L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La fuga di Kat'a nella natura

di Joel Poblete

Debutta in Cile Kat'a Kabanova: l'opera di Leoš Janáček è presentata per la prima volta al pubblico del Teatro Municipal di Santiago, sempre più attento ai capolavori del XX secolo. Il pubblico decreta il successo, anche se non manca qualche distinguo, specie per la messa in scena del cineasta Pablo Larraín.

SANTIAGO del CILE, 2 maggio 2014 - Senza trascurare i titoli più popolari, da un decennio le stagioni liriche del Teatro Municipal de Santiago stanno offrendo al pubblico la possibilità di conoscere e apprezzare un po' più anche il repertorio del ventesimo secolo, attraverso il debutto cileno di alcune delle opere più significative degli ultimi cento anni, come la prima rappresentazione scenica nel Paese del Wozzeck di Berg nel 2000, e le proposte di Peter Grimes (2004), Les dialogues des Carmelites (2005), The turn of the screw (2006), Il castello di Barbablu (2008), Lady Macbeth di Mtsensk (2009), Ariadne auf Naxos (2011) e, lo scorso anno, nell'ambito del centenario della nascita di Britten, Billy Budd.

Ed essendo il ceco Leoš Janáček uno uno degli autori più importanti e significativi del secolo passato in campo operistico, oltre ad essere un compositore il cui lascito è stato sempre più rivalutato a livello internazionale negli ultimi decenni, era tempo ormai di mettere in scena un'altra sua opera dopo il debutto su queste scene di una memorabile produzione di Jenufa, la prima opera ceca a esser rappresentata in Cile. Per questo erano alte le aspettative per il debutto di Kat'a Kabanova, partitura che ha inaugurato la stagione lirica 2014 del Municipal. E l'attesa è stata ancora maggiore perché questa occasione ha visto anche il debutto come regista d'opera del cineasta cileno Pablo Larraín, noto in tutto il mondo per film presentati al Festival de Cannes, come Tony Manero e il primo film cileno nominato all'Oscar, No - i giorni dell'arcobaleno, e che nel giro di poche settimane ha esordito anche come regista teatrale, dirigendo Acceso.

Basata sulla celebre pièce teatrale russa di Alexander Ostrovsky, La tempesta, quest'opera fu allestita per la prima volta nel 1921 e si focalizza su una giovane ingenua e sognatrice che trova nell'adulterio un'unica via di fuga - per quanto momentanea - dall'oppressione di un matrimonio infelice a causa di un marito pusillanime e un'implacabile suocera; questo dramma avrebbe potuto apparire convenzionale e prevedibile, mentre risulta commuovente e straziante grazie all'intonazione di Janáček, i cui dettagli esigono un ascolto concentrato e impegnato per le sue meno di due ore di durata. Abbiamo assistito al debutto e a un'altra delle cinque recite in programma e, a giudicare dai calorosi applausi tributati dal pubblico, l'esito è stato positivo, anche se non ci possiamo esimere dal segnalare che non tutti gli elementi della produzione hanno completamente convinto, in particolare sul versante scenico.

Opera esigente e intensa, a tratti tesa e dolorosa e a tratti, invece, lirica e poetica, Kat'a Kabanova è un dramma che richiede una fusione estrema fra musica e teatro, e questo equilibrio non sempre ha pienamente funzionato nell'allestimento. Una scena sopraelevata e che all'occasione si illuminava dal basso (scenografia di Pablo Núñez) era il palco su cui si muovevano i personaggi, ben caratterizzati nel fisico - molto efficaci i costumi di Monserrat Catalá - e illuminati dal sempre solido José Luis Fiorruccio, che ha contribuito a sostenere assai bene l'atmosfera di alcune scene benché alcune transizioni siano parse assai brusche e violente, e le tonalità di rosso che sottolineavano apparentemente la passione sono parse un po' troppo didascaliche. I movimenti mancavano di convinzione, così come le interazioni e la gestualità dei personaggi, le entrate e le uscite; alcuni hanno convinto più di altri, ma, più che merito del regista, è dipeso in buona misura dalle abilità e dalle risorse attoriali su cui poteva contare il singolo cantante.

Bisogna riconoscere che nel suo debutto con il genere operistico, Larraín è stato in generale rispettoso con la trama e i suoi temi (alcune piccole licenze non sono state fuori luogo o gratuite), per cui se qualcuno si fosse aspettato qualcosa di più anticonvenzionale è rimasto deluso; il regista rendeva bene l'atmosfera dell'opera - compresi occasionali tocchi di humor -, assecondandone fluidità e ritmo, ma gli è mancata una maggior profondità e una padronanza del mezzo teatrale per rendere un dramma all'apparenza tradizionale e perfin convenzionale arrivasse a scuotere lo spettatore al di là della magnifica partitura di Janáček. In particolare l'ultima scena, difettava di potenza emozionale.

