L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

L'ultima melarancia

di Roberta Pedrotti

 

Con questa produzione dell'Amour des trois oranges di Prokof'ev (nella versione francese con cui debuttò nel 1921) il Maggio Fiorentino dà il suo addio al Comunale per trasferirsi al nuovo Teatro dell'Opera. Non poteva darsi miglior commiato di quello officiato da Juraj Valčuha sul podio e Alessandro Talevi alla regia, per un allestimento di questo capolavoro che resterà nella memoria come uno dei migliori spettacoli andati in scena al Comunale negli ultimi vent'anni.

 

FIRENZE, 1 giugno 2014 - Quando al mercato il fruttivendolo, prima della chiusura, regala l'ultima mela rimasta, per molti è facile pensare che sia bacata, ammaccata o semplicemente che voglia disfarsene per ripartire senza fardelli di merce invenduta. Può anche capitare, però, che quell'ultimo pomo sia una melarancia succosa, frutto ritenuto magari meno appariscente, soprattutto meno familiare, troppo esotico o bizzarro per convincere subito la folla a contendersene almeno un assaggio. Di assaggiarlo, invece, vale assolutamente la pena, e se ne sono ben resi conto coloro i quali hanno risposto alla clamorosa offerta last minute con cui il Maggio Musicale Fiorentino ha messo a disposizione ben seicentocinquanta posti omaggio e ha dimezzato i prezzi dei rimanenti biglietti ancora invenduti per invitare il maggior numero possibile di persone ad assistere alla prima dell'Amour des trois oranges, annunciata come l'ultima produzione lirica al vecchio Teatro Comunale – glorioso per storia, meno per acustica e architettura – prima del definitivo trasferimento al nuovo Teatro dell'Opera – ancora in via di completamento quanto a strutture e servizi, ma ben più confortante per qualità d'ascolto e, con il parco che lo circonda, dall'aria decisamente più accogliente. Un addio senza rancor (tutt'altro) alla sala di Corso Italia, consacrato da uno degli spettacoli più belli allestiti al Comunale negli ultimi vent'anni, a dimostrazione che, anche in tempo di crisi, sono prima di tutto le idee e gli artisti a fare la qualità di un'interpretazione.

La scelta di Juraj Valčuha per il podio e di Alessandro Talevi come regista si è rivelata la vera carta vincente della serata e, se per Valčuha non si può parlare di scommessa, essendo lo slovacco un altro bell'esempio della solida generazione direttoriale degli anni '70 reduce da un meritato successo fiorentino con Madama Butterfly lo scorso febbraio, la fiducia nel trentanovenne regista di natali sudafricani e radici anconetane è stata indubbiamente ben riposta.

Talevi ha idee chiare, intelligenti e tecnica sicura, piena padronanza dello spazio e dell'azione, è capace di gestire singoli e masse in limpido rapporto con la musica e dipana con gustosa, ironica trasparenza diversi piani di lettura, che s'intersecano alla perfezione, fra vertigine surreale e profondità di pensiero. Prokof'ev rivisita la fiaba di Gozzi (una delle più antiche e diffuse, nei suoi elementi ricorrenti in tutte le raccolte italiane, da Basile a Calvino) enfatizzandone l'assurdo e il grottesco anche attraverso smaccati tratti metateatrali, che elevano all'ennesima potenza la poetica del fantastico e dell'antirealismo propria del rivale di Goldoni riscoperto e amato dal Novecento. Il regista asseconda questo aspetto ricorrendo a una sapida fantasmagoria di elementi propri della Commedia dell'arte e dell'immaginario surreale e avventuroso del secolo scorso, dal dadaismo al fumetto, dal varietà al cinema e all'animazione: le guardie hanno armature di caffettiere e grattugie, le giungle tropicali e i deserti americani punteggiati di saguari potrebbero illustrare un'edizione d'epoca di Salgari o far da sfondo alle fantasie di ragazzini dei nostri nonni e bisnonni, il volo favoloso del Principe con Farafarello e Trouffaldino mescola, in un'ironia gioiosa e irresistibile, il mito di Lindbergh con il topos contemporaneo dei viaggi di Indiana Jones tracciati su una carta geografica.

Diverte, Talevi, perfino quando mette alla berlina gli stereotipi razziali senza timore di giocare con loro, infrangendo i tabù del politicamente corretto: Sméraldine sembra uscita da una figurina Liebig, dalle scenette in cui i cannibali selvaggi cucinavano in pentola gli esploratori, e va bene così, perché tale è l'assurdo spauracchio della schiavetta mora alleata delle forze demoniache e smaniosa di ascendere a un trono che compete solo alla principessa bianca. La stessa Fata Morgana porta un gonnellino di banane e potrebbe essere una diva del varietà esotico, una sorta di Carmen Miranda o Joséphine Baker, e la cuoca Creonta l'incrocio fra una gigantesca gallina (forse un'allusione alla zampa dello stesso pennuto che nelle leggende slave reggeva la casa di Baba Jaga, parente prossima della nostra temibile cuciniera) e la Mamie di Via col vento.

