L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

L’appeal di Arabella

di Francesco Lora

Thielemann, Fleming, Hampson e la Staatskapelle di Dresda: il capolavoro cadetto di Richard Strauss domina il Festival di Pasqua di Salisburgo, con lussi inauditi nella locandina ma con qualche défaillance nelle parti protagonistiche. Profilo del grande spettacolo, in ogni caso, per il centocinquantesimo straussiano.

SALISBURGO, 21 aprile 2014 – Non Salome, non Elektra, non Der Rosenkavalier, non Ariadne auf Naxos, non Die Frau ohne Schatten: nel centocinquantesimo anniversario della nascita di Richard Strauss, il Festival di Pasqua di Salisburgo ha deciso di investire su un’opera meno popolare, ma assai cara al proprio direttore artistico Christian Thielemann. Intonata anch’essa su un libretto di Hugo von Hofmannsthal e ambientata anch’essa a Vienna, ma non più tra l’aristocrazia e nei palazzi nobiliari, bensì tra la borghesia e in alberghi rispettabili, Arabella è la sorella minore del Rosenkavalier (1933 contro 1911). Il linguaggio teatrale e musicale è parimenti raffinato, ma sulle prime meno stringente e immediato. L’atmosfera è più volatile e ovattata, l’insieme dei personaggi è più ramificato e uniforme, e il rapporto tra i diversi caratteri non riceve le sferzate di gradasseria di un Barone Ochs, né i colpi al cuore della Marescialla, di Octavian e di Sophie.

È invece in scena una commedia familiare, dove c’è una sorella maggiore in età da marito, Arabella, e una minore, Zdenka, cresciuta come un maschio per le difficoltà nel metterle insieme la dote. Il principe azzurro dell’una, Mandryka, non è un adolescente nobile, ma un uomo già piuttosto maturo e assai ricco, mentre quello dell’altra, Matteo, è un militare spiantato. Il papà e la mamma, il Conte Waldner e la Contessa Adelaide, non sono esenti dall’ipocrisia del ben apparire in società oltre le loro effettive condizioni economiche. A muovere l’azione sono un flebile innamoramento per fama e un equivoco possibile solo dove la donna debba essere casa e chiesa, e l’uomo possa essere rissoso e donnaiolo. Nell’alcova della Marescialla, va da sé, i fremiti hanno altra forza e fragranza.

In coproduzione con l’Opera di Stato Sàssone di Dresda, il nuovo allestimento varato nel Grosses Festspielhaus di Salisburgo gli scorsi 12 e 21 aprile è parso una boccata d’aria fresca. Nemmeno il Festival di Pasqua è esente dagli squallori del Regietheater alla tedesca, come il grigio e stolto Parsifal della scorsa edizione ha urbi et orbi dimostrato. La regista Florentine Klepper firma invece uno spettacolo fedele alla didascalia del librettista, nonostante l’innocua trasposizione cronologica al periodo di composizione dell’opera, e con spunti di analisi mai sopra le righe: per esempio la festa dell’atto II che, col montare dell’equivoco sulla fedeltà di Arabella, vira verso un caos onirico, libertino e volgare, come se null’altro fosse che un brutto sogno; o il disperato ostendersi di Zdenka a torso nudo e seno fasciato, nel finale, come per protestare la femminilità occultata a forza in nome del travestimento sociale.

Accanto ai costumi d’epoca di Anna Sofie Tuma, è promosso a pieni voti l’impianto scenico di Martina Segna, considerevole per idea tecnica, sua realizzazione e conoscenza storico-architettonica: sul boccascena del Grosses Festspielhaus, piuttosto basso ma larghissimo, nell’atto I scorre una successione di stanze, nelle quali i personaggi possono passare, isolarsi da soli o a gruppi, e rimanere tuttavia tutti visibili al pubblico; negli atti II e III, invece, il centro della scena è orgogliosamente occupato da un ascensore, la novità tecnologica che nei primi decenni del Novecento fece passare il piano nobile dei palazzi viennesi dal primo al secondo-terzo livello, con effetti considerevoli anche sulle facciate (improvvisamente nobilitate dalla loro metà in su).