Assai meritorio l'apporto delle belle ed elaborate immagini proiettate nelle cinque delle sei scene dell'opera che si svolgono all'esterno, conferendo alla produzione un aspetto cinematografico. Il paesaggio pareva riflettere il conflitto interno dei personaggi, specialmente nella presenza fondamentale del fiume Volga, le cui acque sigillano il dramma; non era la prima volta che le proiezioni venivano utilizzate al Teatro Municipal, è anzi una tendenza che ha coinvolto sempre più registi negli ultimi anni, ma queste immagini apparivano assai reali e persuasive, e grazie a questo contributo visivo (direzione artistica ed elaborazione digitale a cura di Cristián Jofré), la natura è così presente nell'allestimento di Larraín, e in questo senso il quadro più riuscito è stato quello che si porta all'esterno di un bosco e lascia sospesa l'azione nell'intervallo della recita.

Questa connessione con l'elemento naturale era pure accentuato dai movimenti coreografici che Jose Vidal ha realizzato con un gruppo di ballerine con teste e corna di cervo, presenti all'inizio e alla fine dell'opera e altresì negli interludi che si alternavano alle singole scene; un effetto accattivante, la cui efficacia però variava secondo la prospettiva individuale di ogni spettatore. In generale, resta la sensazione che la visione teatrale non fosse pienamente al servizio dell'opera.

Molto meglio la resa musicale, pur con qualche distinguo. Il direttore musicale della Orchestra Filarmonica di Santiago, il russo Konstantin Chudovsky (che pure debuttava in quest'opera), è parso attento alle numerose variazioni di ritmo, armosfera e intensità che la partitura esige, ma a tratti l'equilibrio fra la buca orchestrale e le voci dei cantanti non è stato ideale e alcuni interpreti non erano ben udibili, anche se poteva dipendere da volume e proiezione di ciascuno così come dall'opposizione di una massa strumentale eccessiva.

Interpretando la sofferente protagonista, il soprano russo Dina Kuznetsova ha debuttato in Cile e sotto il profilo attoriale è riuscita a trasmettere l'alienazione e la crescente impotenza del suo personaggio; la sera della prima le è mancata un po' più di forza e convinzione teatrale , nonché potenza vocale, nelle sue scene solistiche, ma nella recita successiva ha messo in luce un materiale un incisivo e intrigante, una voce bella e ben proiettata. Questo sì, non l'ha aiutata molto l'apporto appena discreto del tenore statunitense Steven Ebel nei panni del suo amante Boris, che si è inteso assai poco con la sua voce di tenore lirico ben timbrata ma di volume ridotto ed è stato troppo debole sulla scena, rigido e banale.

Chi invece si è distinta è stata la Kabancha del mezzosoprano svedese Susanne Resmark, che è tornata in Cile dopo la sua solida Klitaemnestra del 2010 nell'Elektra di Strauss che il Municipal devette presentare nel Teatro Escuela de Carabineros in traferta a causa del terremoto che aveva colpito il Paese. Assolutamente dominante e inflessibile come il ruolo esige, ha cantato benissimo fornendo anche un'ottima interpretazione teatrale. Suo figlio, Tichon, è stato reso correttamente dal tenore statunitense Richard Cox (che già aveva partecipato ai debutti cileni di Lady Macbeth di Mtsensk e Ariadne auf Naxos). E sia perché i loro personaggi sono gli unici a portare un po' di luce e speranza nel dramma, o semplicemente perché entrambi hanno cantato e recitato assai bene, si sono messi in luce in particolare il tenore turco Tansel Akzeybek e il mezzosoprano cileno Evelyn Ramírez, che davano vita rispettivamente a Kudriash e Varvara, la jgiovane e incantevole coppia che serve da contraltare al tormentato amore adulterino fra Kat'a e Boris. Non è stato meno convincente il rude e sonoro Dikoi del basso polacco Alexander Teliga (già al Municipal nella Lady Macbeth di Mtsensk e Boris Godunov), e bravi nei loro brevi ruoli secondari i cileni David Gáez, Claudia Lepe e Lina Escobedo, così come il Coro del teatro preparato da Jorge Klastornik, nel suo fugace intervento.