L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Dolce e ingrata patria

di Roberta Pedrotti

Il circuito lirico lombardo propone, a duecento anni dalla prima assoluta, il capolavoro che rivelò Rossini come grande autore tragico. Così Tancredi approda finalmente nella città di Luigi Lechi, autore dei versi del finale tragico nella cui villa il preziosissimo manoscritto è rimasto celato fino agli anni '70, ma non tutti si presentano pronti e puntuali all'appuntamento: si apprezza il cast capitanato da Teresa Iervolino, mentre l'allestimento scenico, il coro e la partecipazione del pubblico la sera della prima lasciano l'amaro in bocca.

BRESCIA, 13 dicembre 2013 - L'attesissimo debutto bresciano di Tancredi lascia un po' l'amaro in bocca, come se l'evento, da più parti, non sia stato compreso, recepito, salutato come avrebbe meritato. Non tutti si sono presentati puntuali e preparati all'appuntamento: eppure non si trattava semplicemente di una prima esecuzione locale di un capolavoro a due secoli esatti dal debutto assoluto, ma dell'esordio di una delle partiture più significative ed enigmatiche mai concepite in una città indissolubilmente legata alla sua storia . Nell'intreccio di varianti e versioni [Tancredi, prospetto delle versioni] che accompagnò la prima veneziana del 1813 e le immediate riprese di Ferrara e Milano l'elemento più noto e rilevante rimane, infatti, il finale tragico inserito nelle recite estensi e poi scomparso fino alla fine degli anni '70, quando venne segnalato a Bruno Cagli, Philip Gossett e Alberto Zedda il manoscritto custodito a Montirone, a quindici chilometri da Brescia, nella villa dei conti Lechi. Il conte Luigi Lechi, bresciano, era infatti il compagno del contralto Adelaide Malanotte Montresor, primo Tancredi, ed era un intellettuale e un letterato d'alto profilo, la cui frequentazione influì non poco sulla coscienza poetica neoclassica di Rossini e a cui dobbiamo, appunto, i versi del sublime finale ferrarese. In un certo senso, dunque, Tancredi dovrebbe essere di casa ai piedi del colle Cidneo, cittadino onorario al cui ritorno nella terra di uno dei suoi padri si sarebbero dovuti tributare tutti gli onori di un finale di stagione sfolgorante. E in effetti non è mancato all'appuntamento l'impegno di un cast giovane e ben assortito, che, anche là dove le ragioni dell'anagrafe impongono qualche tratto un po' acerbo, non ci fa mai udire un suono che sia artificioso e forzato, segno di una buona impostazione generale di base, foriera di ottimi sviluppi futuri.

Protagonista era infatti un giovanissimo astro nascente del repertorio belcantista e rossiniano, Teresa Iervolino [guarda l'intervista], ventiquattro anni e diciotto mesi appena dal debutto assoluto su un palcoscenico, ma già innato il talento della fuoriclasse. La voce è per natura quella dell'autentico mezzocontralto, brunito ma non troppo scuro, di timbro elegante che comprende in sé la femminile sensualità, la melanconia, l'adolescenza eroica del travesti; la tecnica è solida e sicura, tale da consentirle di affrontare un ruolo del genere con intelligente gestione dei proprie mezzi e delle proprie forze, di sfoggiare un'emissione morbida e omogenea e una precisione musicale impeccabile, un accento curato e partecipe e una sensibilità spiccata per il canto sfumato. Fiero, melanconico, poetico, il suo Tancredi potrà affermarsi sicuramente nei prossimi anni, nella piena maturazione di uno strumento già così ben impostato dalla natura e dallo studio, con risultati rilevantissimi, rendendo ancor più incisiva la realizzazione delle intenzioni, ancor più inebriante il trasporto amoroso della cavatina, o quello marziale della stretta del duetto con Argirio. Coetanea, più giovane d'una manciata di mesi, è Sofia Mchedlishvili, voce leggera e acutissima, che in “No che il morir non è” tocca addirittura un sol5 davvero sorprendente per la sicurezza con cui viene legato e sostenuto in una linea assolutamente omogenea. Il registro acuto e sovracuto suona penetrante e pieno, mentre scendendo il suono si fa più esile, ma mai forzato. Assecondandone l'evoluzione naturale con un'attenzione al sostegno del fiato che le potrà giovare anche per una maggiore incisività nella coloratura, la giovane georgiana potrà anch'essa riservare belle soddisfazioni. Purtroppo oggi la sua Amenaide, interpretata con trasporto e convinzione, soffre di una definizione registica assai banale e sciocchina, che la costringe ad atteggiamenti fatui e superficiali in contraddizione con il dramma e la musica. Un po' più disordinato il tenore Mert Süngü, che sembra a tratti intimorito dal cimento imposto da Argirio, anche se, prudentemente e in conformità con i tagli operati dallo stesso Rossini a Ferrara, viene omessa la grande aria del secondo atto “Ah! Segnar invano io tento”. La voce è di buona qualità, ma l'interprete deve sicuramente affinare i suoi mezzi tecnici e trovare una maggior disinvoltura e sicurezza per mettere pienamente a frutto le sue doti. Eccellente, per contro, l'Orbazzano di Alessandro Spina, voce ben timbrata e ben emessa, robusta ma non tonitruante, fraseggio accuratissimo, che valorizza ogni battuta di recitativo come è raro ascoltare. Nella sua aria “Tu che i miseri conforti” Raffaella Lupinacci mette in luce interessanti potenzialità passibili di ulteriore raffinamento (nell'ultima recita della produzione, il 15 dicembre, è previsto uno scambio di ruolo fra la sua Isaura e il Tancredi della Iervolino). Anche Alessia Nadin rende giustizia all'arietta di Roggiero “Torni alfine, ridente e bella”.

