L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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 Il bene e il male al tempo di facebook

 di Roberta Pedrotti

Nonostante le numerose iniziative volte a coinvolgere il maggior numero possibile di persone, pubblico poco numeroso e accoglienza piuttosto distaccata (almeno all'ultima replica) per il debutto di - qui non c'è perché - di Andrea Molino e Giorgio van Straten, commissionata dal Teatro Comunale di Bologna in un'ottica di particolare attenzione al teatro musicale degli ultimi decenni. Interazione fra diversi piani sonori, registrati e dal vivo, performance di attori, vocalisti, atleti e writer: un progetto ambizioso e caleidoscopico sul bene e sul male in un mondo che ha vissuto l'insensato orrore dell'Olocausto resta però vittima di quegli stessi linguaggi multimediali e virtuali che si propone di utilizzare.

 

BOLOGNA 29 aprile 2014 - La stagione è quella d'opera, il programma di sala, per comodità, parla di “argomento dell'opera”, ma la locandina ufficiale omette ogni definizione. Non favola in musica, non opera, non dramma musicale, non azione teatrale; semplicemente – qui non c'è perché – libretto di Giorgio van Straten, musica di Andrea Molino. Se stessa e nient'altro.

D'altra parte, se dovessimo definire – qui non c'è perché – ci troveremmo in difficoltà e procederemmo di preferenza per negazioni: non è un'opera, non c'è una drammaturgia in senso tradizionale; non è, non c'è... Cosa resta? La categoria dell'happening, della performance, dell'istallazione, ovvero dell'arte contemporanea a metà fra il teatro (cantato, parlato, danzato) e le espressioni plastiche o figurative. Una categoria rivoluzionaria, quaranta o cinquant'anni fa, ma che, proprio per mantenere vive e attuali le composite creazioni a essa riconducibili, deve sapersi rinnovare di continuo, respirare e interagire nel mondo circostante in modo critico. Nell'assumere tecnologie e linguaggi dell'oggi, infatti, - qui non c'è perché – s'incammina per un sentiero minato e irto di insidie. Un lavoro sul male e la violenza nella loro assurda, quotidiana banalità, che potrebbe risultare terribilmente attuale, proprio nell'attualità dei mezzi di espressione rischia non di denunciare, bensì di assumere quella stessa banalità, quello stesso vuoto.

L'impalcatura tematica e testuale di Van Straten, attraverso sette quadri, si regge quasi totalmente su citazioni liberamente accostate: Primo Levi, Elias Canetti, Jenny Sawle, William Shakespeare, Hannah Arendt, Albert Einstein, Gitta Sereny. Belle parole, per lo più, ma il teatro difficilmente è il luogo della sentenza, non ci si può permettere di essere didascalici; la delicata arte di trattare le gnomai era già cura dei tragici greci e resta cruciale in ogni forma di teatro fino ai giorni nostri, perché la rappresentazione, anche se impregnata di fondamentali riflessioni, non si trasformi in una verbosa enunciazione. Piuttosto, sono le scienze e la filosofia ad aver abdicato talvolta alla saggistica prediligendo felici forme teatrali, come nei dialoghi platonici o nei Massimi sistemi galileiani.

Così riportate nel 2014, le citazioni appaiono non solo didascaliche, ma, peggio, a tratti perfino superficiali e retoriche, eco perversa della filosofia e della poesia al tempo di Facebook, quando basta scegliere ad hoc una frase a effetto di Leopardi o di Fabio Volo, di Platone o di Baricco, di papa Francesco o di Jim Morrison incollarla sulla foto di un tramonto o di un paesaggio (per non parlare del povero Pertini, della sua pipa e del suo pugno vibrante accostati a qualunque slogan mai realmente pronunciato dal presidente) e condividerla con gli amici per sentirsi colti, impegnati, profondi.

Le tecnologie e i mezzi di comunicazione sono come un cesto di coltelli affilati abbandonato in mezzo a una piazza: i più si sbucceranno una mela, molti taglieranno in piccoli pezzi una pietanza per aiutare un bimbo o un nonnino a masticare meglio, qualcuno intaglierà nel legno una piccola opera d'arte, qualcuno accoltellerà il vicino, o se stesso. Sono strumenti, spesso straordinari, nel loro potenziale c'è il bene e il male, ma proprio per questo l'arte dovrebbe vedere oltre, saggiarne criticamente anche le implicazioni più pericolose o scoprirne di più utili e stimolanti. Così, invece, le voci di poeti, filosofi, scrittori e artisti restano sentenze abbandonate nel vuoto, architetture senza fondamenta, inabitabili.

