L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La rassicurante contemporaneità

di Giovanni Andrea Sechi

Grande successo per la compagnia vocale, in gran parte italiana, e per il debutto di Marie-Nicole Lemieux nei panni dell’eroe rossiniano; luci e ombre sulla parte scenica dello spettacolo: non convince l’ambientazione contemporanea scelta per il libretto di Gaetano Rossi.

PARIGI, 27 Maggio 2014 All’interno del “Festival Rossini” del Théâtre des Champs-Elysees, Tancredi è uno degli appuntamenti più invitanti. Il titolo rossiniano non è di rara esecuzione a Parigi: tra le più recenti si ricordano quella del 2009 (nel medesimo teatro) e del 2007 (Cité de la Musique), ma tra i motivi di richiamo di questa nuova produzione c’è il debutto di Marie-Nicole Lemieux nel ruolo del titolo.

Il contralto (o forse mezzosoprano?) canadese, già interprete di Isaura, oggi viene promossa alla parte eponima. Tale promozione non risponde a una particolare attitudine dell'artista per questa vocalità - il pensiero corre a due contralti come Ewa Podles e Bernadette Manca di Nissa, che da Isaura passarono in breve tempo a Tancredi per meriti vocali più che ovvi - tuttavia il debutto non si mostra privo d’interesse e, alla fine, non delude le aspettative. La Lemieux sfoggia una vocalità ricca, duttile (più limpida e lucente in zona acuta che in quella grave) e offre dei momenti pregevoli soprattutto nel canto misurato e nell’espressione lirica e patetica (la scena di sortita «Oh patria ... Di tanti palpiti» strappa l’applauso fragoroso del pubblico). Si apprezza in lei, inoltre, la scelta di abbellire in maniera parca i recitativi e le arie (in momenti particolarmente agili come «Non sa comprendere il mio dolor» la cantante tende a perdere il controllo per l’eccessivo vibrato).

Più spigliata vocalmente, ma soprattutto sulla scena è la prima donna della serata: Patrizia Ciofi. Il soprano italiano incanta per l’espressione leziosa e ricercata nel canto, per la presenza scenica elegante e il gesto sempre pertinente (soprattutto laddove la regia, purtroppo, latita). Forse la sua Amenaide appare un po’ manierata in certi momenti, ma è imbattibile nella resa dell’espressione dolente e accorata, nel saper rendere vivo il cruccio della prima donna calunniata: la scena della prigione («Di mia vita infelice ... No, che il morir non è») è infatti uno dei momenti memorabili della serata.

Ottima prova anche per Antonino Siragusa nella parte di Argirio: egli ritrae un padre algido, misurato nei momenti più lirici e sempre nitido nell’esecuzione delle agilità.

Nei ruoli comprimari è un lusso trovare Josè Maria Lo Monaco (ben nota agli appassionati del repertorio Sei-Settecentesco) nei panni di Isaura; encomiabile è anche la performance del soprano Sarah Tynan (Roggiero), più generica e meno interessante quella del basso-baritono Christian Helmer (Orbazzano).

Non entusiasma, ma si distingue per equilibrio e sobrietà la direzione di Enrique Mazzola (qualche dubbio nella concertazione del Finale I), e si apprezza per la sensibilità verso le esigenze della compagnia di canto. Ottima prova per l’Orchestre Philharmonique de Radio France e il Choeur du Théâtre des Champs-Elysées.

 

Poco incisivo, nel complesso, è l’apporto scenico della produzione, tanto da sembrare a tratti un’esecuzione in forma di concerto! La regia di Jacques Osinski non è irrispettosa della componente musicale: ha il pregio di non strapazzare i cantanti durante le arie e i duetti, momenti in cui l’azione langue per favorire il canto,quale vero protagonista. Si ha però l’impressione che lasci un po’ troppa libertà e fornisca poche indicazioni sul gesto e sulla presenza scenica. L’ambientazione contemporanea, inoltre, funziona molto bene nell’Atto primo (scenografie e costumi di Christophe Ouvrard, luci di Chaterine Verheyde), ma poi? La scena dell’accordo tra Argirio e Orbazzano viene rappresentata come una conferenza stampa di due politici alla presenza dei rispettivi sostenitori - tutti rigorosamente in giacca e cravatta - cui interviene in seguito Amenaide quale first lady designata («Come dolce all’alma mia» il suo discorso, scritto su foglio...). Immedesimarsi in questo spettacolo non di è di alcuna difficoltà per lo spettatore: ma siamo sicuri che, se non è interessante, sia almeno piacevole?

 

 


 

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