L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Urgenza di fuoco a Palermo

 di Giuseppe Guggino 

Il Teatro Massimo di Palermo rende omaggio a Richard Strauss in occasione del 150° anniversario della nascita scegliendo come titolo inaugurale per la stagione lirica Feuersnot - una delle sue opere meno conosciute e frequentate anche se straordinariamente interessante dal punto di vista musicale - in una serata complessivamente degna dell’omaggio

«Purtroppo Feuersnot è abbastanza difficile, richiede un baritono d’alta classe e che arrivi facilmente agli acuti [infatti tocca più volte il fa e fa#, ndr] e cantanti abbastanza numerosi». Questa è un’annotazione di Strauss maturo, rammaricato dello scarso successo ingiustamente arriso ad un’opera tanto bella, orchestrata con cura maniacale, carica di crepitii e d’effetti onomatopeici dall’effetto fonico quanto mai prezioso eppure misconosciuta oggi come al tempo della reprimenda del compostitore. [leggi l'approfondimento] Nella riesumazione si cimenta il Teatro Massimo di Palermo in occasione del 150° anniversario straussiano, radunando un cast internazionale complessivamente ben assortito tra i tanti comprimari e azzeccando anche la scelta della protagonista femminile Nìcola Beller Carbone, soprano dalla presenza scenica formidabile e dalla linea di canto corretta e affidabile sebbene non dotata di timbro particolarmente pregevole né di notevole ampiezza e sontuosità del mezzo (giova ricordare che Annie Krull, prima Diemut sarà anche la prima Elektra), ma comunque capace di garantire una perfetta resa del personaggio e una buona tenuta vocale fino alla fine.

 Non altrettanto soddisfacente risulta invece Dietrich Henschel come Kunrad, voce troppo piccola per scavalcare l’enorme muro di suono innalzato dall’orchestra (nonostante le grandi cure del podio nel calibrare le dinamiche) e neanche particolarmente raffinata, come la sua carriera da liederista avrebbe invece fatto sperare; la sua prova è partita con qualche evidente problema nella tessitura acuta (in cui la parte insiste parecchio), per poi attestarsi sul livello dell’accettabilità non entusiasmante. Semplicemente perfette le tre amiche di Diemut ossia Chiara Fracasso, Christine Knorren e Anna Maria Sarra (in ordine decrescente di bravura ), deliziosa Valentina Vitti nella piccola parte di Walpurg, moglie del pentolaio, mentre decisamente più evanescente Irina Pererva come moglie di Tubeck. Nel comparto maschile si va dall’ottimo Castaldo di Alex Wawiloff, all’insufficiente Borgomastro di Rubén Amoretti passando per i funzionali Michail Ryssov (Pöschel), Cristiano Oliveri (Tulbeck, bottaio un po’ troppo spinto ma efficace), Paolo Battaglia (ottimo Kolbec), Paolo Orecchia (Gilgenstock), Nicolò Ceriani (Hämerlein) e Francesco Parrino (il pentolaio Aspeck). Buona la prova del Coro diretto da Piero Monti e stupenda quella del Coro delle voci bianche istruito dall’encomiabile Salvatore Punturo, capace di garantire una preparazione millimetrica delle pagine corali ritenute - non a torto - da Hanslick un “crimine contro i bambini” per le evidenti difficoltà in esse contenute (e con l’aggravante della lingua straniera, in questo caso!). In stato di grazia l’Orchestra del Teatro Massimo.

A sovrintendere su tutti la mano vigile, lucida e ispirata di Gabriele Ferro, costante presenza a Palermo negli ultimi anni con titoli operistici internazionali fuori dal repertorio corrente quali Z mrtvého domu di Janáćek e Genoveva di Schumann, che qui conferma ancora una volta le sue indiscusse qualità di concertatore.

Ma l’elemento di punta annunciato doveva essere l’allestimento affidato a Emma Dante e al suo consueto entourage, e in effetti, le regìe della Dante sono solite catalizzare un certo bailamme di aspettative e polemiche preventive, non senza un certa sussistenza di elementi di fondatezza.