Manca invece all'appuntamento il coro AsLiCo preparato in questa occasione da Diego Maccagnola: l'impressione, sgradevolissima, è che nell'ambito del circuito si sia privilegiato nettamente l'impegno per Der fliegende Holländer, sottovalutando quello per l'opera rossiniana, meno esigente forse in termini di quantità, ma non certo di qualità. Anzi, con una formazione ridotta e con interventi per lo più in scene d'insieme la precisione d'attacchi e intonazione è ancor più delicata e i troppi svarioni musicali di questa recita l'hanno tristemente confermato. Nemmeno l'orchestra, con archi piuttosto opachi e qualche sbavatura nei fiati, entusiasma quanto invece aveva piacevolmente convinto in Wagner, ulteriore dimostrazione – e sia di monito a chi di dovere – che il repertorio del primo Ottocento non è in nulla meno impegnativo di altri quantitativamente più appariscenti per direttori, strumentisti, coristi. Fatica infatti a mantenere il giusto controllo dal podio Francesco Cilluffo, che non sembra andare oltre una generica coesione e una morbida cantabilità: ci sarebbe piaciuto ascoltare maggior mordente e maggiore brillantezza, soprattutto nelle strette, che tendevano regolarmente a spegnersi più che a inebriare, e maggiori stimoli di fraseggio per i solisti, che non sembravano sollecitati – anche in relazione all'età e al debutto – a un maggior lavoro di cesello musicale.

Manca all'appuntamento anche il teatro. L'allestimento curato per la regia e le scene da Francesco Frongia, con costumi di Andrea Serafino e le luci di Nando Frigerio procede infatti in maniera abbastanza superficiale e disordinato, senza approfondire nessuna delle possibili chiavi di lettura; accarezza la storia d'amore con una gestione non sempre convincente ma indubbiamente accurata dei recitativi e cade nelle tipiche trappole tese al regista inesperto del genere dal teatro d'opera. Esempio perfetto è la preghiera di Amenaide “Giusto Dio, che umile adoro”, in cui non solo pecca di didascalismo fin troppo scontato, ma anche di ingiustificata ansia di riempire i quattro minuti dell'aria con il passaggio di una Madonna in processione, con parroco e confraternita incappucciata. Forse metateatro popolare, con le allusioni al circo, alle fiere di paese, ai cantastorie e ai pupi; forse vaga modernizzazione, con Orbazzano in divisa fascista, qualche pugno chiuso a salutare la vittoria contro di lui di Tancredi, carabinieri ed esercito anni '40, vario folklore mediterraneo; alcune incongruenze (Amenaide e Tancredi dopo essersi rinfacciati “Sì, tu sol, crudel tu sei | la cagion del mio dolor!” se ne vanno mano nella mano come due amorosi fidanzatini) e un finale gettato al vento con la discesa d'un sipario del teatro dei pupi che spazza via ogni poetica tensione all'agonia dell'eroe, finché la luce e la voce non concentrano l'attenzione nelle ultime battute. Non sono le trovate in sé a lasciare perplessi, quanto una realizzazione confusa che non fa percepire come coerente e approfondita nessuna idea, uno spettacolo che non ci pare cogliere tutta la complessità psicologica di questo modernissimo, metafisico labirinto d'incomunicabilità e angoscia senza scampo. Un'occasione perduta in un allestimento generico e privo di stimoli e mordente, a conferma della complessità del teatro rossiniano, massime di quello serio, che solo pochi grandi registi hanno saputo cogliere ma che resta ancora lontana dalla koiné di molti uomini di teatro e di parte del pubblico.

E infatti alla prima è mancato anche (e soprattutto) il pubblico. Nella recita di venerdì 13 dicembre, turno A ed effettivo esordio assoluto di Tancredi a Brescia, molti abbonati hanno preferito starsene a casa, come denunciavano impietosi i vuoti in sala a dispetto del riscontro positivo del botteghino per i biglietti singoli. L'accoglienza è stata fredda, annoiata, distratta, assolutamente ingiusta per l'impegno, la passione, le qualità degli interpreti, per la statura di un capolavoro trattato quasi con sufficienza dalla platea, perfino per quello che non ha funzionato, giacché in teatro la vita è anche nel dissenso, mentre il lasciare la platea voltando le spalle agli artisti ancora in proscenio non sapeva nemmeno di disapprovazione. Solo di maleducazione. Per fortuna ci giunge notizia di un riscatto del Grande con la recita del turno B, chiusura di stagione e di questa produzione, ben più affollata e, al solito, molto più attenta e consapevole, di un'atmosfera più propizia anche per l'espressione degli artisti, cui certo non giova essere accolti con tanta indifferenza. Chiudiamo il sipario su questa stagione del Circuito Lirico Lombardo, dunque, fra amarezze e belle sorprese o conferme. E ci auguriamo di veder tornare presto Tancredi sulle rive del Mella con ben altra accoglienza; ci auguriamo che da questo debutto alcuni talenti approdino poi ai successi di altri lidi, portando una gloria postuma a quest'altra patria ingrata per l'eroe rossiniano.


 

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