Giusto, giustissimo, potenzialmente straordinario rappresentare le parole dell'orrore della Shoah decontestualizzandole nei mezzi e nelle forme della nostra attualità. Ma le braci languono, polveri sono bagnate e non s'accendono. Il gioco di piani sonori, di amplificazioni ed elaborazioni digitali, lungi dal creare una vera drammaturgia acustica, finisce per appiattire e omogenizzare l'insieme; l'orchestra soccombe come un flebile sottofondo all'impero – invero monotono – di percussioni e sassofoni, la cui presenza in platea sortisce un effetto solo visivo, giacché non si percepisce quasi una differenza rispetto ai passi suonati in buca o sul palco. Il momento più riuscito risulta così essere il quadro 2.3 nanourisma – il male dentro, in cui la ninna nanna popolare greca che s'intreccia a racconti di madri infanticide è intonata e orchestrata con sensibilità.

Nella dimensione più intima e lirica testo, azione e musica sembrano trovare maggior coesione, mentre in generale, e soprattutto quando l'ambizione s'innalza a considerazioni universali, tutti gli elementi si sovrappongono in un'iterazione di moduli senza interazione e senza sviluppo dialettico. David Moss è un vocalista virtuoso, agilissimo nella lallazione, nell'articolazione della parola e nel passaggio fra diverse tecniche d'emissione, ma anche il suo gioco fonetico risulta ripetitivo e autoreferenziale, a ribadire quella sensazione sgradevole di una riflessione che invece di assumere gli strumenti della comunicazione attuale in senso critico e stimolante, ne assume la pluralità monodimensionale, la ricchezza di dati e modalità e la povertà di contenuti, che si prosciugano senza entrare in un fertile circolo virtuoso. L'ambizione di leggere il mondo moderno, frutto anche dell'esperienza di orrori impensabili fino a un secolo fa, nelle sue forme non sfugge al rischio di identificarsi con quelle forme, di venirne assorbita e sconfitta. Lo vediamo nell'utilizzo dei selfie, gli autoscatti tanto in voga sui social network: una realtà difficile da ignorare, che può presentarsi come innocente condivisione di esperienze e ricordi, esibizionismo egocentrico ai limiti del patologico (per non parlare della deriva feticista dei piedi fotografati in ogni possibile contesto, preferibilmente vacanziero), moderna versione dell'autoritratto in tutte le sue possibili accezioni. Qui abbiamo la raccolta di foto e filmati autoprodotti con la lettura del passo di Primo Levi che dà il titolo all'opera (il racconto di un piccolo grande sopruso subito da parte di un soldato tedesco che, alla richiesta di spiegazioni, risponde solo “qui non c'è perché”) e con l'intrecciarsi di alcune riflessioni d'autore. Si chiama “We are here Chorus” (dal momento che qui non c'è perché, ma noi siamo qui) e non si può eccepire sulla qualità tecnica della realizzazione, soprattutto per il sincrono perfetto fra i musicisti dal vivo e le immagini girate a Bologna da una troupe professionista o per il mondo da chi ha aderito al progetto. Così il rimbalzare del piccolo episodio di gratuita crudeltà incastonato nell'insensata immensità dell'Olocausto fra voci e volti diversi, nella realtà a noi vicina è scelta che può avere una forza straordinaria, solo che non trova la via per esprimersi, si sfoca e si anestetizza nel caleidoscopico vuoto dei media contemporanei, che proprio per la loro sconfinata offerta tutto mostrano e tutto nascondono, mettendo sullo stesso piano serio e faceto, vero e falso, bene e male, profondo e banale.

 

In tal senso possiamo ben dar ragione a Van Straten e Molino: noi siamo qui e qui non c'è perché, ma non per questo siamo esentati dal dovere di dirci uomini e di cercare un perché, di costruire un pensiero traendo dai nostri tempi gli strumenti come opportunità, senza farci sopraffare. Possiamo trovare un perché nella dialettica e nello spirito critico di fronte a ogni stimolo, a ogni strumento. Quando, come in questo caso, lo strumento diventa struttura e significato, allora anche il contenuto più prezioso scivola via fra i mille post di un profilo facebook. Allora, mentre potremmo comunicare, finiamo solo per ribattere a suon di condivisioni e like su ogni tema allo stesso modo.

 


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