Nel caso specifico il testo poteva indurre l’artista palermitana nella facile tentazione di abbandonarsi al deliquio autoreferenziale dell’identificazione di sé stessa (guardata con scarso interesse nella sua Palermo, a sentire le sue continue lamentele) con lo Strauss osteggiato dalla sua Monaco; e a trasformare i Fuochi di San Giovanni nella palermitanissima Vampa di San Giuseppe, popolando la scena con figure da cinema di Ciprì e Maresco il passo non sarebbe poi grande.

Invece, fortunatamente, bandito ogni temibile provincialismo, con sapienza, la Dante desiste (ignorando probabilmente e fortunatamente una matrice partenopea della leggenda di Feuersnot, come riportano Roberto De Simone e Mario Bortolotto) e sigla un allestimento più incline al cinema caleidoscopico di Fellini, cedendo al localismo solo con una scenografia (disegnata da Carmine Maringola) vagamente ammiccante a Palermo e costituita da un edificio di sintesi (ossia casa di Kunrad prima, poi di Diemut) con aperture superfetate tutte diseguali, un poco sgarrupate, alcune con le grate, altre occluse con blocchi di arenaria, altre ancora con le persiane variopinte. L’unico elemento di stravaganza sono le sedie appese, funzionali per la scena della cesta, trasformata qui in sedia, per l’appunto.

La regìa segue il sottotraccia del testo, sovrapponendo l’ebanista Kunrad (ma anche “livellatore” nel senso di personalità ecumenica, equilibrata, giacché le parole in tedesco differiscono solo per una “e” più o meno prolungata) a Strauss, abbigliato con un frac un po’ da direttore d’orchestra e un po’ da apprenti sorcier; quello che Kunrad-Strauss regala ai bambini sono ovviamente i sui strumenti di legno e le sue partiture da bruciare.

Quanto alle presenze in scena la Dante afferma in conferenza stampa di essersi voluta complicare le cose portandosi dietro trenta attori della sua compagnia; in realtà, a ben vedere, le cose per lei così si sono fatte più semplici perché il coro dei bambini canta spesso in formazione oratoriale o al centro della scena o sulle due ali mentre l’elemento cinetico è garantito dai mimi quando, invece, grande la sfida della regia lirica sta proprio nel coinvolgere e far aderire i coristi, tradizionalmente riluttanti, all'azione teatrale: con i mimi fidelizzati è fin troppo facile! Comunque sia, tutto con i mimi funziona bene, sia i tableau iniziali con qualche occasionale crisi epilettica individuale, qualche scazzottata che ovviamente non può mancare (il gancio tirato da Diemut a Kunrad dopo il bacio, però, non si può proprio guardare), il Walzer danzato in bikini (sia per gli uomini che per le donne) e qualche piccola confusione tra Kunrad su e giù (visto che alla fine è Diemut a doversi fare tirar su da Kunrad… mah!).

Di geniale in tutto ciò non è che si sia visto molto, se non i costumi di Vanessa Sannino e la soluzione per la riaccensione delle luci, con i mimi disposti a focolare umano ad agitare tessuti variopinti dal giallo all’arancio fino al rosso come tante fiammelle.

Pregevole il programma di sala oltre per la sua consueta cura editoriale anche per la proposizione di saggi di sicuro interesse nonché per una preziosa nuova traduzione moderna del testo di Von Wolzogen che Franco Serpa, eminente germanista tra i più eruditi sui testi per l’opera, ha approntato per l’occasione.

Successo convinto per tutti, repliche fino al 26 gennaio da raccomandare assolutamente a chi fosse di passaggio a Palermo e ripresa televisiva su Sky Classica HD prevista per il 4 febbraio nonché prossimo DVD che sortirà per colmare la lacuna di un Feuersnot in video.

Perché c’è sempre una disperata “urgenza di fuoco”, di passione ma anche di catarsi, a qualsiasi latitudine e non solo a Palermo; ironia della sorte, però, le numerose citazioni dal ring wagneriano stanno a rammentare beffardamente che questo bel fuoco palermitano potrebbe contenere tracce di diossina.