Questo scanzonato gioco di rimandi e citazioni, che non scade comunque mai nella caricatura, non è solo uno spassoso divertissement, ma si sposa alla definizione arguta del quadro storico in cui si colloca l'opera (che debuttò nel 1821 a Chicago) e allude al centenario del primo conflitto mondiale, celebrato quest'anno.

Il quadro è inequivocabilmente quello del declino dell'Europa ottocentesca, dilaniata fra passato e futuro, fra il tramonto degli Imperi centrali, l'impellenza della Rivoluzione bolscevica, i movimenti femministi, le più fosche trame (Clarice, mentre macchina con le eminenze grigie del palazzo la sua illegittima ascesa al trono, sembra pronta da un momento all'altro ad appuntarsi sulla divisa una svastica), le ultime avventure coloniali e l'Africa che bussa alla porta delle arti, le borghesie che danzano sul precipizio pretendendo ancora di divertirsi spensierate. E intanto emerge il Nuovo Mondo, quegli Stati Uniti che sulle macerie della vecchia Europa s'imporranno come nuova potenza mondiale. Quella stessa cui Prokof'ev si volse, con un'intensa attività, dopo la Grande Guerra e prima di ritirarsi definitivamente in patria.

Una terza chiave di lettura, un ulteriore filo narrativo è costituito dunque dalla biografia dell'autore, che dalla tormentata Europa postbellica intraprende una fortunata avventura americana, esattamente come il Principe lascia la corte alla ricerca delle melarance e dell'amore. Non sarà dunque un caso nemmeno che queste somiglino un po' a uova fabergé russe, un po' ad americanissimi ananas, pur nel loro arancio dorato di agrumi mediterranei.

Se l'esotico frutto non spaventa certo, bensì affascina e accende l'estro teatrale di Talevi (e con lui dello scenografo Justin Arienti, del costumista Manuel Pedretti e dell'ideatore luci Giuseppe Calabrò), del suo gusto sembra essere innamorato Valčuha, ma non al punto di perdere la testa, bensì con la lucidità di chi sa far partecipe il prossimo di quel sapore unico, di chi non mira a enfatizzarne la stravaganza con bizzarri accostamenti, ma sa servirlo al meglio per discernerne le virtù intrinseche. Ed è un puro piacere ascoltare l'orchestra del Maggio così pulita e vibrante nel dar vita al linguaggio polimorfo di Prokof'ev non per far sfoggio di bravura, ma per narrare con questi strumenti una storia che ne contiene almeno tre: quella di un uomo, quella di un continente, quella della rappresentazione teatrale di una fiaba, con tutti i suoi irresistibili nonsense e tutti i suoi simboli archetipici. Assaporiamo la partitura che scorre così con disarmate chiarezza, con sapida eleganza fra parodie wagneriane, suggestioni esotiche, nuovi ritmi e accostamenti. E dispiace soltanto, ascoltando esecuzioni di questo livello, che il Prokof'ev teatrale, seducente, esuberante, curioso, non sia stato prolifico come avremmo voluto, né sia frequentato come meriterebbe.

La commedia è stupenda e quando il suo meccanismo è così ben organizzato, ogni ingranaggio, grande o piccolo, ben oliato e posizionato per essere utile e necessario, allora la lode per gli interpreti non potrà che essere corale ed entusiastica, dall'autoironico Prence di Jonathan Boyd al brillante Trouffaldino di Loïx Félix, dall'accorato Roi di Jean Teitgen al fedele Pantalon di Leonardo Galeazzi e al subdolo Léandre di Davide Damiani, dalla fosca Clarice di Julia Gertseva alla debordante Fata Morgana di Anna Shafajinskaia, dal Tchélio (mago vero proprio e illusionista teatrale, eco ariostesca e cifra dell'ambiguità drammaturgica della fiaba) elegante e solenne di Roberto Abbondanza all'irresistibile Creonta di Kristinn Sigmundsson, dalla deliziosa Ninette di Diletta Rizzo Marin alla spassosa Sméraldine di Larissa Schmidt o al Farfarello travolgente di Ramaz Chikviladze, fino all'incantevole evanescenza delle altre principesse, Martina Belli e Antoinette Dennefeld, e alla frizzante partecipazione di Andrea Giovannini, Maître de Cérémonies, Karl Huml, Héraut, e di Dario Shikhmiri, Saverio bambi, Alessandro calamai, Artem Terasenko, Yerzhan Tazhimbetov, Edoardo Ballerini, Sung-Cehn Kang, Silvano Bociai, Lukas Zeman e Dielli Hoxha come Ridicules, nonché del coro preparato da Lorenzo Fratini.

Il pubblico gode: ride, partecipa, riflette. Il successo è vivo, palchi e platea, se non esauriti, son comunque ben popolati. Sarà l'ultima volta? Non ci vedrem più, forse, in Corso Italia? Di certo sia apre una nuova fase, in cui ci sarà molto da lavorare ma i cui frutti sono a portata di mano, dopo l'affermazione delle potenzialità artistiche del Maggio con questo Amour des trois oranges. Potenzialità che Firenze deve onorare e alimentare con orgoglio. Intanto, tutti usciamo definitivamente dal Comunale felici, fischiettando la grottesca marcia di corte.