Nel golfo mistico, non sorprende lo splendore d’oro in filigrana che riluce dalla prima all’ultima fila della Staatskapelle di Dresda: se non è la miglior orchestra del mondo, per strapotere tecnico, finezza stilistica e coerenza timbrica tra le sezioni, poco ci manca. Sorprende un poco, invece, che nonostante la blasonata direzione di Thielemann la partitura mostri qualche inattesa rigidità nel cedere al rubato e a qualche sfumatura più floreale che metallica. Ciò benché i momenti memorabili abbondino: su tutti, la mollezza estatica e radiosa del celebre duetto tra Arabella e Zdenka nell’atto I, e l’innocenza lunare dell’accompagnamento intorno alla protagonista nella discolpa dell’atto III. In ultimo, lode per un’esecuzione integrale fino all’ultima nota, comprese quelle virtuosistiche – e di prassi falciate senza pietà – nella parte di Fiakermilli.

Compagnia di canto con alto appeal massmediatico, capitanata da una diva discografica come Renée Fleming. La sua Arabella, per la verità, mostra tutte le virtù e tutti i limiti delle altre sue eroine straussiane, siano esse la Marescialla o Ariadne o la Contessa di Capriccio: voce piccolina, innanzitutto, che costringe a tendere l’orecchio verso la scena già da metà platea, e che è dispensata con poco maggiore generosità solo nel finale; timbro accattivante davanti a un microfono, ma che dal vivo si palesa costretto da un’emissione ingolata; e soprattutto un accento matronale e manierato oltre misura, languoroso con una certa impudicizia di fondo, involontariamente speziato di patina linguistica yankee, vero e proprio diaframma tra l’idea che la diva vuol dare di sé e la credibilità di un personaggio autenticamente vissuto. Per arrivare all’entusiasmo ci vuol altro. 

Su una linea tecnica, stilistica e interpretativa affine a quella della Fleming si muove il suo connazionale Thomas Hampson come Mandryka: anch’egli affettato e artificioso, patisce inoltre i postumi di un male stagionale, tale che ogni ascesa all’acuto suona forzata e sfocata, persino in lui che, da baritono, canta una parte non preclusa a bassi di rango. Il resto della locandina, per fortuna, è tutto in discesa e può essere rendicontato dal critico anche a penna spuntata. Lussi inauditi: come Conte Waldner c’è Albert Dohmen, imponente come un Wotan; come Contessa Adelaide c’è Gabriela Beňačková, ancora ricca di smalto e verve; come Cartomante c’è Jane Henschel, caratterista sempre incisiva. All’opposto dell’Arabella affiancatale, Hanna-Elisabeth Müller dà vita a una Zdenka acqua e sapone, senza artefazioni, chiara e limpida, commovente in virtù della sua semplicità di linguaggio interpretativo. Considerevole anche l’apporto di Daniel Behle, l’estrazione vocale del quale è fin troppo raffinata per la parte di Matteo, e a prova di semicroma è la Fiakermilli di Daniela Fally, che come si è detto affronta la parte in tutta la sua scabrosa lunghezza e complessità.

Ovazioni piovute a lingotti per uno spettacolo concepito senza risparmio: a Salisburgo, d’altra parte, la Pasqua si festeggia tra gioiellerie e Moët-Chandon. È annunciata la pubblicazione in DVD della ripresa video, sono annunciate due recite il 7 e l’11 novembre al Semperoper di Dresda (con locandina quasi immutata) ed è annunciato infine il cartellone del prossimo Festival di Pasqua (28 marzo - 6 aprile 2015): sotto la bacchetta di Thielemann, con la Staatskapelle di Dresda e con Jonas Kaufmann protagonista, torneranno in particolare la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Chi se lo sarebbe aspettato?

 


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