L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Agamemnon!

di Roberta Pedrotti

 

Pur fra tempeste amministrative, la Scala replica il grande successo di Les Troyens con una coproduzione internazionale di Elektra che onora al meglio il centocinquantenario straussiano. Diretto da Esa-Pekka Salonen, con un cast eccellente, assortito alla perfezione, e l'ultima messa in scena del compianto Patrice Chéreau, lo spettacolo conferma come, a dispetto di ogni elucubrazione, la qualità autentica in teatro sia sempre il modo più sicuro per conquistare il pubblico.

MILANO, 24 maggio 2014 - La formula del successo è la più semplice e scontata si possa immaginare: proporre spettacoli di qualità. Per quanto il pubblico di un teatro d'opera sia indubbiamente variegato e non privo d'ineguagliabili, e a loro modo anche affascinanti, bizzarrie, di passioni brucianti e imponderabili, i valori concreti dell'arte vincono al di là di tutte le chiacchiere o le congetture su fazioni loggionistiche, passatiste o moderniste a tutti i costi. La Scala, per essere nei fatti e non solo nel nome uno dei più grandi teatri del mondo, emblema della nostra identità artistica, non deve interrogarsi tanto sulle fisime vero o presunte del suo pubblico, ma offrirgli gli stimoli di un autentico e serio progetto culturale di qualità. Questo dovrà essere l'obbiettivo della dirigenza che si dovrà profilare dopo le buriane amministrative delle ultime settimane.

Un buon esempio è costituito da questa Elektra, che è, sic et simpliciter, un magnifico spettacolo, di quelli che catturano l'attenzione alla lettura della locandina, avvincono dal primo all'ultimo istante, in un battito di ciglia che stringe alla gola, fanno esplodere la sala in un boato e uscire il pubblico scosso da pietà, terrore, catarsi.

La coproduzione con Aix en Provence, il Metropolitan di New York, la Finnish National opera di Helsinki, la Staatsoper di Berlino e il Gran Teatre de Liceu di Barcellona si è trasformata, per la prematura scomparsa del grande regista lo scorso ottobre, in un omaggio alla memoria di Patrice Chéreau, per quanto in nulla l'ufficiale e sentita dedica soverchiasse lo spessore intrinseco della recita. È giusto che sia così, per un grande uomo di teatro: la sua opera continuerà a vivere, benché sfumi, effimera, nello spazio inafferrabile di una recita, benché le riprese che in futuro saranno affidate ad altri (in questo caso Vincent Huguet) non possano, per forza di cose, rinnovare in eterno il gesto diretto dal Maestro. Continua a vivere, ora, nel modo migliore, con una recita semplicemente magnifica, che, salvo poche – ma significative – varianti ripropone la stessa compagnia che la scorsa estate in Francia aveva creato l'allestimento insieme con Chéreau.

Sul podio era allora, e torna adesso a Milano, Esa-Pekka Salonen, che, dopo l'exploit dei Troyens sotto la direzione di Antonio Pappano, ribadisce cosa possano fare i complessi scaligeri se guidati da un'autentica grande bacchetta. Il suono è semplicemente splendido, chiaroscurato, lucido, tagliente, corposo, rigoglioso perfino, dorato e plumbeo, permeato di spirito tragico, di crudele sarcasmo, di sogni opalescenti e impossibili, di sensualità e di sangue, ma senza mai sovrastare il palcoscenico, dimostrando un ammirevole rispetto delle voci e un lavoro teatrale di straordinaria tensione, perfetta coesione fra drammaturgia, gesto, canto, suono.

Basterebbe l'intelligenza con cui la bacchetta di Salonen flette e fa danzare il tema di Agamemnon a trafiggere l'intera sala fra sgomento e ammirazione, mentre la danza crudele e insinuante di questa Elektra risuona degli stessi colori, delle stesse luci e delle stesse ombre che vediamo sul palcoscenico, oppure li anima d'insospettabili sfumature, perturbando quel perfetto non-luogo in cui Richard Peduzzi colloca l'azione.

La scena sembra infatti un esercizio architettonico di prospettiva, pure forme tagliate di luce da Dominique Bruguière, una geometria elementare, dai colori neutri, in cui le ombre sembrano in un primo momento funzionali alla definzione dei volumi, e che svelano invece spazi nuovi, come nel primo monologo di Elektra, accovacciata nell'ombra e poi, abbozzando passi di danza, sul confine delle tenebre, pienamente illuminata nel pronosticare la vendetta paterna. O nel dialogo con Klytämnestra, quando l'atmosfera si fa irreale, assolutamente neutra, morta, sospesa senza né luce né oscurità.

