma e assai spesso alla didascalia stessa, l’azione è portata ai nostri giorni, nel malconcio palazzo dove la giustizia è – o dovrebbe essere, e comunque infine è – amministrata in seno e poi a dispetto della tirannide. Solo nel finale ha luogo una licenza, figlia sì del temibile teatro di regìa tedesco, ma tanto inedita quanto rispettosa e benvenuta: al momento del trionfo e della pregustata danza sulla morte di Klytemnästra e Ägisth, l’emozione paralizza le gambe a Elektra e la stronca in un’impotente immobilità; è invece la timida e inerte Chrysothemis ad apparire sul fondo in radioso abito da festa, subito pronta a godere il caparbio merito della sorella emarginata. L’ingiustizia combattuta per gli altri.

Tagliente ed essenziale nel porgere, schietta e oggettiva nel narrare, sollecita e duttile nell’accompagnare, la concertazione di Schneider è un vertice di mestiere direttoriale nel solco della tradizione germanica: la sua è l’Elektra quotidiana per la settimana di un gran signore. A segnare lo scarto è poi la Staatskapelle, grazie a quelle prerogative che nessun’altra orchestra sa imitare: anche nell’incandescenza selvaggia, dove l’ostentazione sonora è al colmo, da tutte le file si alzano voci di sovrana eleganza fraseologica e trasparenza timbrica, dilaniando a piena forza ma con artigli in filigrana d’oro. Più la si ascolta, più si apprende che da Heinrich Schütz ai contemporanei le buone, nobili, forbite maniere del far musica sono le medesime.

Nella parte eponima, la Pankratova non si perde in velleità analitiche e dà invece luogo a un personaggio la cui passione è viscerale e tutta d’un pezzo; l’altezza dell’esito è assicurata da una voce di fenomenale risonanza, inscalfibile smaltatura e trascinante vibrazione. E anche la prestazione attoriale si fa apprezzare per genuinità, senza mai confondere la donna forte con la virago grottesca. Sulla stessa linea interpretativa si pone la Henschel come Klytemnästra: ella non tanto indaga il rovello psicologico dell’uxoricida, quanto invece ne esibisce la delirante rabbiosità, l’arrogante petulanza e la superstiziosa paura. Si perde così di vista la regina che ha smarrito sé stessa, ma si mette anche a nudo una tiranna identificabile come colpa cosmica e nulla materno.

La terna delle donne è completata da una Uhl favolosa per lirismo di fraseggio e innocenza d’espressione, ma non meno lodevole per sontuosità d’emissione e splendore di timbro: la sua Chrysothemis di astratta perfezione coincide con l’inconsapevolezza passata, l’indifferenza presente e l’imperturbabilità futura di chi si affianca agli eroi senza prendere parte alla battaglia. Professionismo senza clamore nell’Ägisth di Jürgen Müller e nell’Orest di Markus Marquardt; rifinita collaborazione nello stretto interagire dei comprimari. Applausi cordiali da parte di un pubblico per il quale – tant’è – ascoltare la Staatskapelle di Dresda è cosa di tutti i giorni.

immagini dalle precedenti edizioni di questo allestimento


 

 

 
 
 

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