Anche i costumi di Caroline De Vivaise sono neutri, attuali, senza fronzoli, squallidi, cupi e lineari anche per i regnanti, in una corte senz'anima, pervasa dagli incubi, senza spazio e tempo, asserragliata dietro al metallo spento di un gran portone scorrevole. Qui tutto si gioca sul filo del rasoio della recitazione imposta da Chéreau nel pulsare del tempo teso da Salonen, nel vibrare degli accenti in primo luogo di Evelyn Herlitzius, un'Elektra d'impressionante impatto teatrale. Raggomitolata nella sua canottiera logora, nei suoi pantaloni sformati, è un'adolescente selvatica, ribelle, borderline, dalla sensualità costretta, negata, insofferente, capace di rivolgersi virilmente alla sorella quando la immagina possibile sostituta di Orest nella vendetta, di abbandonarsi languida su una panca narrando con trasporto erotico il proprio fascino e le proprie pulsioni perdute al fratello, in una continua confusione dei ruoli. Il delitto di Klytämnestra ha sovvertito l'ordine della natura, e il maschile e il femminile, i rapporti coniuguali, fraterni, filiali si mescolano, e alla fine, dopo aver ripreso la danza che preparava e sognava da tempo immemore, Elektra non può che rimanere immobile e annichilita: Oreste se ne va, la reggia resta vuota, senza più uno scopo, senza più l'incubo, ma nemmeno un futuro. Evelyn Herlitzius solo gettandosi indietro i capelli, mostrando il viso alla luce sembra divenire un'altra donna, sembra rinascere nel momento in cui il cadavere di Klytämnestra è trascinato in scena, ma questa vita si consuma come una vampa effimera. Alla sua energia totalizzante risponde la stanchezza esistenziale di una Waltraud Meier, regina, madre, omicida dal fascino elegantissimo, dalla classe intramontabile di autentica grande diva. Annunciata da un incedere terribile come il battito del Cuore rivelatore di Poe, è stanca, sì, questa Klytämnestra piegata dagli incubi, ma non rassegnata, non doma, eterna femme fatale, sofisticata e ferina come solo una grande diva del suo calibro, un'attrice e una fraseggiatrice di questo livello può essere. Terzo volto di questo triplice ritratto femminile è la Chrysothemis di Adrianne Pieczonka, che dispiega tutta la volontà di salute e di normalità della giovane figlia di Agamemnon nella piena consapevolezza dell'orrore che la circonda.

Thomas Randle, Aegisth già nella prima della scorsa estate, rappresenta il fantoccio di virilità in questo microcosmo femminile di madri, figlie e ancelle. Non è nemmeno caricaturale, non è isterico o grottesco: è vanamente arrogante, come è giusto che sia.

Nuovo rispetto a Aix en Provence è, invece, il vero erede al trono, l'Orest di René Pape, ma è talmente compreso nello spettacolo da rendere difficile immaginare qui un altro volto e un'altra voce. Carismatico, con la sua presenza misuratissima e i suoi fulminanti sguardi azzurri, tagliente nel fraseggio, gelido e imperscutabile dove conviene, sempre convincente, è quasi un'apparizione evocata dal disperato desiderio, immagine del padre e del fanciullo perduti, anelito di una presenza virile risolutrice che come è apparsa così, spietatamente, svanisce. Il confine fra un toccante realismo e un simbolismo lancinante è nella scena dell'agnizione, quando per un istante i servitori fedeli ad Agamemnon abbracciano commossi Orest e il suo mentore, riconoscendoli come Eumeo ed Euriclea con Odisseo, poi si allontanano, la scena si dissolve, e Franz Mazura, quasi ombra e doppio del suo pupillo, quasi incarnazione dello spirito stesso del padre assassinato, prende corpo man mano fino a compiere personalmente la vendetta, trafiggendo Aegisth accanto al cadavere di Klytämnestra.

Novantenne, Mazura è presenza pregnante proprio per la dignità dei suoi anni, per l'implacabile incarnazione del tempo e della memoria che s'irradia in tutta la distribuzione anagrafica del cast, tutta studiata per verità, più che per realismo. L'età concreta di ogni interprete dà forma e vita al trascorrere del tempo e delle generazioni, rende quotidiani e tangibili la tragedia, i suoi caratteri, i loro rapporti. Come nel caso del servo anziano di Donald Mcintyre, con le sue ottanta primavere, e del giovane Michael Pflumm, o delle ancelle, un eterogeneo brulicare femminile senza distinzione di grado e compiti, di Renate Behle, Bonita Hyman, Andrea Hill, Silvia Hablowetz, Marie-Eve Munger, Roberta Alexander, nonché Rossana Calabrese, Silvia Mapelli, Claudia Vignati e Agnese Vitali.

Quando di fronte ai due cadaveri l'atteso salvatore e sicario abbandona la reggia, il nulla segue alla violenza e le donne superstiti fissano il vuoto, esplode un boato d'interminabili applausi liberatori. Meritatissimi, per tutti. Anche per Chéreau: non importa se si voglia credere o meno nell'aldilà, nell'arte lui era lì, a ringraziare, con i suoi colleghi.